• Emilio Trombini

Eroe o Cattivo: Kobe Bryant e una vita mai a metà


© Los Angeles Times / TNS

Trasforma il Cattivo. Libera l'Eroe.

Nel momento in cui ha annunciato il suo ritiro, Kobe Bryant ha scelto queste due frasi per definire i suoi vent’anni a Los Angeles, pubblicandole sulla home page del suo sito e raccontandole con questo messaggio.

Nessun eroe è perfetto, e nessun cattivo è del tutto privo di intenti eroici. Tutti noi siamo sia l’uno che l’altro.

Quello che distingue i migliori è come usano il loro Io cattivo per creare qualcosa di epico. Bisogna vivere da eroe-cattivo; trasformare la paura, il rifiuto, la rabbia e il dubbio in forza, coraggio, potere e determinazione”.

Potrebbero sembrare parole forti per descrivere un ragazzo che gioca con una palla ed un canestro. Ma riescono a descrivere perfettamente il paradosso che è stato Kobe nel condurre LA a cinque titoli NBA... e ad infiniti momenti di caos.

Molte volte è stato eroe, altre il cattivo.

Alcune volte i fan lo adoravano. Altre non lo sopportavano proprio.

Non c’è mai stata una via di mezzo per l’eroe-cattivo che era Bryant, in quelli che sono stati probabilmente i più memorabili 20 anni di relazione tra un atleta e una città nella storia dello sport.

Chi era quindi? Un eroe, o un cattivo?

Questa è la più grande domanda dell’era-Kobe.

Ed è anche l’unica domanda che rimarrà irrisolta, nonostante lui ci abbia lasciato parecchi indizi.

ERA UN EROE nell’estate del 1996 quando, arrivato al Draft da high school senior, Bryant e i suoi assistenti hanno sostanzialmente detto ad ogni squadra NBA che lui avrebbe giocato solo e soltanto per i Lakers. Ciò ha fatto in modo che la maggior parte delle squadre lo ignorasse fino a quando toccò ai Charlotte Hornets, che lo scelsero per scambiarlo con i Lakers in base ad un accordo già concluso.

ERA IL CATTIVO quando ha concluso la sua prima stagione tirando per aria quattro air ball nei minuti finali della sconfitta contro gli Utah Jazz, costata l'eliminazione ai Lakers dai Playoffs. Poco prima del suo “prendi e tira”, ha urlato: "Non sognavate partite come questa?" Non esattamente - avrebbero voluto rispondere i tifosi giallo-viola.

ERA UN EROE nell’estate del 2000, quando ha lanciato l’alley-oop a Shaquille O’Neal che ha chiuso la memorabile rimonta dal -15 nel quarto quarto contro i Portland Trail Blazers in Gara 7 delle finali di Western Conference; guidando i Lakers, assieme a lui, al loro primo titolo NBA del nuovo millennio.

ERA IL CATTIVO però. Perché, nonostante il lungo abbraccio con Shaq dopo quell’alley-oop, aveva già cominciato ad avere plateali dissidi con il gioviale centro dei Lakers. Bryant ha sempre avuto dure parole sull’etica del lavoro di O’Neal e solo con riluttanza gli passava la palla. In precedenza, sempre in quella stagione, ad un incontro di squadra O’Neal aveva detto di avere l’impressione che Kobe stesse giocando in maniera troppo egoista perché la squadra potesse vincere.

ERA UN EROE durante l’estate del 2001, quando ha guidato i Lakers al record di 15-1 ai Playoffs, sulla via per il loro secondo titolo. Facendo sì che O’Neal, storcendo un po' il naso, lo definisse il più forte giocatore della Lega.

ERA IL CATTIVO la stagione seguente, durante l’All-Star Game a Philadelphia; quando, nella sua città natale, venne fischiato così tanto che gli occhi gli si riempirono di lacrime. Lo fischiarono perché alle Finals NBA dell’anno prima aveva gridato ad un fan dei 76ers che gli avrebbe “strappato il cuore”.

ERA UN EROE nel 2002, quando si riprese da un'intossicazione alimentare sofferta in un hotel di Sacramento e condusse i Lakers ad una vittoria in Gara 7 contro i Kings nelle Finals della Western Conference, portandoli al loro terzo titolo consecutivo.

ERA IL CATTIVO, però, nel 2003, quando criticò apertamente Shaq per non essersi fatto operare in tempo l’artrosi al dito del piede che lo aveva infastidito durante la stagione. Questo costò ai Lakers un’eliminazione precoce ai Playoffs ed una spaccatura tra i due che non si sarebbe più sistemata.

ERA UN EROE. Ma nell’estate del 2003, a dire il vero, smise di esserlo tutto in una volta.

ERA IL CATTIVO quando fu accusato di molestie sessuali nell’estate del 2013 ad Eagle, Colorado, dopo essere stato coinvolto, per sua ammissione, in un incontro adultero con un’impiegata diciannovenne di un hotel.

ERA IL CATTIVO quando ha parlato ad una conferenza stampa, sofferta e colma di lacrime, poco dopo l’accaduto. Si dichiarò innocente in merito alle accuse, ma colpevole di adulterio. Con sua moglie Vanessa al suo fianco, a disagio, ha iniziato così:

“Siedo qui, davanti a voi, imbarazzato e pieno di vergogna...”

ERA IL CATTIVO quando durante la stagione 2003/2004 era costretto a passare il tempo in Colorado per prepararsi al possibile processo per molestie, presentandosi alle partite esausto e distratto.

ERA IL CATTIVO quando il caso fu abbandonato, dopo che la donna si rifiutò di testimoniare. Fu quindi instaurata una causa civile e Bryant, senza mai ammettere la sua colpevolezza, si scusò pubblicamente.

ERA UN EROE nuovamente, alla fine della stagione 2004, quando mise quei jump shot acrobatici negli ultimi secondi del tempo regolamentare e del secondo overtime, regalando ai Lakers la vittoria sui Portland Trail Blazers valida per il primo posto della Division.

ERA IL CATTIVO ancora una volta, però, quando la stagione 2004 si concluse con una sconfitta alle Finals NBA contro i Detroit Pistons, durante la quale Bryant si rifiutò visibilmente di includere O’Neal nelle azioni offensive. Poco dopo la fine della serie, il contratto di Phil Jackson non fu rinnovato e O’Neal venne scambiato.

ERA UN EROE di nuovo nel 2006, quando mise a referto 81 punti contro i Toronto Raptors: secondo punteggio più alto mai realizzato nella storia della Lega.

ERA IL CATTIVO, però, perché "dai, sapete quanti assist ha fatto in quella partita da 81 punti? 2. Sì, 46 tiri tentati e 2 assist ai compagni".

ERA UN EROE nel 2009 e nel 2010, quando ha dimostrato di poter vincere il titolo NBA – due, a dire la verità – senza Shaquille O’Neal.

Il ricordo duraturo di quegli anelli si è cristallizzato in una scena consegnata alla storia: quella in cui, dopo una vittoria sofferta in Gara 7 contro i Boston Celtics, Bryant si ergeva sul tavolo della stampa dello Staples Center, con le braccia verso la folla adorante, mentre i coriandoli cadevano attorno a lui.

ERA IL CATTIVO nel 2011, quando urlò un insulto omofobo nei confronti dell’arbitro Bennie Adams. Venne multato di 100.000 dollari e costretto alle pubbliche scuse (ancora).

ERA UN EROE quando zoppicò fino alla linea del tiro libero e fece 2/2 dalla lunetta dopo la rottura del tendine di Achille, nell’aprile del 2013.

ERA IL CATTIVO quando, sette mesi dopo, accettò un’estensione del contratto di due anni a 48,5 milioni di dollari, anche se non aveva ancora finito di recuperare dall’infortunio al tendine e conscio che l'accordo avrebbe azzerato la possibilità dei Lakers di migliorare la squadra per diversi anni.

ERA UN EROE lo scorso novembre. Quando, dopo aver preso atto che le sue capacità fisiche si erano definitivamente ridotte (tanto da renderlo, statisticamente, il peggior giocatore nella NBA), ha annunciato il suo ritiro con un poema su un sito e una lettera ai tifosi dei Lakers.

ERA IL CATTIVO quando, in cinque delle sei gare dopo l’annuncio del suo ritiro, giocò almeno 30 minuti, inclusi i momenti decisivi. Mentre la critica (mai assente) si chiedeva se non avrebbe dovuto piuttosto abbandonare silenziosamente il palcoscenico, così che i giovani della franchigia acquistassero un po’ più di esperienza durante quella Regular Season.

Infine, ERA UN EROE quando, sette gare dopo l’annuncio del suo ritiro, in mezzo a tutte le critiche, rimase in panchina per tutto il quarto quarto e l'overtime nella partita contro Minnesota, dopo aver lasciato la palla ai giovani e aver detto a Byron Scott “è il loro momento, coach”.

Ed ora, è il momento per Los Angeles di dimenticare Kobe Bryant come giocatore dei giallo-viola. Ma di ricordare il grande uomo che è stato. Mai nel mezzo, in una città di eccessi come Los Angeles. Eroe o Cattivo.

Goodbye, Hero.

Farewell, Villain.

Il Los Angeles Times, fondato nel 1881, è un’autorevole testata californiana e il quarto giornale statunitense per diffusione. In collaborazione con Around the Game da ottobre 2017, in ambito NBA segue approfonditamente le due franchigie cittadine: Lakers e Clippers. Questo articolo, scritto da Bill Plaschke e tradotto in italiano dalla nostra redazione, è stato pubblicato in data 17 aprile 2016.

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