• Andrea Lamperti

3 domande non scontate per la ripresa della stagione NBA


FOTO: NBA.com

"The NBA's back".

Avevamo davvero bisogno di leggere queste parole, Woj. Grazie.


Dopo gli ultimi giorni, sappiamo cosa aspettarci (o almeno quali domande porci) riguardo a formato, tempistiche e località per la conclusione della stagione 2019/20. Attraverso il consueto sguardo da dentro all'NBA offerto da Adrian Wojnarowski (ESPN) e Shams Charania (The Athletic), infatti, sappiamo che potrebbero essere 22 le squadre a ripartire per la Regular Season, con una possibile mini-serie per l'ultimo posto ai Playoffs tra ottava e nona della Conference, nel caso in cui la distanza in classifica non superi le 4 W.


Sicuramente, comunque, il tutto avverrà in una "bubble" a Disney World, Orlando, con la prima palla a due ipotizzata per il 31 luglio e l'eventuale Gara 7 delle NBA Finals il 12 ottobre.


Eppure, in attesa della Board of Governors Call di oggi, in cui verrà sottoposta a votazione la proposta della Lega, ci sono ancora tanti punti interrogativi interessanti sul "contorno" della ripresa. La "ruotine annuale" dell'NBA, infatti, verrà completamente stravolta. E tante cose date normalmente per scontate, andranno rivalutate.


All'orizzonte, per la Lega e per il suo commissioner Adam Silver, c'è qualcosa di assolutamente nuovo e senza precedenti. Uno sport senza pubblico, arene e spostamenti; una stagione, anzi due (più off season), dal calendario insolito; un prodotto diverso da vendere dal pubblico.


Ecco, quindi, 3 domande che forse non vi eravate posti e forse "secondarie", ma non per questo meno interessanti, sulla ripresa della stagione.



Premessa: la risposta a domande di ogni genere, ora, porta necessariamente con sé gli interessi competitivi - spesso contrastanti - delle squadre coinvolte. D’altro canto, bisogna considerare che quelli economici invece vedono le franchigie più vicine l’una all’altra. Il formato scelto dovrà essere innovativo e “vincente” come prodotto, e questa è attualmente una priorità della Lega e di tutte le organizzazioni. La domanda da premettere, quindi, è quasi filosofica: qual è, per l'NBA, il (giusto/migliore) punto di equilibrio tra equità della competizione, coerenza con le 65 partite di Regular Season già disputate e possibilità di contenere più possibile i danni economici generati dalla pandemia?



1. Come dare un senso al fattore-campo nei Playoffs?

Come non pensare ai Lakers e ai Bucks, che dall’alto dei rispettivi record (i migliori delle due Conference) avevano conquistato un prezioso vantaggio di cui disporre nei Playoffs? In una post-season “mono-arena” e senza pubblico, però, come dare quel vantaggio alle squadre che lo hanno meritato sul campo?


Difficile, impossibile in questo contesto "quantificare" (e quindi pareggiare, in qualche modo) quello che deriva dal giocare sul proprio campo, davanti al proprio pubblico.


FOTO: Dallas Mavericks / NBA.com

Sono circolati tanti rumors e altrettante opinioni, in merito. Tre “plus” (da garantire, eventualmente, alla squadra teoricamente in casa nella singola partita, oppure per tutta la serie a quella con il record migliore: anche questo è argomento di discussione). tra quelli proposti da Bobby Marks (ESPN). sembrano essere realistici: il possesso della palla all’inizio di secondo, terzo e quarto periodo; la possibilità per l’allenatore della squadra “in casa” di designare un giocatore che può commettere 7 falli; e/o un challenge “extra” ogni 48 minuti.

Certo, compensazione del fattore-campo a parte, senza tifosi sarà tutto molto strano. E la sensazione di vuoto sarà difficile da mettere in un angolo. Eppure...

2. "Mono-arena" e a porte chiuse. Ma mediaticamente?

Pensate a cos’è oggi l’NBA, al modo in cui comunica, appassiona, si vende. A quanti angoli del Mondo raggiunge, con quali mezzi, e ovviamente con che (impressionante) seguito. Pensate a tutto questo, alla recente partnership con Microsoft, al danno da miliardi di dollari subito a causa della sospensione e dei mancati ricavi dalla vendita di biglietti per le partite...

Ci aspettiamo tutti una post-season “marchiata” dalla pandemia, senza tifosi nell’unica arena designata, a Orlando. Ma ci possiamo aspettare anche qualcosa di davvero unico dal punto di vista dell’offerta al pubblico. Dalla creazione di contenuti, di ogni genere (durante le partite, e non), all’interno della “bubble”, alla frequenza di gioco resa possibile dall’assenza spostamenti (anzi, in parte necessaria per riuscire a comprimere le tempistiche). Ma non è tutto.

La vera sfida è riempire di tifosi l’arena. Non si può farlo fisicamente, come sempre, quindi la Lega deve studiare e puntare su qualcosa di completamente virtuale.


Come?

FOTO: VR Journal

La creazione di una modalità “premium”, esclusiva e inedita di partecipazione alle partite garantirebbe, innanzitutto, la possibilità di vendere un servizio, per coprire una parte del mancato indotto dalla vendita dei biglietti.


Quindi, come attrarre lo spettatore? In TV già si ha tutto quello che consideravamo necessario per godere di una partita di basket. Serve usare la fantasia.

Un palazzo, riempito di dispositivi e telecamere, connesso tramite conference call a tutti gli “spettatori paganti” e in qualche modo presenti?


Potrebbe essere un’idea, a prezzi unitari molto ridotti, per portare milioni di persone da tutto il mondo... sugli spalti. Oppure addirittura in panchina, a bordocampo, sopra i tabelloni. E poi, attraverso quali piattaforme? E con quali possibilità di interazione, per chi è conesso? Sbizzarritevi con la fantasia.


Qualsiasi idea vi venga, state certi che l’NBA l’ha già avuta, e ne ha valutato pro, contro e realizzabilità. Al lavoro attualmente ci sono commissioni istituite appositamente dalla Lega per vagliare, letteralmente, ogni ipotesi. Per sbizzarsi con la fantasia e provare a rendere questi Playoffs qualcosa di unico, non soltanto per tutto quello che inevitabilmente mancherà.

3. Una competizione per le 8 squadre escluse?

Finora ci siamo soffermati sugli scenari che riguardano le 22 squadre in campo a partire dal 31 luglio per la ripresa della stagione. E le altre 8? Minnesota e Golden State a Ovest; Charlotte, Chicago, New York, Detroit, Atlanta e Cleveland a Est. Che ne sarà di loro? Ne ha parlato Woj nel suo ultimo articolo su ESPN.com:

“Alcune di queste sono insoddisfatte e preoccupate per l’impatto che una pausa dal gioco di nove mesi potrebbe avere da un punto di vista competitivo ed economico. Le squadre escluse dai Playoffs hanno già avuto un confronto con la Lega, sollecitando training camp estivi obbligatori e competizioni per colmare il lungo stop tra le due stagioni. Queste sono idee che molte squadre considerano necessarie e ci si aspetta che l’NBA discuterà di scenari simili con l’Associazione Giocatori.”

Quello che incuriosisce è come potrebbero tradursi, in concreto, quelle “competizioni per colmare il lungo stop tra le due stagioni”.


Per essere qualcosa di interessante (per franchigie, giocatori e spettatori), sarebbe necessaria un’adeguata posta in palio. E con una Draft Lottery ancora tutta da decifrare, anche possiamo avere fantasia.


Delle partite per assegnare scelte al Draft? Una sorte di rivisitazione (orientata alla vittoria, e non alla sconfitta) del tanking, qualcosa che nel mondo NBA, e ovviamente ai suoi vertici, è stato spesso al centro delle discussioni negli ultimi anni.





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