• Andrea Lamperti

5 pensieri su una (possibile) strana estate con l'NBA


FOTO: NBA.com

Non riesco a non pensare a come sarà un’estate in compagnia del Coronavirus, sì, ma prima ancora (almeno nei miei pensieri) dell’NBA.


L’incertezza regna ancora sovrana, con un’epidemia che negli Stati Uniti ha sfondato la soglia del milione di contagi certificati; e nessuno, oggi, ha idea di come saranno i prossimi mesi e della piega che prenderà la stagione NBA 2019/20.


La possibile apertura (inizialmente per workout individuali) di alcune team facilities a partire dall’8 maggio, in quegli Stati in cui si è reso possibile l’allentamento di alcune restrizioni, è ancora oggetto di discussione per la Lega, per le 30 organizzazioni e ovviamente anche per l’Associazione Giocatori e gli atleti che rappresenta.


Il commissioner Adam Silver, dopo aver detto il mese scorso che non avremmo avuto nuove prima di maggio, ci ha tenuto a precisare che non necessariamente sapremo qualcosa di più già nei prossimi giorni.

“Attualmente non siamo nella posizione di prendere una decisione sulla possibile ripresa della stagione 2019/20. L’obiettivo ovviamente è ricominciare appena possibile, ma ci atteniamo ai dati che ci comunica il Governo e le autorità sanitarie, per cui non è ancora chiaro quando saremo in grado di prendere una decisione. In ogni caso, la sicurezza dei giocatori, dei dipendenti e di tutte le persone coinvolte verrà prima di tutto. Quando dissi che probabilmente saremmo stati in grado di prendere una decisione entro maggio, non intendevo dire che avremmo semplicemente dovuto attendere il primo giorno del mese per avere una risposta...”

Come si evince chiaramente da queste parole e come prevedibile considerando l’andamento - tutt’altro che prevedibile, purtroppo - dei contagi del Covid-19, la situazione è ancora incerta e non è da escludere che lo resterà ancora per qualche tempo. Ma, diciamocelo... l’NBA è tornata stabilmente al centro dei nostri pensieri, ammesso che per qualcuno ne sia uscita. L’attesa e la curiosità per come potrebbe andare a finire questa (stranissima) stagione crescono. Sarà l’effetto provocato dall’uscita di “The Last Dance”, che ci ha fatto tornare quella fame di palla (ed emozioni) a spicchi; sarà che le prime ipotesi avanzate da Brian Windhorst (ESPN) per la ripresa della stagione ci hanno fatto sognare una (ancora: stranissima) estate insieme agli NBA Playoffs; sarà che dopo 50 giorni senza basket... un po' mi sento chiuso in casa da (approssimativamente, dividendo le giornate in porzioni da 24 secondi) 4 milioni e mezzo di possessi offensivi.


Insomma, saranno tutti questi motivi messi insieme o anche solo l’amore per il Gioco, ma passare le nostre notti sul League Pass e le nostre mattine sui boxscore ci manca. E stiamo collettivamente passando dalla fase del rimpianto a quella dell’attesa.


Ovviamente nessuno, probabilmente neanche chi è ai vertici della Lega, in questo momento potrebbe predire con certezza se, quando e come si riprenderà al stagione sospesa lo scorso 11 marzo. Ma lo scenario più realistico che si sta facendo largo è quello di una ripresa degli allenamenti durante il mese di maggio e una conseguente ripartenza della stagione entro metà giugno. Con un’infinità di “se”, di “ma” e di asterischi, ancora tutti da declinare.


Un’estate con l’NBA? Qualcosa di decisamente nuovo e intrigante, che inevitabilmente desta curiosità - anche se mai avremmo voluto trovarci in una situazione del genere. Ed ecco, quindi, una serie di pensieri che sono emersi quando ho provato a immaginarmi i prossimi mesi in compagnia della Lega, che ci manca (quasi) più degli affetti più cari e delle libertà personali che il virus ha piegato al ritmo dei contagi.


1. La Lega sotto l’ombrellone (si fa per dire...)


A prescindere, nell’ordine, dal ritmo dei contagi e dai decreti del Governo italiano, per noi l’estate 2020 sarà molto diversa da tutte le altre. Presenti, future (si spera) e anche rispetto a come immaginavamo luglio e agosto soltanto qualche mese fa. Andremo al mare? Sì, no, forse, con limitazioni, distanziati… Chissà. Molto probabilmente, in ogni caso, la maggior parte di noi non varcherà i confini nazionali. Niente Lonely Planet, niente zaino in spalla, niente mete esotiche.


rà tutto così strano che a molti di noi non sembrerà neanche un’estate, quasi. E tra i motivi che ci porteranno, con la mente, ad altri periodi dell’anno, ci potrebbero essere anche i Playoffs NBA. Ovvero, la primavera per eccellenza.


“Sogni primaverili”, si dice spesso per descrivere le ambizioni di una contender. Non nel 2020. Ammesso che si torni a giocare, quest’anno ci troveremo a dire che Lakers, Clippers, Bucks e tutte le altre pretendenti al titolo avranno... sogni estivi, con tutto quanto di shakespeariano a riempire i più banali titoli dei giornali.


E noi? Chissà se saremo in vacanza, al mare, in montagna, a lavoro (non scapperemo neanche quest’anno da sbadigli e occhiaie che tradizionalmente riserviamo a metà giugno ai nostri capi e colleghi?) o chissà dove, durante le eventuali NBA Finals 2020. Chissà come sarà viverle in un altro momento dell’anno.


2. Sì, ma... dove, quando, come?


A prescindere da dove saremo noi e da come vivremo questo unicum nella storia della Lega, gli interrogativi oggi riguardano lo svolgimento delle suddette partite.


Se si disputerà o meno, e come, quel che è rimasto della Regular Season (meno di 20 partite) è ancora un interrogativo da sciogliere. Se ci sarà il tempo e il modo di garantire uno svolgimento della stagione il più possibile “normale”, sarà chiaramente una priorità per la Lega.


La sensazione è che, RS o meno, la stagione NBA a (metà/fine?) giugno potrebbe davvero ripartire, nell’auspicabile caso in cui l’allentamento delle restrizioni non dovesse causare un tracollo dal punto di vista dei contagi del Covid-19. Dunque, una realistica tabella di marcia potrebbe prevedere il completamento della stagione regolare a cavallo tra giugno a luglio, subito dopo l’inizio dei Playoffs. E quindi, andando a spanne, le NBA Finals più o meno a Ferragosto. Che strano - non riesco a togliermelo dalla testa.


FOTO: The Spun

Il tutto, inoltre, prevedendo un calendario molto serrato. Che concederà poco riposo: back-to-back in post-season non ne abbiamo mai visti, ma teniamoci pronti; e che, sempre per accorciare i tempi, potrebbe anche prevedere degli “alleggerimenti” del programma grazie a serie al meglio delle 5 gare (almeno nei primi turni), ad esempio.


Un’altra assoluta priorità, ovviamente, sarà azzerare gli spostamenti. Per una questione di tempistiche e di sicurezza, in primis. Ma non solo, considerando che per ogni gara che si disputerà sarà necessario un “dietro le quinte” da non sottovalutare per ospitare tutti gli addetti ai lavori (giocatori, staff tecnici, TV), sterilizzare gli ambienti, prepari impianti e strutture...


L’ipotesi che va per la maggiore è la scelta di un’unica location per tutto ciò. Si è parlato di Las Vegas, città dei peccati e delle tentazioni, ma anche di un’infinità di strutture alberghiere di lusso e spazi adatti a un programma tanto “ingombrante”; si è parlato anche del Walt Disney World Resort di Orlando, non proprio lo scenario che ci saremmo aspettati magari, ma una possibilità concreta secondo quanto riportato da Shams Charania (The Athletic). Una discriminante decisiva sarà l’andamento nel virus nelle relative aree.


Per quanto mi riguarda, si potrebbe giocare al Madison Square Garden, alle Hawaii o nella Death Valley, ma dovunque sia, non riuscirò a distogliere lo sguardo dagli spalti vuoti. Inevitabilmente, le gare saranno tutte a porte chiuse.


FOTO: Celtics Blog

Se la sola idea di un posto a sedere vuoto, in una gara di Playoffs, mi suonava strana, normalmente... figurarsi un palazzo completamente vuoto, in cui le voci di giocatori e allenatori fanno eco, in cui dopo un parziale di 10-0 per la squadra “di casa” (già, anche il fattore-campo sarebbe una bella questione da indagare) regna il silenzio, in cui un “and-one” o un buzzer beater non scatenano il pandemonio sugli spalti.


Sarà strano, e lo sarà non solo per noi spettatori. Anzi, lo sarà soprattutto per i giocatori. Sia per il lungo e inatteso periodo di inattività, sia per il contesto surreale in cui avranno luogo le partite. Secondo alcuni, come Eric Gordon dei Rockets, “sarà la chimica di squadra a fare la differenza”. LeBron James ha recentemente parlato di quanto sarà difficile, per atleti avanti con l’età, non subire un contraccolpo fisico per via dello stop forzato. Dāvis Bertāns, uno dei migliori shooter in questa stagione NBA, ha invece risposto, a chi gli chiedeva come sarà, che “a questo livello è una questione mentale, non di ripetizione del gesto”.


Insomma, idee e pareri diversi, che per ora non sono niente più che ipotesi. Per un semplice motivo: non è mai successo niente del genere e nessuno sa davvero come sarà tornare a giocare.


3. L’ombra degli infortuni


Una questione che a molti fan potrebbe sfuggire, ma non certo alla Lega e (figurarsi) alla National Basketball Players Association, è il fatto che tutto ciò - dallo stop al concentrato di gare - potrebbe rappresentare un pericolo per gli atleti che scenderanno in campo. Un tema che ha fatto emergere il presidente della NBPA, Chris Paul (e chi se no?), focalizzandosi sull’importanza della tutela dei giocatori. Con un tono abbastanza minaccioso (e come, se no?).

“Non sappiamo se effettivamente la NBA stia valutando delle soluzioni del genere (in merito alle ipotesi di ripresa della stagione, ndr). Se così fosse, la nostra risposta sarebbe, ovviamente, no. Non possiamo mettere in pericolo gli atleti. Pochi allenamenti potrebbero portare a tanti infortuni. Penso che siamo noi, ora, a dover dare indicazioni in merito alla Lega: siamo noi quelli che scendono in campo. Mi fa piacere vedere che tutti vogliano tornare a giocare, ma al primo posto c’è la salute di giocatori, tifosi, dirigenti e famiglie coinvolte.”

Un punto di incontro tra le esigenze di tutte le parti in causa, tenendo ovviamente salda l’assoluta priorità di non abbassare la guardia di fronte alla pandemia, sarà da trovare. E non sarà semplice.


Prevenzione degli infortuni e tutela dell’atleta a parte, la questione è interessante anche dal punto di vista dello stravolgimento degli equilibri cui potrebbero essere esposti i Playoffs, eventualmente, con il rientro in campo di alcuni giocatori infortunati che, in circostanze normali, avrebbero saltato la post-season 2020. Su Around the Game abbiamo parlato in questo articolo, squadra per squadra, di diversi nomi importanti che potrebbero tornare a sorpresa.


Il mio pensiero, tra gli altri, va inevitabilmente a Kevin Durant. E se per caso potesse tornare, e potessimo vederlo in campo insieme a Kyrie Irving, a un certo punto? A chissà quale punto (Nets permettendo) e in chissà quali condizioni (ce lo chiediamo da mesi), certo, ma... parliamo di Kevin Durant.



Il suo manager, Rich Kleiman, definisce questa prospettiva “irrealistica” e dichiara, anzi, di “non averne neanche parlato con Kevin”. Certo, la sua positività - seppur asintomatica - al Coronavirus e le difficoltà logistiche di questo periodo avranno senz’altro rallentato la sua riabilitazione; e il suo sarebbe un rientro decisamente insolito, in una situazione di enorme pressione, per un giocatore della sua importanza e dopo un infortunio del genere.


KD, però, era presente nella lista “preliminare” di 44 giocatori stilata due mesi fa da Gregg Popovich per il roster di Team USA, in vista di Tokyo 2020. L’Olimpiade è poi stata rinviata, ma per la Nazionale americana la prima partita ufficiale sarebbe stata nell’ultima settimana di luglio. Coach Pop dichiarò che Durant sarebbe stato convocato “solo se al 100% delle condizione”.


Soltanto il suo inserimento nella lista preliminare di marzo (tenendo a mente anche che un All-Star come Trae Young non ne ha fatto parte) ha suggerito una chiara ipotesi. Ovvero, che Durant potesse essere pronto per il camp di Team USA a luglio, forse.


"Irrealistico"? Sicuramente suggestivo.


4. La stagione col più ingombrante * di sempre


1998/99, 2011/12: cosa rievocano in ogni appassionato di NBA, quelle annate? Lockout. E conseguente asterisco sulla stagione.


Mi chiedo: come potremmo ricordare questa stagione, tra qualche anno? Sospesa a inizio marzo, a un mese dalla “primavera”, e conclusa (si spera) in estate dopo un lungo stop. Con un finale di Regular Season che sarà, nella migliore delle ipotesi, molto strano; e soprattutto dei Playoffs a porte chiuse.


Senza pubblico.

Senza passione, senza emozione.


Chiunque abbia mai visto una partita a porte chiuse sa che ci si sente come se ci avessero privato della magia del Gioco. Provo a immaginare, pensando ai Playoffs 2019, ad alcuni momenti e proiettarli nel freddo silenzio di un’arena vuota. Il buzzer beater di Damian Lillard contro OKC, o quello storico di Kawhi Leonard contro i Sixers - per fortuna non riesco neanche a immaginarli.


Dobbiamo metterci il cuore in pace, però: non ci sarà pubblico, ovviamente. Ciò nonostante, ho la sensazione che l’NBA farà di tutto, nel caso, per regalare - prima di tutto a sé stessa - un evento VICINO alle persone. In qualche modo, una Lega che ha sfondato ogni confine sarà in grado di entrare davvero nelle case dei tifosi, e farli entrare virtualmente nell’arena.


A prescindere da come l’NBA cercherà di creare un evento più vicino possibile alle persone, comunque, quell’asterisco sarebbe per sempre associato a questa stagione, nel momento in cui venisse portata a termine. Ma sarebbe pur sempre meglio, molto meglio (per tutti) che una stagione non conclusa.


5. Ripartenza a Natale?


Facendo delle proiezioni (per quanto spannometriche) basate sulla fine delle Finals nella seconda metà di agosto, possiamo immaginare, nell’ordine, NBA Draft, inizio free agency e poi Summer League a partire da metà settembre.


Se l’NBA decidesse di non accorciare i tempi della prossima offseason - strada che potrebbe essere intrapresa, considerando l’attuale situazione – l’opening night della Regular Season 2020/21 potrebbe essere a metà/fine dicembre. Con ogni probabilità, a quel punto, a Natale.


La "Christmas Opening Night"? Senz'altro un’ipotesi accattivante, che accontenterebbe molte parti in causa, ma che inevitabilmente si ripercuoterebbe sullo svolgimento della stagione stessa. Significherebbe, infatti, dover accorciare (di nuovo?) la Regular Season o comunque condensare il calendario: finire con tempistiche "normali" la stagione, considerando le Olimpiadi dell'estate 2021, sarà una necessità.




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