• Andrea Lamperti

4 punti di vista sulla trade-Kawhi


Il divorzio tra Kawhi Leonard e San Antonio Spurs è diventato realtà - finalmente, verrebbe da dire dopo la lunga, infinita "telenovela" iniziata durante l'off season dell'estate scorsa e durata, tra infortuni, rientri e assenze, fino alla giornata di oggi. Giornata in cui, secondo quanto riportato da Adrian Wojnarowski di ESPN, "Raptors e Spurs stanno finalizzando la trade", che sarà così strutturata: San Antonio riceve: DeMar DeRozan, Jakob Poeltl e una first round pick protetta 1-20 per il Draft 2019 (che diventerebbe nel caso second round nel 2020).

Toronto riceve: Kawhi Leonard e Danny Green.

Trattandosi di un affare che cambia - e non poco - le carte in tavola per la prossima stagione, per la prossima estate e per l'avvenire di tutte le parti coinvolte, dai giocatori alle rispettive nuove squadre, ecco i quattro punti di vista sulla clamorosa trade di cui inevitabilmente sentiremo parlare per i prossimi 12 mesi almeno.

1. Dal punto di vista di Kawhi Leonard

Dopo una lunga annata, segnata dai problemi fisici - il famoso infortunio al quadricipite, con annesse e altrettanto famose cure a New York, distanti dalla squadra impegnata nel frattempo nei Playoffs - e dai crescenti attriti con front office e staff tecnico degli Spurs, Kawhi esce dall'organizzazione più vincente (non solo in termini di risultati) del nuovo millennio.

Un'uscita che ha senz'altro del clamoroso, innanzitutto perché non siamo assolutamente abituati a vicende di questo tipo tra le mura di Gregg Popovich, RC Buford e soci; e poi perché ad oggi Leonard è uno dei cinque giocatori più ambiti dell'NBA, malgrado l'infortunio che lo ha tenuto fuori a lungo - ma qui entriamo in una zona d'ombra in cui è complicato addentrarsi, di cui abbiamo parlato nel nostro precedente approfondimento.

Essendo free agent nell'estate 2019, il californiano avrà diritto di scegliere quale maglia vestirà dopo i (primi di tanti, o no) 12 mesi con i Toronto Raptors. Secondo quando riportato dai rumors degli ultimi giorni, Kawhi sarebbe tutt'altro che entusiasta della possibilità di giocare nella franchigia canadese, con la quale sembra difficile ad oggi immaginare una ri-firma l'estate prossima (ma questa è la grande scommessa di Masai Ujiri, su cui torneremo al punto 3). Le sue destinazioni preferite, sempre secondo quanto riportato dalle consuete "league sources", sarebbero quelle della sua città madre, Los Angeles, con un particolare occhio di riguardo ai nuovi Lakers di LeBron James. Per questo proprio LA, più probabilmente sponda gialloviola (per la gioia di Magic Johnson e di tutti i tifosi della "Purple&Gold Nation"), rimane la destinazione favorita dal 2019/20 in avanti secondo la maggior parte degli insider NBA.

La questione economica, però, potrebbe giocare un ruolo nella scelta di Kawhi, che a luglio 2019 potrà decidere se firmare un nuovo contratto con Toronto oppure se cambiare casa. Un'eventuale permanenza in Canada gli garantirebbe la possibilità di siglare un accordo da cinque anni per un totale di 190 milioni di dollari, mentre tutte le altre 29 franchigie della Lega non potranno andare oltre ad un quadriennale da $141M. La speranza dei Raptors, come vedremo, è che anche questo possa convincere Leonard a rimanere.

2. Dal punto di vista di DeMar DeRozan

Se l'insoddisfazione di Leonard per il momento è "presunta", quella dell'ormai ex stella di Toronto è stata resa esplicita nelle ultime ore, quando ha manifestato tutta la propria frustrazione attraverso il profilo pubblico su Instagram. DeRozan, una volta informato da Masai Ujiri dell'operazione, ha sfogato tutta la propria delusione tramite delle "stories" sui social network ed in seguito ha contattato il fidato compagno di squadra Kyle Lowry per confrontarsi sull'accaduto, per cui DeMar si è sentito "tradito".

Soddisfatto o meno, comunque, approderà a San Antonio, alla corte di Gregg Popovich, con al seguito un contratto garantito fino al 2021 da $83M e una player option prevista per la stagione seguente. Troverà una franchigia che, alla luce di questa mossa, non sta iniziando una "ri-costruzione" a là Sam Hinkie (la cosa non ci sorprende, parlando degli Spurs), ma che comunque sembra distante dai vincenti fasti del passato. Soprattutto per via di un situazione poco flessibile dal punto di vista del salary cap, come vedremo nel punto 4.

3. Dal punto di vista di Masai Ujiri

La grande scommessa.

Se quella dei Thunder di Sam Presti dell'estate scorsa alla fine ha pagato, con Paul George che ha deciso di ri-firmare con OKC, sarà la storia a dire se Masai Ujiri, President of the Basketball Operations dei Raptors, avrà fatto l'affare o meno. Come detto Toronto potrà mettere sul tavolo più soldi (e anni) di tutti gli altri nella prossima estate. E si potrà giocare in questi 12 mesi le proprie carte.

In primis, ovviamente, la posizione di rilievo nella Eastern Conference. Dopo 9 stagioni "di proprietà" di LeBron James, infatti, i Playoffs ad Est dell'anno prossimo vedranno i Raptors tra le principali favorite insieme a Boston e Philadelphia. E un'eventuale accesso alle tanto attese ed inseguite NBA Finals potrebbe garantire ai canadesi il necessario "appeal" per convincere Kawhi a rimanere. O almeno questo si augurano. Una prospettiva eventuale che potrebbe aprire diversi spiragli nella prossima estate, in cui l'obiettivo di Ujiri e soci sarà quello di allestire un superteam competitivo per il titolo, o quantomeno per confermarsi nella Eastern Conference; in cui le rivali non mancheranno - soprattutto, come detto, Celtcs e Sixers - ma che sicuramente non sembra "inaccessibile" quanto i vertici della WC.

Toronto per arrivare a Leonard ha dovuto sacrificare Poeltl, nona scelta al Draft 2016 e protagonista di una importante crescita nella scorsa Regular Season; il lungo austriaco sarà ancora per due anni dentro al contratto da rookie, ovviamente molto vantaggioso. Ha invece acquisito Danny Green, veterano utile tanto nell'ottica di essere competitivi per questa stagione - parliamo di un 3&D prezioso nel basket di oggi - quanto dal punto di vista salariale - il suo contratto da $10M andrà in scadenza tra 12 mesi, quando per Toronto la flessibilità sarà fondamentale quantomeno come "paracadute" in caso Kawhi decidesse di andare altrove.

4. Dal punto di vista di RC Buford

Una superstar con tre anni di contratto, un giovane da sviluppare e una scelta (seppur di relativo valore): gli Spurs, alla fine, hanno ottenuto quello che potevano, considerando quanto la situazione di Leonard fosse compromessa e la sua imminente free agency.

Nelle ultime settimane si era parlato di una possibile trade con i Lakers, che avrebbe portato in Texas diversi giovani da cui ripartire come Kuzma e/o Ingram e/o Ball e/o Hart. E si era detto che fosse intenzione di RC Buford inserire in un'eventuale scambio, con i giallo-viola o altri (Sixers su tutti), Patty Mills e forse anche Pau Gasol. Nessuna delle due ipotesi, alla fine, si è avverata.

La trade con Toronto per i nero-argento chiarisce l'intenzione di dare una direzione al dopo-Kawhi che non passi da un lungo processo di ricostruzione dalle fondamenta, che sembrava in ogni caso poco probabile in quelli che realisticamente saranno gli ultimi anni di Popovich: con DeRozan e LaMarcus Aldridge, San Antonio ha dei punti fermi su cui costruire le prossime stagioni.

Non abbastanza, almeno apparentemente, per essere davvero competitivi, soprattutto in una Western Conference di livello quasi proibitivo. E a maggior ragione con un salary cap intasato dai contratti di Gasol (2 anni, $33M) e Mills (3 anni, $37M), e dunque con un limitato margine di manovra nelle estati a venire, considerando ovviamente anche i 72 milioni garantiti ad Aldridge e gli 83 a DeRozan fino al 2021. Portare a casa scelte di maggior valore e giovani dalle importanti prospettive poteva sembrare una scelta migliore, quantomeno più lungimirante, per gli Spurs. Il tipo di pacchetto acquisito può infatti far storcere il naso, anche se il confronto con i "rumors" sarebbe da evitare, anche se DeRozan è un All-Star e anche, anzi soprattutto, perché bisogna sempre ricordarsi della situazione a dir poco scomoda in cui versava (e versa tutt'ora) Leonard.

Non è la prima volta quest'estate (come abbiamo visto nel nostro precedente approfondimento) in cui ci ritroviamo sorpresi, e in parte forse anche perplessi, di fronte alle mosse di RC Buford. Ma sarà il campo a dire se il miglior General Manager degli ultimi 20 anni avrà avuto ancora una volta ragione.


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