• Luca Rusnighi

4 potenziali problemi per i Celtics nei Playoffs

Oltre alle preoccupazioni legate alla “bubble”, i Boston Celtics hanno diversi ostacoli sul campo che potrebbero intralciare la loro corsa verso le Finals.


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto Daniel Lubofsky per CelticsBlog.com e tradotto in italiano da Luca Rusnighi per Around the Game, è stato pubblicato in data 19 luglio 2020.


Con l’entrata nella "bolla" di Orlando da parte di diversi team, i social sono stati inondati con foto di pranzi al sacco e camere d’albergo. Perse nei resoconti in prima persona della vita NBA in quarantena, tuttavia, ci sono le difficoltà sul parquet che tutte le 22 squadre dovranno superare se vogliono davvero conquistare l’anello.


La strategia di Houston, che gioca praticamente senza lunghi, avrà successo nei Playoffs? La mancanza di pratica al tiro di Giannis danneggerà le chance di Milwaukee di spuntarla in un'eventuale Gara 7? Le due formazioni di LA sono abbastanza forti perimetralmente?


I Boston Celtics non sono esenti da domande di questo tipo. Sono uno dei migliori team della Lega, sia in attacco sia in difesa, e hanno il quinto record della NBA. Ma diversi sono gli ostacoli sulla strada che porterebbe allo stendardo numero 18 della franchigia.


1. Baby Hayward


Gordon Hayward è uno dei 13 giocatori che hanno fatto registrare almeno 17 punti, 6 rimbalzi e 4 assist di media questa stagione. 11 di questi sono All-Star, e l’ultimo è Karl-Anthony Towns.


Il parto della moglie di Hayward, Robyn, è previsto per settembre. Per cui il primo maschietto di casa Hayward dovrebbe nascere durante le Semifinali o le Finali di Conference. Non sarebbe proprio il momento ideale per assentarsi dal campo.


Ipotizzando che i pronostici vengano più o meno rispettati, contro le due franchigie avanti a lei nella classifica di conference Boston avrà bisogno di tutto l’aiuto possibile: specialmente quello di un’ala multidimensionale che innalza il profilo dei Celtics in entrambe le metà del campo. Nemmeno la squadra più completa potrebbe colmare un divario del genere senza risentirne. Tantomeno i bianco-verdi, la cui panchina è penultima nella Lega per punti segnati.


Anche se Boston portasse a Gara 7 ogni singola serie, i numerosi protocolli legati al Covid-19 (tra cui un test negativo per ogni giorno passato al di fuori della “bolla” e una quarantena di 4 giorni al ritorno) renderebbero incerta per Hayward la data del rientro (previsto appena dopo il parto) a Orlando e sul campo.


Ci sono cose più importanti del basket, su questo non si discute. Ma per quanto sia giustificabile la sua lontananza dal parquet in post-season, la squadra dovrà fare i conti per chissà quanto con l'evidente vuoto lasciato dall’assenza di Hayward sia in attacco sia in difesa.


2. Le dimensioni contano


Boston ha ottenuto ottimi risultati, nonostante i problemi che tradizionalmente affliggono le squadre senza “big men”. È quarta in termini di canestri fatti e subiti dagli avversari in area e sesta nelle stoppate per partita. Ma è troppo esposta in questo aspetto del gioco per ignorarlo.


Prendiamo per esempio la sconfitta in casa del 12 dicembre contro i Sixers. Joel Embiid ha fatto quello che voleva quella sera, mettendo 38 punti a referto con 12/21 dal campo e 12/14 dalla lunetta, conditi da 13 rimbalzi e 6 assist.


La mancanza di lunghi in maglia bianco-verde è stata fonte di preoccupazione per i Celtics tutto l’anno. Non hanno nessuno nel roster che vada oltre i 2.08 m, lacuna tradottasi nel dodicesimo posto NBA per rimbalzi e tiri liberi concessi. Le squadre con un frontcourt grosso abbastanza da causare veri problemi in area sono poche, ma ci sono - soprattutto ai piani alti della Eastern Conference.


3. L'attacco senza Kemba


Le qualità che hanno fatto di Kemba Walker un All-Star per quattro stagioni di fila rendono l’attacco dei Celtics uno dei migliori della Lega quando è in campo. La sua assenza, però, cambia tutto, specialmente perché manca chi tratta la palla nel roster: quando Kemba è in panchina, infatti, Boston diventa offensivamente una delle peggiori squadre delll’NBA.


FOTO: NBA.com

Con 19.3 minuti a sera, Brad Wanamaker è stata una delle costanti a sorpresa della rotazione di Brad Stevens, che lo ha messo in campo in 63 delle 64 partite della stagione. Ma il quasi 31enne, entrato in squadra senza passare dal Draft, non ha esperienza nei Playoffs ed è rischioso appoggiarsi troppo a lui.


A meno di un’esplosione improvvisa da parte di Carsen Edwards, l’unico altro possibile sostituto di Walker come playmaker è Marcus Smart. Se da una parte, però, Smart è una point guard molto arcigna in difesa, dall’altra l’attacco dei Celtics con lui in campo è penultimo per rapporto punti/possessi (108.5 ogni 100).


Tuttavia, l’assenza di Walker non è stata del tutto negativa per Boston questa stagione. Certo, l’apporto in attacco diminuisce, ma è anche vero che quando è sul campo gli avversari approfittano dei suoi 183 centimetri per segnare in media 6.2 punti in più rispetto a quando si trova in panchina. In ogni caso, qualunque possibile miglioramento in fase difensiva avrà relativa importanza nei Playoffs. I Celtics avranno bisogno di tutte le bocche da fuoco disponibili in una fase della stagione dove ci si suda ogni punto.


La crescente dipendenza da Kemba rende ancora più critici i momenti in cui si siede per rifiatare. Sono pochi minuti a partita, che però potrebbero costare caro se non vengono gestiti bene.


4. Hanno abbastanza “star power”?


Kemba Walker ha pochissima esperienza di post-season a curriculum, e ancora meno successi: solo due apparizioni nei PO in otto stagioni, entrambe conclusesi al primo turno.


Nel 2018, l’allora matricola Jayson Tatum contribuì in maniera importante all’inaspettata cavalcata di Boston alle Finali di Conference. Ciononostante, la sua recente consacrazione a stella di prima grandezza lo ha reso più visibile e quindi oggetto di un’intensità difensiva a cui potrebbe non essere ancora abituato.


Se c’è un fattore che più di ogni altro conta in una squadra da titolo, è la presenza di una o più star, o meglio ancora superstar (il cosiddetto “star power”). Di giocatori di spicco ce ne sono tanti, ma la stragrande maggioranza delle formazioni che hanno vinto un campionato NBA ci è riuscita grazie alle abilità sovrumane dei migliori della Lega.


La franchigia del Massachusetts non è proprio a secco sotto quest’aspetto: dopotutto, Tatum e Walker sono stati convocati all’All Star Game di febbraio, e al loro fianco ci saranno Gordon Hayward e Jaylen Brown, con quest'ultimo reduce da una Regular Season di alto livello fino al momento della sospensione.


Eppure, per quanto siano stati lodevoli i loro sforzi nel condurre Boston al terzo posto a Est, cominceranno la post-season con dei punti interrogativi che potrebbero condizionare le ambizioni dei Celtics di raggiungere le NBA Finals.




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