• Federico Molinari

23 storie che non conoscete su Michael Jordan

23 persone hanno condiviso i loro racconti sul giocatore più famoso di tutti i tempi ad aver indossato il numero 23



Questo articolo, scritto da Jerry Bembry per The Undefeated e tradotto in italiano da Federico Molinari per Around the Game, è stato pubblicato in data 21 maggio 2020.



Tutti noi eravamo a conoscenza della combinazione di tecnica e determinazione senza pari di Michael Jordan; quello che in parte non conoscevamo, fino alla messa in onda di The Last Dance, è quanto fosse maniacale dietro le quinte nella sua ricerca dell’eccellenza, così maniacale da essere temuto da molti dei suoi compagni di squadra.


Mentre il mondo era concentrato su The Last Dance, sembrava che tutti coloro che avevano incontrato Jordan avessero una storia da raccontare. Ne abbiamo raccolte alcune - dal sarto di Jordan al ragazzo che indossava il n. 23 prima di lui a North Carolina, sino al novellino che ha osato stuzzicare il can che dorme...


Qui, dunque, ci sono 23 persone che hanno condiviso le loro storie sulla persona più famosa che abbia mai indossato... la canotta numero 23.



1. Jordan e lo spadaccino


Dopo il suo ritiro dalla NFL, Bill Glass creò un’associazione dedicata all’aiuto nelle prigioni (che ora si chiama Bill Glass Behind the Walls). Nel 1982 programmò una visita a una prigione a Raleigh, North Carolina, e volle che un giocatore "famoso" della zona si unisse a lui. Questa settimana, durante una chiacchierata al telefono, ha ricordato che chiese espressamente Sam Perkins di UNC, e invece ottenne Jordan. «Non abbiamo un giocatore famoso a disposizione», disse l’allenatore Dean Smith. «Ma abbiamo una prospettiva promettente che può venire».


Quando arrivò però il giorno della visita, Jordan si era già fatto un nome, segnando il tiro vincente nella partita per il titolo NCAA del 1982. Quando si unì a Glass nel suo tentativo di guidare i detenuti verso la giusta via, partecipò ad uno stunt che ha quasi concluso la sua carriera (appena iniziata).


Un'anguria venne messa sullo stomaco di Jordan, poi uno spadaccino bendato prese la mira, abbassò rapidamente la lama e tagliò parzialmente il melone. Non avendo finito, lo spadaccino colpì di nuovo per finire il lavoro, ma si spinse troppo in là...


«Ha tagliato Michael, ma non era profondo», ha detto Glass. «Abbiamo mandato Michael all'ospedale, e lo hanno ricucito con tre punti di sutura». Crisi scongiurata.


«Negli anni è rimasto un buon amico per noi», ha detto Glass, ora 84enne. «Ma non è più tornato...»



2. Quando MJ chiamò l’Olive Garden


Quando Brad Sellers fu scelto dai Chicago Bulls nel primo turno del Draft del 1986, Jerry Krause gli disse che sarebbe stato la prima small forward di 210 cm in NBA; i minuti di Sellers diminuirono però la stagione successiva, con l’esplosione di Scottie Pippen e Horace Grant, entrambi scelti al primo turno del 1987. Appena Sellers intuì di essere fuori dalle rotazioni, chiese di essere ceduto da Chicago. E Jordan, pensò, era l'uomo che lo avrebbe potuto aiutare.


«Ho detto a MJ: “Devi andare lì e dirgli che qui non funzionerà con me”» ha detto Sellers. «Vuoi davvero che lo faccia?» chiese Jordan. «Assolutamente» rispose Sellers. «OK» rispose Jordan, «lo farò».


Il giorno dopo, Jordan rintracciò Sellers, che si stava gustando un piatto di chicken parmesan all'Olive Garden quando venne interrotto dal direttore del ristorante. «Michael Jordan è al telefono». Sellers rispose alla chiamata. «Domani ti scambiano con Seattle», gli disse Jordan. «Buona fortuna, B.»


Sellers trascorse mezza stagione con i Seattle SuperSonics prima di essere ceduto ai Minnesota Timberwolves. «Quando sono arrivato a Seattle, ho detto: “Che diavolo ho appena fatto?”» ha detto Sellers, che dal 2011 è il sindaco della sua città natale di Warrensville Heights, Ohio. «Ero giovane e stupido».


Sellers avrebbe poi firmato con i Detroit Pistons come free agent nel 1991, l'anno in cui iniziò la dinastia dei Bulls.



3. Come venne creato il look di MJ


La spinta competitiva di Jordan è stata difficile da eguagliare, così come i suoi abiti realizzati su misura da Burdi Clothing, un marchio di lusso italiano di abbigliamento maschile con sede a Chicago.


«Jordan in origine comprava da noi abbigliamento sportivo, maglioni, camicie, polo, eccetera», ha detto Rino Burdi, l'attuale proprietario. «Essendo stato nostro cliente per un po' di tempo, ho chiesto a mio padre (Alfonso Burdi, il proprietario originario) di venire a prendere le misure per un abito».


Jordan era riluttante, spiegando che tutti i suoi tentativi di acquistare abiti personalizzati fino a quel momento erano stati deludenti, ma i Burdi presero le misure dei vestiti che Jordan indossava e fecero un abito di prova per la sua visita successiva.


«Non si aspettava molto, ma è andato comunque in camerino per provarlo», ha detto Burdi. «Ne uscì assolutamente innamorato. Abbiamo provato a personalizzare l’abito nel modo che ritenevamo più appropriato (più affusolato e aderente), ma lui voleva che tornasse alle misure originali di prova, e il suo look è stato creato».


Jordan volle una giacca più grande ed extra-lunga perché si sentiva a disagio per le giacche che riteneva troppo corte (costringendolo a tirarle costantemente verso il basso); e desiderava dei pantaloni extra-larghi capaci di nascondere quanto fossero grandi le sue scarpe rispetto alle sue gambe magre.


«Dal momento in cui divenne un cliente di abiti su misura, nacque una collaborazione a 360 gradi», ha spiegato Burdi, che ha vestito Jordan dalla testa ai piedi. «Amava i colori vivaci, i modelli divertenti e selvaggi. Non erano solo vestiti, erano un’identità».



4. La volta in cui Jordan prese in mano una palla da bowling come se fosse un pompelmo


L'amicizia tra Rex Chapman e Jordan risale al 1984, quando la futura guardia del Kentucky fu reclutata da UNC; ma, nel 1996, Chapman segnò 39 punti (carrer-high) in una vittoria dei Miami Heat contro i Bulls, che avrebbero perso solo 10 partite in quella stagione.


Settimane dopo, gli Heat giocarono a Chicago, e non appena la palla fu alzata, Jordan diede una gomitata allo sterno di Chapman. «Ho detto, “Oh merda, sarà così stasera?”», ha detto Chapman. «Indovinate un po', andò esattamente così». Jordan segnò 40 punti in quella partita.


Secondo l’amico di Jordan, ora star dei social media e conduttore del programma televisivo Block or Charge, una risorsa sottovalutata che ha aiutato il suo buon amico a dominare le partite sono state le sue mani giganti. «Le sue mani sono incredibilmente grandi, come quelle di Dr. J, come quelle di Kawhi Leonard, come quelle di Connie Hawkins», ha detto Chapman. «Sono diverse».



Un altro ricordo, infatti, risale a una sera in cui lui e Jordan andarono a giocare a bowling con alcuni amici. Il giocatore dei Bulls, parlando con gli altri, si era reso conto che i birilli dovevano essere azzerati - cosa che richiede il lancio di una palla. Jordan prese una palla e, con le spalle alla corsia e senza inserire le dita nei fori, la lanciò verso i birilli. All’indietro. «Raccolse quella palla da 7 chili e mezzo come un pompelmo», disse Chapman. «E non smise neanche di parlare...»



5. Tu sei cresciuto guardando me, io non sono cresciuto guardando te


Da bambino, cresciuto a nord di Chicago, Vincent Yarbrough aveva i poster di Jordan nella sua stanza, indossava scarpe da ginnastica Jordan e seguiva i Bulls ad ogni passo del cammino verso i loro sei campionati NBA. «Quando i Bulls erano sulla televisione di casa mia» ricordava Yarbrough, «non potevi parlare».


Così, dopo essere entrato a far parte del roster dei Denver Nuggets come seconda scelta nel 2002, Yarbrough segnò sul suo calendario la partita contro i Wizards di Jordan, a Washington, il 20 gennaio. Yarbrough e Junior Harrington, un altro rookie, arrivarono presto alla partita per vedere Jordan, ma la sicurezza aveva bloccato il campo dove stava tirando. Quando la partita iniziò, entrambi rimasero delusi nel vedere il loro idolo in difficoltà.


«Kobe ha avuto una media di 44 contro di noi in quella stagione e Tracy McGrady ce ne ha fatti 43», ha detto Yarbrough, ora istruttore di tiro con Cheat Code Basketball. «Così, con Mike che si sarebbe ritirato in quella stagione, volevamo davvero vederlo». Jordan sbagliò nove dei suoi primi 14 tiri e i Wizards si stavano arrendendo molto presto, quella sera. «Così io e Junior abbiamo iniziato a colpirlo e a punzecchiarlo, dicendogli: “Questa è spazzatura”, ogni volta che sbagliava un tiro», ha detto Yarbrough. Gli hanno persino criticato le scarpe quando Jordan le cambiò all'intervallo. «Togliti quelle brutte scarpe», disse Yarbrough. Jordan si infuriò.


«Aspetta un attimo, piccolo stronzo», fu la risposta. «Tu sei cresciuto guardando me, io non sono cresciuto guardando te». Nel quarto quarto Jordan segnò 10 dei suoi 25 punti. Durante il momento decisivo della partita, infilò quattro canestri di fila. E dopo la partita, Jordan ebbe l'ultima parola. «Alla fine della giornata, vincere può zittire un sacco di gente», ha detto Jordan. «E una volta ottenuto il vantaggio, parte della conversazione è sparita».


Yarbrough, che indossava una maglietta Jordan nello spogliatoio dopo la partita, non ha avuto rimpianti: «Siamo riusciti a far emergere la sua grandezza».



6. Sono stato l’ultimo a indossare la maglia a Carolina prima di te


Per anni, Ged Doughton ha avuto una maglia da basket della UNC con il n. 23 incorniciata nella sala giochi della sua casa in North Carolina. «Alcune persone venivano a casa e chiedevano: “Perché hai la maglia di Jordan?“» ha detto Doughton. «Non conoscevano la mia storia».


Ecco la sua storia. Doughton ha ottenuto una borsa di studio per giocare a basket a North Carolina nel 1975. Smith chiamò e chiese quale numero volesse. Chiese il numero 22, il numero del suo liceo, ma quello era già stato preso dalla matricola Dudley Bradley. «Beh, che ne dici del 23?» chiese Smith. Per Doughton era OK.


Con quella maglia, Doughton mise a referto una media di 2.3 punti giocando con parsimonia per tre stagioni dietro al tre volte All-American Phil Ford. Continuò il suo ruolo di guardia di riserva nella sua ultima stagione dopo la laurea di Ford. Due anni dopo, Jordan indossò il numero 23 per North Carolina.


«Eravamo i fermalibri del basket di Carolina», disse Doughton, ridendo. «Lui è il miglior giocatore di Carolina di tutti i tempi, e io sono probabilmente il peggior giocatore di tutti i tempi. La gente pensa che sia fico che io sia stato l'ultima persona a indossare il numero 23 prima di Michael Jordan. Per me è imbarazzante. Non ho fatto davvero nulla con quel numero».


Anni dopo, il presidente degli Charlotte Hornets, Fred Whitfield, presentò Doughton a MJ. «Riconosci questo ragazzo, vero?» - Jordan sembrava perplesso. Doughton offrì così un indizio: «Sono stato l'ultimo a indossare la tua maglia a Carolina prima di te».


Jordan ci ha pensato bene per qualche minuto. «Ci sono, il tuo nome è Ged Doughton», ha detto Jordan. E quando Doughton gli disse che aveva ragione, Micheal battè le mani, saltò giù dalla sedia e disse: «Te l'avevo detto che l'avrei indovinato!»



7. Nel baseball ci sono abbracci


Sono stati compagni di squadra con i Birmingham Barons per meno di una stagione nel 1994, ma Scott Tedder, un first team All-American sia nel baseball che nel basket della Ohio Wesleyan University, ha un bel po' di storie su Jordan.


C’è ad esempio la storia della mazza. Dopo essere stato rilasciato dai Chicago White Sox (i Barons erano la loro squadra della Double-A), venne subito ingaggiato dalla squadra di Double-A dei Chicago Cubs a Orlando, in Florida. I Barons e i Cubs avrebbero dovuto giocare il giorno dopo, ma l'attrezzatura di Tedder non arrivò. Nessun problema. «Dopo gli allenamenti di battuta», ha detto Tedder, «c’erano tre mazze di Michael Jordan nel mio armadietto».

Poi c'è la storia del compleanno. «Il giorno del mio compleanno mi chiede di incontrarlo nell'atrio alle 6 del mattino», ricorda Tedder. «Saliamo in macchina e andiamo al TPC Southwind per giocare a golf. Dopo, mi ha portato al magazzino della Nike e mi ha detto di andare a fare shopping per il mio compleanno, e di metterlo sul suo conto».


Infine, ecco la sua storia preferita. Quando a Tedder fu diagnosticato un linfoma non-Hodgkin nel 2003, Jordan, che stava giocando la sua ultima stagione NBA con Washington, lo scoprì e lo invitò a una partita dei Wizards contro gli Hawks. Tedder, ora manager immobiliare in Alabama, andò in macchina ad Atlanta e venne portato negli spogliatoi dopo la partita. «Ho visto Michael e mi ha abbracciato», ha detto Tedder.


«Voleva assicurarsi che stessi andando alla grande e che la mia famiglia stesse bene. Come giocatore di baseball è stato un grande compagno di squadra, eil fatto che me lo abbia dimostrato ancora, anni dopo, ha significato molto per me».



8. La debolezza di Michael è il suo tiro

Aaron Watkins era a casa sua nel South Side di Chicago quando ricevette una chiamata urgente da suo padre. «Vai in palestra, subito». Watkins, 14 anni, salì sull'autobus. Un'ora dopo, arrivò all'Athletic Club dell'Illinois Center di Wacker Drive, dove una folla si era accalcata contro le finestre per vedere Jordan giocare due mesi dopo il suo primo ritiro nel 1993. Watkins seguì suo padre all'interno della palestra per vedere il suo eroe.


Quando era ormai arrivato il momento di tornare a casa - era un giorno di scuola - Jordan si avvicinò a Watkins. «Ehi, ometto», disse. «Vuoi giocare una partita con me?». Watkins si strappò i pantaloni della tuta e li buttò via, poi servì Jordan con un passaggio preciso («Si era liberato sul gomito, e quindi l’ho servito") che portò ad un jumper di MJ.


«Ho fatto un assist a Mike da poter mettere sul mio curriculum», ha detto Watkins. «Niente male». Ma non era ancora finita. Watkins, con la palla in punta, palleggiò alla sua sinistra e concluse con un jump shot dalla media. Game, set and match.


Il padre corse in campo urlando e dando il cinque a tutti quelli a portata di mano. Watkins si avvicinò a Jordan, aspettandosi un po' d'amore dal suo idolo. «Pensavo che avrebbe detto: “Ottimo lavoro, ragazzo”», disse Watkins. «Invece, mi ha dato uno schiaffo sulla nuca e mi ha detto: “Gioca meglio in difesa”».


Dopo la partita, una troupe del telegiornale raggiunse Watkins, che offrì uno scouting report ormai leggendario: «Il punto debole di Michael è il suo tiro», ha detto Watkins al giornalista. «Basta tenerlo intorno al perimetro, e quando fa proprio questa mossa qui... non cascarci».



27 anni dopo Watkins, che tre anni fa ha lanciato la linea di abbigliamento Unfnshd con sede in California, ne ride. «Non importava, Mike era ormai ritirato», ha detto Watkins. «Quindi ero disposto a divulgare i suoi segreti». Watkins ha detto di aver giocato con Jordan al club circa quattro volte. «Le altre volte non ho giocato molto bene», ha detto. «Ma va bene così. Quando giocavo con lui, Mike voleva sempre che tirassi la palla. Avrò sempre in mente quel momento in cui segnò il tiro decisivo della partita e aiutò Mike a vincere”.



9. Quando Jamal Crawford ha provato a essere come Michael


A metà della sua stagione da rookie 2000/01 con i Bulls, Jamal Crawford ricevette una chiamata alle 6 del mattino dall'allenatore di Jordan, Tim Grover. «Puoi incontrare MJ». Crawford, che aveva un allenamento alle 10 nella periferia di Chicago, si vestì subito e si diresse alla palestra del centro dove c’era Jordan, a due anni di distanza dal ritiro, che si stava esercitando in scivolamenti difensivi. Durante una pausa, parlarono. «Mi ha detto che gli piaceva il mio gioco», ha ricordato Crawford. «Mi chiese se mi sarei allenato con lui quell’estate».


Questo avvenimento creò un'amicizia di lunga data, che ha visto Crawford interpretare una versione più giovane del suo idolo nello spot 23 vs 39 di Gatorade. I due parlavano sempre, ma è stato l'agente di Crawford a chiamare per lo spot. «Mi ha detto che MJ mi voleva in uno spot Gatorade e che doveva essere allo United Center», ha detto Crawford. «È stato incredibile. Ero vestito come lui quando ha giocato con i Bulls, e abbiamo giocato e basta».



I due si sono affrontati durante le cinque ore di riprese, parlando a vanvera per tutta la durata delle riprese. A un certo punto, il regista ha chiesto a Crawford di fare le schiacciate viste nella pubblicità. «MJ mi ha guardato e mi ha detto: “Non fare tutte quelle schiacciate”», ha detto Crawford. «Sono contento di esserne uscito, ero nervoso».



10. Jordan ha distrutto le scarpe di sua figlia


Jasmine Jordan è nata nel dicembre del 1992, mentre i Bulls erano alla ricerca del loro secondo dei sei titoli nel corso del decennio. Ricorda che suo padre è sempre stato presente nella sua vita, ma recentemente ha condiviso con Aaron Dodson di The Undefeated una storia su qualcosa che MJ non approvava in casa sua:


«La cosa buffa è che, da bambina, volevo tantissimo avere un paio di Skechers, cosa che non andava bene agli occhi di mio padre. Lo pregavo sempre: "Per favore, fammi prendere le Skechers luminose! O le scarpe con le ruote”. Me le avrebbe fatte indossare per un giorno, per poi il giorno dopo buttarle nella spazzatura.


«Non importava di che modello fossero, non importava chi li avesse comprate. Se erano in casa sua e mi stavano ai piedi, il giorno dopo sarebbero finite nella spazzatura».


Con l'avanzare dell'età, è diventata più saggia e ha indossato le Jordan. «Ho indossato le Jordan 1 molto spesso e un modello che non mi ero resa conto di aver indossato molto erano le 5. Mi piacevano molto le 5 quando ero più giovane e i loro colori. Amo ancora le mie 4, ma prima di quelle, amavo le Skechers».



11. Ora sono caldo, non c’è niente che tu possa fare


Il giorno prima che Jordan giocasse la sua prima partita al Madison Square Garden dopo essere tornato dal suo ritiro di 18 mesi nel 1995, il playmaker dei New York Knicks, Derek Harper, arrivò a Manhattan per sentire le vibrazioni della città.

«Se sai cosa pensa la gente della pallacanestro a New York, puoi solo immaginare quanto sia entusiasmante la città», ha detto Harper. «C’era un brusio come non avevo mai sentito prima, per la partita».


La folla venne deliziata da uno spettacolo. Jordan si era scaldato presto, segnando 20 punti nel primo quarto. Dopo aver distrutto John Starks, la guardia tiratrice dei Knicks, Jordan iniziò a fare a pezzi Anthony Bonner. All'intervallo, aveva segnato 35 punti, con 14/19 al tiro.


Con Jordan praticamente inarrestabile, Harper chiese di difendere su di lui solo una volta per rallentarlo. «Cosa avevo da perdere?» ha ricordato Harper.


Mentre si stava avvicinando a MJ, la stella dei Bulls disse: «Ora sono caldo», ha ricordato Harper. «Non c'è niente che tu possa fare». Alla fine Jordan segnò 55 punti e i Bulls vinsero 113-111.


«Non avevamo una risposta», ha detto Harper, ora game analyst con i Dallas Mavericks. «Era qualcosa di grandioso, Michael Jordan è il più grande”.


12. Partitella o Playoffs?

Quando The Last Dance ha debuttato, Tracy Murray, un veterano NBA da 12 anni, si è guadagnato il rispetto dei suoi seguaci dopo aver pubblicato i punti salienti della sua performance nei Playoffs del 1997 contro i Bulls. Ma nel corso degli anni, ha guadagnato punti con i suoi figli mostrando loro la sua performance con Jordan in Space Jam. «Ridono ancora», ha detto Murray, ora allenatore di tiro e analista televisivo.

I ricordi più belli di Murray delle riprese del film, tuttavia, sono le partitelle che si sono svolte nel Jordan Dome costruito vicino al set. Gli incontri erano così popolari che i giocatori di tutta la NBA volavano in città per giocare. «Un All-Star Game ogni giorno», ha detto Murray.

Le battaglie tra Jordan e Reggie Miller sono state le più intense, con trash-talking che Murray ha descritto come “del tutto irrispettoso" a volte. «Questa era la loro relazione, questo era il loro modo di competere», ha detto Murray. «Mike ha iniziato il trash talking, ma Reggie non si è mai tirato indietro. Si arrivò a un punto in cui chiunque passasse la palla a uno di loro due, si fermava e guardava. È stato uno scontro incredibile e un bel ricordo, vedere due giocatori NBA che si affrontano in una partitella come se fossero ai Playoffs».


13. L’emozionante ritorno nel 2001


Nel settembre 2001, Jordan annunciò il suo ritorno al basket con i Wizards. La sua decisione arrivò due settimane dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre.

Etan Thomas - che si era unito alla squadra a giugno quando Jordan, allora President of Basketball Operations, lo ottenne dai Mavericks - ricorda vividamente quel giorno. «Eravamo seduti negli spogliatoi e stavamo sentendo in TV le parole dei membri della famiglia di alcune delle persone che avevano perso la vita», ha detto Thomas. «Io guardai MJ ed era bloccato fissando lo schermo, e i suoi occhi iniziarono a inumidirsi e si morse il labbro inferiore come se stesse cercando di reagire alle lacrime. Poi disse al personale dei Wizards di donare il suo intero anno di stipendio alla famiglia delle vittime dell'11 settembre».

Jordan insistette affinché quei fondi andassero direttamente alle persone che ne avevano bisogno, e non attraverso un’agenzia. «La gente ha sempre descritto Michael come se non gli importasse, e questo non è quello che ho visto», ha detto Thomas, ora autore e attivista. «Ora, non ha preso posizioni politiche come Ali, né ha parlato della comunità come Craig Hodges. Ma non si può credere che non gli importi affatto, perché non è quello che ho visto fisicamente con i miei occhi».


14. Ora so com'è una squadra da titolo

Jordan ha dato un pugno a Steve Kerr. Ha inventato una storia per distruggere LaBradford Smith. Ha detto di non avere problemi con Gary Payton, alias The Glove. Ma il singolo giocatore che è stato nel mirino di Jordan per più tempo in The Last Dance sembrava essere Scott Burrell, che arrivò ai Bulls per la stagione 1997/98 dopo aver giocato gran parte dei suoi primi anni con gli Charlotte Hornets.


Jordan era un bullo agli occhi di Burrell? «No, non era un bullo», ha detto l’ex Hornets. «In allenamento era un leader e lo rispettavamo per quello che diceva. Al giorno d'oggi potrebbe essere troppo aggressivo. Ma, no, voglio dire, i ragazzi lo adoravano. A me è piaciuto e ne avevo bisogno. Ho giocato in buone squadre, ma non ho mai giocato in una squadra da titolo. E ora so com'è una squadra da titolo».

Una volta Burrell accolse con favore la possibilità di giocare un 1v1 con Jordan in allenamento, e Michael accolse con favore l'opportunità di schiacciarlo. Dopo un'intensa partita che Jordan vinse 7-6, Burrell chiese la rivincita. Jordan rifiutò. Quando Burrell chiese perché, Jordan rispose: «Per poter dire a tutti, a tutti i tuoi amici, familiari e parenti che hai battuto Michael Jordan?» Chiese Jordan. «Se vinco, cosa dirò alla mia famiglia: Ho battuto Scott Burrell?”»

Burrell ha detto che c'era un metodo, nella "follia" di Jordan. «Tutti rispettavano Mike - si potrebbe dire forse temevano o rispettavano», ha detto «Ogni volta che urlava, era per un motivo specifico, e aveva ragione, perché avevi dimenticato uno schema oppure perso una responsabilità difensiva. Sforzo e concentrazione mentale: dovevi metterli in campo ogni giorno».



15. L’uomo che ha dato a MJ il giusto commiato

Ray Clay si era ritirato ormai da un anno dal suo lavoro di announcer dei Bulls quando i Philadelphia 76ers gli chiesero di presentare Jordan per la sua ultima partita NBA, nel 2003. «Perché no?», rispose Clay. «Ecco la mia occasione per dargli un vero e proprio commiato».


Il regolare announcer dei Sixers presentò i primi quattro titolari dei Wizards prima di cedere a Clay l'introduzione di Jordan. Le luci si abbassarono e una voce familiare a Jordan riempì l’aria: «From North Carolina, at guard, 6-6...»


Jordan non potè vedere subito Clay, che si trovava sulla linea di tiro libero vicino alla panchina dei Wizards. Ma quando le luci del palazzetto si accesero, Jordan finalmente vide la vecchia conoscenza, si avvicinò e gli diede un abbraccio. «Grazie», disse a Clay. «Lo apprezzo molto».


L’ex voce di Chicago è ora il presentatore delle partite di basket dell'Università dell'Illinois a Chicago. Anche lui è bombardato da richieste speciali: «Faccio molti matrimoni. La gente, quando si sposa, vuole quella presentazione dei Chicago Bulls».

16. La partita da 63 punti


Sarebbe stato facile per Gene Banks e Jordan scontrarsi durante il loro periodo insieme a Chicago, considerando che uno è di Duke e l'altro di UNC; ma a parte qualche occasionale e bonaria presa in giro, il rapporto tra i due fu sempre rispettoso.


Banks ricorda il momento in cui capì che c'era qualcosa di diverso in Jordan: fu quando, a metà del secondo quarto di una gara contro i Boston Celtics nei Playoffs del 1986, palleggiò tre volte di fila in mezzo alle gambe prima di superare Larry Bird per un jumper dalla media. «È stato allora che abbiamo capito che era di un altro livello», ha detto Banks. «L’avevamo visto in allenamento, ma in una partita contro Boston, contro Bird, è stato incredibile».


Jordan concluse l’incontro con 63 punti, che rappresenta ancora oggi un record in un incontro di postseason. Boston superò comunque il primo turno senza sconfitte, per vincere alla fine il titolo NBA del 1986, ma Jordan aveva gettato le basi per la sua dinastia.


«Penso che sia Dio travestito da Michael Jordan», ha detto Bird dopo la partita. Banks, che ora è l'ospite del podcast di The Bank Shot, è d'accordo. «Bird aveva ragione».




17. The first dance


Il nome Leah Wilcox è presente nei titoli di coda di The Last Dance. Ma la vice presidente NBA per le talent relations è ansiosa di parlare della “first dance” di Jordan accanto a Full Force, Kid 'n Play e Lisa Lisa sul set del video di “Michael Jordan's Playground” del 1991. Il consiglio di Wilcox dopo aver visto le mosse di Jordan? «Continua a giocare a basket».


Ma quello che abbiamo visto di Jordan nel video musicale fa parte di ciò che Wilcox incoraggiò i giocatori NBA a fare da quando sono entrati nella Lega negli anni '80: mostrare un altro lato di loro stessi. Questo le ha fatto guadagnare il titolo tra i giocatori di "Big Sis", insieme alla sua reputazione di aiutare a costruire il legame della Lega con il mondo dello spettacolo.


Alla fine strinse un legame con Jordan sul set del video "Come Fly With Me" nel 1988. Durante le riprese, Wilcox lo sorprese portando sua sorella in città per una visita. «Con Michael, ero più che altro un volto riconoscibile ogni volta che dovevamo fare un'intervista con lui o organizzare qualcosa che lo coinvolgesse», ha detto Wilcox. «Ero solo Leah, e ho avuto la fiducia di Michael e di quelli della sua cerchia. Ero anche quella noiosa, quella rompiscatole. Quando diceva di no, lo pregavo di fare qualsiasi cosa».

Nel suo ruolo, lavorando dietro le quinte con un gran numero di giocatori, Wilcox ha osservato la differenza tra Jordan e il resto dei giocatori del campionato. «Non potrebbe mai essere solo Michael», ha detto. «Con la sua celebrità, le piccole cose, come camminare al parco, non potrebbe mai farle».


Ma invece a Jordan piaceva guidare veloce per le strade di Chicago, cosa che Wilcox ha scoperto un giorno dal sedile del passeggero della sua Ferrari, mentre andava a fare un'intervista. «Non ricordo di aver visto nessuno, ecco a che velocità stava andando».

Wilcox è stata con noi per quasi tutto il viaggio dei contenuti video fuori campo che la Lega ha prodotto. Pochi giorni prima della conclusione del documentario di ESPN - dove, ancora una volta, appare nei titoli di coda - ha ricevuto una foto dell'ultimo scatto di Jordan nelle Finali del 1998 all'interno di una cornice della Lega con le parole "The Last Dance".

«E’ stato fantastico», ha detto. «Sono onorata di essere stata inserita nei titoli di coda».



18. Rinunciare a un'home run per MJ


Il rapporto degli scout che il lanciatore dei Knoxville Smokies Jeff Ware ha avuto su Jordan mentre affrontava il tre volte campione NBA in una partita di baseball in Double-A del 1994 fu: insistere all’interno sulle sue mani. La palla che Ware lanciò effettivamente era passata proprio sopra il centro del piatto.

Mentre Jordan stava per colpire, Ware borbottò due parole: «Oh, no». Per Jordan fu la seconda home run della sua prima stagione con i Barons. Mentre Jordan stava percorrendo le basi, la mente di Ware iniziò a correre. «Stavo pensando: “Stasera riceverò delle telefonate”», ha ricordato Ware. «Ero incazzato».

Ma quell'home run si rivelò un punto cruciale per Ware, che si era perso la prima parte della stagione dopo l'intervento alla spalla. La sua velocità, nell'inning dopo l'home run di Jordan, aumentò nel corso del resto della partita e della stagione. «L’anno dopo ho fatto un 7-0 in Triple-A, e sono stato chiamato da Toronto», ha detto Ware. «Quel momento è stato un punto di svolta per me».

Ware usa quella storia - la spinta e la concentrazione di cui aveva bisogno per scrollarsi di dosso quel momento - con i giocatori del roster dei Buffalo Bisons, la squadra di Triple-A dei Toronto Blue Jays dove è l'allenatore dei lanciatori. «Ho causato quel fuoricampo, ne ero arrabbiato, ma l'ho superato», ha detto Ware. «Voglio che sappiano che possono farlo anche loro».

Nel 1994, durante l'allenamento di battuta del giorno successivo, Ware prese alcune nuove palle dalla borsa dell'equipaggiamento della squadra e si avvicnò a Jordan.

«Abbiamo parlato un po' e gli ho chiesto di autografare le palle», ha detto Ware. «Era uno dei migliori giocatori di basket del mondo, appena uscito da un threepeat, e ho avuto la possibilità di giocare contro di lui. Anche da avversario, è stato emozionante».


19. Ho battuto Michael Jordan, uno contro uno

In qualità di uno dei principali dirigenti finanziari della nazione, a John Rogers viene chiesto di fare presentazioni in occasione di conferenze in tutto il mondo. E il rompighiaccio che usa spesso quando si trova davanti a quel pubblico è ormai un classico: «Ho battuto Michael Jordan, uno contro uno».


Rogers pagò per frequentare il campo della Michael Jordan Senior Flight School di Las Vegas nel 2003. I partecipanti, al termine di una delle sessioni, possono offrirsi volontari per giocare contro Jordan uno contro uno, al meglio dei tre. Rogers riuscii a battere Jordan 3-2 con un layup finale che è stato più una preghiera che un tiro, tanto che spinse Jordan a gridare: "Oh, no", mentre la palla stava cadendo attraverso la rete.



Rogers non era un dirigente d'azienda qualsiasi che è riuscito a lanciare una preghiera per battere una leggenda. È un ex playmaker di Princeton che ha giocato in squadre di basket 3 contro 3 che hanno vinto titoli regionali, nazionali e mondiali. Faceva anche parte del gruppo di ragazzi che giocò con Jordan mentre His Airness contemplava il ritorno che alla fine lo ha portato a scendere in campo con i Wizards.


«Ho dovuto cambiare su Michael di tanto in tanto durante quelle partite, e mi ricordo che una volta stava andando a fare un tiro e pensai che di sicuro l'avrei stoppato. L’ho mancato», ha detto Rogers. «Questo mi dà ancora oggi fastidio».



20. MJ sta pagando la mia istruzione


Jordan Brand ha collaborato con 23 partner della comunità locale in cinque città per fornire a più di 225 studenti - e non solo - borse di studio accademiche complete attraverso il programma Wings. Dyamond Baker non è una vera appassionata di sport, ma è una grande fan di Jordan. «Non ho mai saputo molto di lui», ha detto Baker. «Ma Michael Jordan mi ha aiutato a cambiare la mia vita».


Baker, che viene da Portland, Oregon, ha appena terminato il secondo anno alla Xavier University of Louisiana di New Orleans, dove si sta specializzando in sanità pubblica. L'istruzione è interamente pagata da Jordan, attraverso il programma di borse di studio Jordan Brand Wings.


Questo è il sesto anno del programma, che ha visto i suoi primi assistiti laurearsi l'anno scorso. Gli studenti possono frequentare qualsiasi scuola dove vengono accettati. Per Baker, la borsa di studio le ha permesso di frequentare un college fuori dallo stato. «Vengo da una famiglia con un solo genitore e, con mia madre che cresce tre figli, non avrei avuto abbastanza soldi per andare a scuola fuori dallo stato», ha detto Baker. «Mia sorella si è appena laureata, ed è stato un periodo stressante per mia madre dal punto di vista finanziario. Quindi questo è davvero un grande aiuto».


Mentre Dyamond deve ancora incontrare Jordan, non vede l'ora che arrivi il giorno in cui potrà ringraziarlo di persona. «Sta pagando per la mia istruzione», ha detto Baker. «A parte quello che ha fatto nel basket, per me è una leggenda per avermi permesso di andare al college».



21. Hai intenzione di toglierti gli occhiali?


Quanto era legato Ahmad Rashad a Jordan? Abbastanza da andare in macchina con lui alle partite di Chicago, oltre ad aver visto con lui parte del documentario e aver ottenuto un'intervista esclusiva durante le finali del 1993.


Rashad ha raccontato la storia a Marc J. Spears di The Undefeated in un recente Q&A:

«Michael non parlava con nessuno. E io non ero il tipo che diceva: “Dai, amico, vieni a parlare con me. Dai, amico, facciamolo". Non l'ho mai detto, mai. Non ero lì a cercare di fare notizia, o cose del genere. Così, una mattina Michael mi ha chiamato e mi ha detto: "Ehi, amico, vai a prendere una macchina fotografica, e facciamo un'intervista, così posso togliermi questo peso". Io ho detto: “OK", ma poi ho iniziato a pensare al fatto che mi avrebbero ucciso se l'avessi fatto, perché sapevo quanto tutti gli altri fossero gelosi del nostro rapporto. Così, è stato allora che ho tirato in mezzo Dick Ebersol, per dirgli che stavo portando Michael per fare un'intervista: "voglio che tu scriva le domande, in modo che non mi uccidano, e che dica che non gli ho fatto domande difficili". E così, arriviamo lì, Michael entra, aveva gli occhiali da sole. E penso che se li toglierà prima di iniziare. Gli ho detto: "Ehi, amico, quando te li toglierai?" E lui: "Oh, sto bene, sto bene". E allora, lo guardo e gli dico: "Ehi, amico, devi toglierti quegli occhiali". E lui fa: "No, davvero, sto bene, sto bene”. Ok, andiamo. Come vuoi, sono fatti tuoi».


22. Da coach a guida turistica


Wilmington, North Carolina, è sede di siti storici della Guerra Civile e di uno dei più grandi studi di produzione nazionali al di fuori di Los Angeles. Ma molti turisti si fermano qui con una sola destinazione in mente: la Laney High School, dove Jordan è emerso come una stella.

Fred Lynch era l'assistente allenatore di pallacanestro, all'epoca. Ora è il direttore atletico a Laney, uno dei pochi luoghi che ha resistito dall'epoca di Jordan. «Ogni estate alcuni degli studenti cinesi che frequentano l'università passano di qui, e abbiamo avuto persone provenienti dalla Francia e da tutto il mondo che sono venute a vedere un pezzo di storia», ha detto Lynch. «Sanno tutto di Mike, anche se non l'hanno mai visto giocare».


La nuova palestra di Laney ha aperto tre anni fa, al costo di 7.6 milioni di dollari. Nell'atrio c'è un'esposizione simile a quella di un museo che ospita la maglia del liceo di Jordan accanto a 30 paia di Air Jordan. Ma i turisti vogliono ancora vedere il vecchio spazio dove giocava Jordan, che è stato risparmiato anche con l'apertura della nuova struttura.


«Sarebbe una bestemmia», ha detto Lynch, ridendo. «È da tempo che preghiamo per una nuova palestra, ma abbiamo ancora in uso quella vecchia. Ha così tanta storia...»



23. L’altra Last Dance di MJ


Restava 1 minuto e 46 secondi quando Jordan ricevette il passaggio nei momenti finali della sua ultima partita, il 16 aprile 2003, a Philadelphia. La guardia dei Sixers, Eric Snow, corse subito verso Jordan facendo fallo, per permettergli di segnare i punti finali di una carriera storica.


«Ho fatto questo?» - chiese Snow, quando gli furono raccontati gli eventi. «So che stavamo cercando di creare una palla morta per farlo uscire dal campo. Non sapevo di esser stato io».


L'importanza di quella sequenza di eventi era duplice: diede a Jordan la possibilità di immergersi nell'amore trasmesso dalla folla e gli diede la possibilità di segnare due tiri liberi che gli avrebbero dato una media di 20 punti per la stagione (era a 19.97 quando raggiunse la linea del tiro libero). Jordan li ha segnati entrambi, arrivando a 15 punti nella sua vera "Last Dance".


«Mi prenderò il merito, ma non ne avevo idea», ha detto Snow, ora allenatore della squadra dei Texas Legends in G League. «Ora, sono sicuramente contento di averlo fatto».


Mentre Snow non può ricordare gli eventi della sua ultima partita contro Jordan, ricorda quello che è successo più di vent'anni fa nel loro primo incontro. «Io lo stavo difendendo e lui mi ha afferrato il braccio, l'ha spostato e ha urlato: “Passa, mi marca un topolino”».







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