• Andrea Lamperti

5 considerazioni sulle prime 48 ore di NBA nella bolla


FOTO: NBA.com

Ci siamo chiesti per mesi che aspetto avrebbe avuto questa NBA “pandemizzata” dentro la bubble di Disney World. Come si sarebbe presentato ai nostri occhi questo “Whole New Game”.


Ci siamo chiesti in che forma e condizione fisica avremmo ritrovato squadre e giocatori, uno ad uno. Utilizzando criteri e arrivando a conclusioni spesso contrastanti tra loro - del resto, chi mai aveva sperimentato uno stop forzato di quasi cinque mesi causa pandemia, e un ritorno all’attività in un contesto simile?


Dopo le gare di preparazione, che hanno messo i primi minuti di gioco nelle gambe dei giocatori, giovedì sera l’NBA ha ripreso ufficialmente la Regular Season 2019/20. Due seeding games nella prima serata e sei in quella successiva.


Quali riposte sono emerse, a seguito di tante domande, nelle prime 48 ore di NBA nella bolla di Orlando?


1. L’impatto col “nuovo” Gioco e la potenza del messaggio sociale

L’atmosfera nella bolla, per come arriva sui nostri schermi, è permeata della situazione drammatica che il Mondo e in particolare gli Stati Uniti hanno vissuto e stanno vivendo in questi mesi. Ne avevamo avuto un assaggio durante gli scrimmage della scorsa settimana, ma l’impatto di una gara ufficiale è diverso.

“Non c’è l’energia del pubblico, quindi l’energia può venire solo da noi giocatori”, ha detto Joakim Noah.

Arene vuote con tifosi “virtuali”, panchine a scacchiera con ampi distanziamenti, mascherine, divisori in plexiglass davanti agli ufficiali di gara, musica e rumori artificiali per riprodurre il pubblico. Silenzio.

Riuscire a riprendere la stagione con queste tempistiche e queste misure di sicurezza è stato uno sforzo organizzativo collettivo per certi versi miracoloso da parte della lega e di tutti gli addetti ai lavori, in campo e non. Ma si è inevitabilmente ripartiti con un’immagine sbiadita dell’NBA, e gli occhi dello spettatore hanno ora bisogno di un periodo di “rodaggio” per abituarsi a tutto questo.



La stagione era stata sospesa l’11 marzo, con la prima positività al Covid-19 di Rudy Gobert e con tutto il dibattito che aveva fatto seguito alla condotta - non certo impeccabile - del francese. Ironia della sorte, la prima partita, Jazz-Pelicans, si è aperta con un and-one proprio del centro di Utah ed è stata risolta nel finale con una giocata della coppia Mitchell-Gobert.

La coincidenza ha riportato l’attenzione sulla vicenda di cui il due volte DPOY è stato protagonista quasi cinque mesi fa, sulla spaccatura creata dal suo comportamento nello spogliatoio dei Jazz e in particolare con Donovan Mitchell. In qualche modo, quindi, anche subito dopo la prima palla a due ci si è ritrovati a parlare della crisi-Coronavirus prima ancora che di basket giocato.

Così come il virus, inevitabilmente sullo sfondo di ogni fotogramma in arrivo da Orlando, anche l’altro grande nemico che gli Stati Uniti (e non solo) stanno combattendo in questo delicato momento storico - il razzismo - è al centro dell’attenzione e domina l’atmosfera.



Visivamente, innanzitutto. Le immagini di giocatori e staff inginocchiati durante l’inno nazionale (con l’eccezione di Jonathan Isaac) sono forti. L’NBA, con la scritta “Black Lives Matter” al centro del campo e i tantissimi incisivi “promemoria” di questa tematica (gli slogan al posto dei nomi sulle maglie, le targhette sulle divise degli allenatori, i contenuti trasmessi in TV, streaming e attraverso la comunicazione digitale), ha preso posizione con enorme risolutezza in campo politico e sociale.

È una NBA fortemente schierata, ispirata dall’Associazione Giocatori (e non solo) e intenzionata a sfruttare il proprio enorme seguito per amplificare a livello globale la portata di un messaggio. Come promesso da diversi atleti della NBPA, non si è voluto permettere che si tornasse a parlare solo del “chi-ha-fatto-cosa” in campo. Ed è solo premesso questo, che anche noi torniamo a parlare di pallacanestro.


2. Il fattore-AD e la corsa contro il tempo dei Clippers

Il protagonista dei due possessi decisivi nel finale della sfida più attesa della prima notte, quella tra Lakers e Clippers, è stato LeBron James; ma l’uomo decisivo nella vittoria dei giallo-viola, la 50esima stagionale, è stato ancora una volta Anthony Davis.


Il suo impatto sul quarto atto della “Battle for L.A.” è stato totale. In entrambe le metà campo, per tutta partita. Quando schierato nella lineup senza Dwight Howard e JaVavale McGee, quindi da 5, AD ha garantito a Frank Vogel la solita straordinaria versatilità difensiva, permettendo - anche contro le stelle di Doc Rivers - di cambiare su tutti i blocchi e a ogni distanza dal canestro.


Offensivamente, poi, è letteralmente incontenibile (17 tiri liberi tentati) quando può attaccare con spazio libero dentro l'area e alle spalle del suo difensore; o quantomeno lo è sembrato per questi Clippers, che malgrado la profondità del proprio roster non hanno trovato per ora alcun rimedio efficace contro The Brow. Giovedì ha tirato 4/5 sul campo e segnato 12 punti nei (relativamente pochi) minuti con questo assetto, chiudendo la partita con 34 punti, 8/19 al tiro e 16/17 in lunetta.

In stagione con la small-ball lineup ha tirato con percentuali incredibili: 59.4% da due (+4.2% rispetto alla sua media totale) e 38.0% da tre (+4.3%). Auspicabilmente, nonostante il contributo di Howard e McGee sia importante, i Lakers cavalcheranno sempre di più questo quintetto in post-season.



Ora LeBron, AD e compagni avranno sette partite che, grazie al margine di 6.5 W sui Clips in classifica, dedicheranno interamente al raggiungimento della miglior condizione fisica, tecnica e mentale possibile in vista della corsa al titolo.

La squadra di Doc Rivers, d'altra parte, ha perso una partita in cui ha avuto un contributo importante e diverse fiammate da parte di Kawhi Leonard e Paul George. Questo, però, non dovrebbe preoccupare eccessivamente Doc, che offensivamente ha avuto poco o niente da diversi role player, e soprattutto non poteva contare su quello che davvero li ha resi speciali in questa stagione: il clamoroso impatto dalla panchina di Lou Williams e Montrezl Harrell.

I Clippers sulla carta sono attrezzati più di qualunque altra contender, ma in campo sembrano ancora distanti dal proprio potenziale. Più di quanto lo siano Bucks e Lakers.


Con la stagione che si è interrotta bruscamente a marzo, e soprattutto dopo le aggiunte al roster di Marcus Morris e Reggie Jackson, i Clippers hanno interrotto il proprio (tortuoso) processo di ricerca e definizione di un’identità. Basteranno queste due settimane per arrivare ai Playoffs con qualche sicurezza in più?

3. (Non) Riprendere da dove ci eravamo lasciati

Durante la pausa dell’NBA due dei giocatori più “chiacchierati” sono stati senza dubbio Giannis Antetokounmpo e Jayson Tatum. Il primo favorito per l’MVP e pretendente al titolo con i suoi Bucks; il secondo protagonista di un periodo di forma clamoroso a cavallo dell’All-Star break e sempre di più il volto di questi Celtics.

Nella partita tra Milwaukee e Boston di ieri, il greco ha ripreso sostanzialmente da dove aveva lasciato, con una prestazione da 36 punti (16 nell’ultimo quarto), 15 rimbalzi, 7 assist e il 70% al tiro. Una prestazione da MVP contro una delle migliori cinque difese dell'NBA. Per Tatum, invece, serata nera: 2/18 dal campo e 5 punti in 32 minuti.



Soprattutto grazie all’impatto di Marcus Smart dalla panchina, Boston è riuscita ad arrivare a giocarsela nel finale contro i Bucks, malgrado un Tatum completamente fuori dalla partita. E questa è un’ottima notizia per Brad Stevens, che difficilmente di qui al termine della stagione avrà un’altra partita così da parte della sua giovane stella.


Ennesima conferma, invece, per Milwaukee, indiscussa favorita nei Playoffs della Eastern Conference.

4. The Western Conference is back!


C’è molta curiosità intorno ai Playoffs che disputeranno Houston e Dallas, due delle squadre più interessanti e divertenti della Western Conference.

I Rockets sono reduci dalla rivoluzione della trade deadline e vogliono confermare le buone impressioni lasciate nelle prime uscite dopo la trade-Capela; i Mavs si presentano con numeri da record a livello offensivo (115.9 Offensive Rating, primi dell’NBA proprio davanti alla squadra di Mike D’Antoni) e sono indicati da molti come possibile sorpresa di Disney World.


Per Houston potrebbe essere l'ultima occasione. Per il nuovo corso di Dallas, invece, è sostanzialmente il primo ballo. Prima di ogni altra cosa, però, sono due delle squadre con le coppie più elettrizzanti dell’NBA. E ci siamo ricordati tutti perché nella prima gara ufficiale all'interno della bubble.



Luka Doncic e Kristaps Porzingis hanno concluso la partita contro i Rockets mettendo a referto 67 punti e prendendo 53 tiri dal campo, sostenuti a lungo da un pazzesco Trey Burke (31 punti e 8/10 da tre al debutto coi Mavs). Dall’altra parte, 80 punti per il duo composto da James Harden (49!) e Russell Westbrook.


La squadra di Mike D'Antoni - così come il tecnico stesso - sembra allo stesso tempo quella che ha più da guadagnare e più da perdere, in questa ripresa della stagione. Alte aspettative e forti pressioni interne, ma allo stesso tempo un roster con dei limiti e al centro di una rivoluzione arrivata alla sua forma più estrema ma interrota sul nascere. Le ottime cose viste prima della sospensione possono trovare conferma in un'eventuale serie Playoffs contro le superpotenze di LA?

In tutto ciò, ieri contro Dallas ne è venuta fuori una partita decisamente divertente, vinta 153-149 da Houston dopo tempi supplementari - raggiunti grazie a un tap-in di Robert Covington (il 5 di Mike D'Antoni, del resto...) a 3 secondi dalla fine.


5. La prima scossa nella volata a Ovest

Altra gara finita all’overtime - e sicuramente la miglior partita, anche considerata l’importanza, tra le 8 disputate - quella tra Blazers e Grizzlies, rispettivamente nona e ottava a Ovest.


Vittoria di Portland 140-135, grazie al vantaggio (+11) acquisito nella prima metà dei tempi supplementari: ridotto il distacco da Memphis in classifica a 2.5 vittorie. 33 e 29 punti per i soliti Lillard e McCollum, sostenuti da un Carmelo Anthony da 21 punti e sprazzi “vintage” nel clutch time. Dall’altra parte, un entusiasmante Jaren Jackson da 33 punti e 6/15 da tre.

Blazers e Grizzlies si rivedranno nello spareggio per i Playoffs? Tutt’altro che improbabile. E, per quanto visto ieri in campo, non sarebbe così male...



Nel frattempo, nell’altro scontro diretto a Ovest tra Kings e Spurs, vittoria di San Antonio - malgrado un De’Aaron Fox che si è presentato nella bolla con il proprio career high, 39 punti. I texani si avvicinano così a Memphis e scavalcano New Orleans, che ancora una volta ha sprecato nel finale una partita guidata a lungo, e poi persa, contro i Jazz. A Ovest può succedere di tutto.



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