• Davide Corna

22 anni di Vinsanity


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da Sean Guest per Double Clutch e tradotto in italiano da Davide Corna per Around the Game, è stato pubblicato in data 26 maggio 2020.



Per questo articolo, torniamo al 1999: l’anno in cui il presidente USA Bill Clinton veniva assolto dalle accuse di spergiuro e ostruzione alla giustizia, SpongeBob SquarePants andava in onda per la prima volta sul canale via cavo Nickelodeon e Matrix sbancava ai botteghini.


Il panorama della NBA era drammaticamente cambiato dopo la stagione 1997/98. I Chicago Bulls, che si erano assicurati un altro storico “three-peat”, si erano smantellati durante l’off-season, portando anche al secondo ritiro di Michael Jordan; una disputa sui diritti del lavoro aveva portato alla cancellazione dei primi tre mesi della nuova stagione, portando quindi a una Regular Season di sole 50 partite con inizio a febbraio.


Questo scenario prevedeva molta incertezza, e all’inizio della stagione l’assenza di Jordan permise ad altri giocatori di mettersi in luce. Allen Iverson dei Philadelphia 76ers fu il miglior realizzatore, Karl Malone vinse il titolo di MVP della Regular Season, David Robinson e Tim Duncan guidarono gli Spurs alla vittoria del primo titolo nella storia della franchigia, battendo i New York Knicks in cinque partite.


Eppure la ricerca dell’erede di Jordan era ancora aperta, con uno dei candidati che si stava facendo notare a nord del confine. Lo straordinario atletismo di Vince Carter attirò l’attenzione di molti durante la stagione, facendogli guadagnare il titolo di Rookie dell’Anno con una serie di highlights fra i più incredibili della storia, per un giocatore al primo anno:



La capacità di Carter di mettere in difficoltà le difese vicino al canestro ricordava molto Jordan, mentre i suoi 18.3 punti, 5.7 rimbalzi e 3 assist a partita mettevano in mostra un gran potenziale.


I Toronto Raptors avevano chiaramente trovato un diamante prezioso, che avevano acquisito con una trade durante il Draft con i Golden State Warriors, mandando l’ala Antawn Jamison dalle parti di San Francisco. E la franchigia aveva davvero bisogno di uno come Carter. I Raptors erano solamente al loro quarto anno nell’NBA, dopo essersi uniti come expansion team nel 1995. E, come capita spesso alle squadre d’espansione, erano stati terribili, vincendo solo 67 partite nei loro primi tre anni. Sebbene l’arrivo di Carter non cambiò poi molto da quel punto di vista (i Raptors vinsero solo 23 partite durante la sua prima stagione), era abbastanza chiaro che le cose stavano per migliorare.


E andò proprio così, a cominciare dalla partecipazione di Carter allo Slam Dunk Contest del 2000, dove Vinsanity diventò una leggenda grazie alla sua decisione di improvvisare, come ricorda in un articolo di sportsnet.ca:

“Mentre entravo in campo per il riscaldamento, avevo in testa la mia routine, ma una volta arrivato sotto canestro, all’improvviso pensai che non era abbastanza buona: c’erano molte schiacciate in cui avrei preso la palla dopo un rimbalzo contro il tabellone. Niente di speciale... Quando l’arbitro mi diede la palla per la mia prima schiacciata, ancora non sapevo cosa avrei fatto. Dico davvero.”

Ciò che finì per fare fu spettacolare, e nonostante altri grandi giocatori si siano fatti un nome allo Slam Dunk Contest (Julius Erving, Michael Jordan, Kobe Bryant), l’esibizione di Carter è largamente riconosciuta come la migliore di sempre.



Lo Slam Dunk Contest non fu l’unico momento di successo per Carter in quell’anno, visto che i Raptors chiusero con 45 vittorie e 37 sconfitte (il primo record vincente della storia della franchigia) e fecero la prima apparizione in post-season. Nonostante l’eliminazione al primo turno, Toronto sembrò essere pronta a diventare una partecipante stabile dei Playoffs, e arrivò al secondo turno nel 2000/01.


In estate Carter firmò un’estensione da sei anni per 94 milioni di dollari. I soldi però non si trasformarono in vittorie sul campo, visto che subì una serie di infortuni al ginocchio e saltò non solo le ultime 22 partite della stagione regolare 2001/02, ma anche l’intera post-season. Senza la loro stella, i Raptors furono sconfitti dai Pistons al primo turno. Carter si sottopose quindi a un’operazione chirurgica che non ebbe grande efficacia, visto che saltò 39 partite anche nella stagione 2002/03, limitando i Raptors a sole 23 vittorie.


Nonostante il suo rientro a pieno ritmo l’anno successivo, i Raptors mancarono nuovamente la partecipazione ai Playoffs, portando a una spaccatura fra il giocatore e la franchigia. A seguito di alcuni cambi nel personale dirigente, divenne evidente che le due parti non si sarebbero venute incontro, e nel dicembre 2004 Carter fu mandato ai New Jersey Nets in cambio di Alonzo Mourning, Aaron Williams, Eric Williams e due prime scelte al Draft.



A dispetto delle critiche ricevute per il suo ruolo nella vicenda, Carter alla lunga ebbe la sua vendetta, visto che i Raptors riuscirono a qualificarsi ai Playoffs solamente due volte nelle otto stagioni successive, venendo eliminati al primo turno in entrambe le occasioni. Nel frattempo la sua nuova squadra, i Nets, aveva mostrato di poter essere una competitor per molti anni a venire.


Guidati da Carter e dall’All-Star Jason Kidd, caddero contro i Miami Heat al primo round nel 2005, e poi nelle Semifinali di Conference del 2006. Nella stagione successiva Vinsanity affrontò la sua ex squadra, vincendo contro i Raptors in sei partite al primo turno, prima di perdere contro i Cleveland Cavaliers al turno successivo. In ogni caso, Carter ri-firmò con i Nets per quattro anni a 62 milioni di dollari circa. Non molto dopo, però, Kidd passò ai Mavs e i Nets uscirono dalla competizione per i Playoffs, vincendo solamente 34 partite nelle due stagioni successive.


Nell’estate del 2009 i Nets avviarono una fase di ricostruzione e scambiarono Carter e Ryan Anderson con gli Orlando Magic per Rafer Alston, Tony Battie e Courtney Lee. I Magic arrivavano da una Finale NBA persa e speravano che Carter potesse riempire il vuoto lasciato da Hedo Türkoğlu. La franchigia aveva puntato su Carter come realizzatore dal perimetro in grado di crearsi il proprio tiro da solo, cosa che era mancata ai Magic nelle stagioni precedenti.


Vinsanity ebbe una stagione regolare discreta, registrando 16.6 punti a partita in 75 apparizioni, a cui seguirono 15.8 punti di media nel 4-0 dei Magic contro i Bobcats al primo round dei Playoffs, e 18.3 punti in un altro sweep su Atlanta al secondo turno. Si arrivò così a un re-match contro la stessa squadra sconfitta dai Magic nelle Finali di Conference della stagione precedente: i Boston Celtics.


Per Carter si trattava della prima apparizione a questo turno della post-season. Sfortunatamente, i Celtics riuscirono a contrastare efficacemente il tiro da tre dei Magic, forzandoli a cercare di realizzare da dentro l’area (che, ironicamente, è proprio ciò che inizialmente ci si aspettava da parte di Carter). La tattica di Boston ebbe successo e i Magic, la cui intera filosofia era fondata su un gioco dentro-fuori e su Dwight Howard, si trovarono in enorme difficoltà, uscendo sconfitti nelle prime tre partite. Vinsero Gara 4 e Gara 5, ma vennero eliminati in Gara 6, di fronte a una montagna troppo dura da scalare.


Carter tenne una media 13.7 punti a partita nella serie, tirando con il 37% dal campo e con un deludente 21% dall'arco. Dopo essersi preso sulle spalle l’attacco di Orlando in Gara 1 con 23 punti, segnò 16 punti in Gara 2 e 15 punti in Gara 3, fra le difficoltà dell’attacco dei Magic. Il momento decisivo per lui du in Gara 2, quando venne mandato in lunetta con i Magic sotto di 3 a 31.9 secondi dalla fine della partita. Non andò bene.



Etichettato da molti come "un buon giocatore che però soccombe nei momenti importanti e con una tendenza a rendere peggiori le contender a cui si unisce", Carter fu mandato ai Phoenix Suns nella stagione successiva e fece poi tappa a Dallas, a Memphis e a Sacramento, prima di indossare la sua maglia attuale, quella degli Atlanta Hawks, nel 2018.


A 43 anni e con 22 stagioni NBA alle spalle, Vince Carter si ritirerà alla fine di questa stagione (per cui ancora dobbiamo capire se lui e i suoi Hawks disputeranno delle altre partite), da giocatore più anziano della NBA, e unico di sempre con una carriera che si è dipanata in quattro diverse decadi.


La sua inclusione nella Hall of Fame è data per certa, nonostante la scarsità di successi in post-season.




Around the Game nasce con l’obiettivo di avvicinare gli appassionati italiani alla pallacanestro NBA, attraverso due tipologie di contenuti: i contributi realizzati e pubblicati dai membri interni della redazione (diffusi a titolo gratuito, senza scopo di lucro, protetti da copyright e soggetti a legislazione vigente in materia di diritti d'autore); e articoli tradotti delle testate estere in collaborazione con AtG, pubblicati e tradotti in italiano dalla nostra redazione. I contenuti del secondo tipo, i cui diritti d’autore appartengono alle testate giornalistiche da cui sono stati pubblicati originariamente, sono all’interno della sezione “Traduzioni” e vengono selezionati, tradotti e pubblicati da AtG solo dopo la ricezione da parte delle fonti di esplicito ed esclusivo consenso relativo a questa attività.

Around the Game non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza una periodicità prestabilita. Pertanto, ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001, non può essere considerato un prodotto editoriale.

 

Alcune immagini sono prese dal web: se un contenuto è di tua proprietà e vuoi richiederne la rimozione, oppure per qualsiasi questione relativa ai diritti d’autore, ti preghiamo di inviare una mail a questo indirizzo: pr.aroundthegame@gmail.com

Fondatore e Direttore: Andrea Lamperti -  Fondatore e Web Manager: Ferdinando Dagostino

© 2017 by Around the Game.  Prodotto da SaidiSEO.com