• Andrea Lamperti

5 riflessioni obbligatorie sull'affare-DeMarcus (e sull'NBA)


Un affare a dir poco clamoroso quello ufficializzato nella notte da Shams Charania (Yahoo!), di cui si discuterà inevitabilmente fino all'inizio, anzi alla fine della prossima stagione. DeMarcus Cousins si è infatti unito alla squadra bi-campione NBA in carica e ad uno dei team più forti di tutti i tempi, con un contratto assolutamente "economico" per la franchigia - diciamo così - da 5.3 milioni di dollari.

Consideriamo che abbiamo lasciato il basket giocato con una serie di NBA Finals terminata per 4-0: sweep, repeat e terzo titolo in quattro anni. Vero, i Rockets sono andati vicini all'eliminazione della squadra di coach Kerr nelle scorse finali di Conference (se solo Chris Paul fosse stato sano per G6 e G7, chissà se staremmo parlando della stessa storia...) e il roster dovrebbe essere più o meno lo stesso nel 2018/19; vero, i Lakers hanno portato a Los Angeles il free agent numero uno, LeBron James, proveranno a prendere Kawhi Leonard prima possibile e in ogni caso faranno davvero sul serio nei prossimi anni; vero, guardando ad Est abbiamo fiducia nei giovani, talentuosi e più-che-credibili nuclei di Boston Celtics e Philadelphia 76ers. Tutto questo è vero e sì, l'NBA non ci annoierà neanche l'anno prossimo. Ma dopo Kevin Durant, aggiungere anche DeMarcus Cousins al roster già fenomenale a disposizione di Steve Kerr, per intenderci a Steph Curry, Klay Thompson e Draymond Green... Verrebbe da chiedersi: e poi?

"Adam Silver has agreed to a Mid-Level Exception with Golden State, League sources tell ME" - ha commentato Enes Kanter, aggiungendo un fotomontaggio del commissioner in maglia Warriors, tramite il proprio profilo Twitter (Kanter, tra l'altro, ha appena firmato la propria player option per la prossima stagione a quasi quattro volte tanto rispetto a Cousins). Effettivamente la battuta del giocatore turco - che probabilmente gli costerà una sanzione economica da parte dell'NBA - non è poi così fuori luogo, perché nella notte la NBA ha visto formarsi definitivamente nella propria Western Conference un superteam che, adesso sì, non ha davvero alcun precedente nella storia del Gioco. E su cui ci sentiamo in dovere di fare alcune considerazioni.

1. La scelta di Boogie

Le "rinunce" economiche di Kevin Durant e la sua decisione di unirsi alla squadra già in precedenza più forte del Mondo (ma comunque sconfitta nelle Finals 2016) avevano fatto e fanno tutt'ora discutere gli appassionati NBA di tutto il mondo. In ogni caso KD ha appena firmato per la prossima stagione a 30 milioni di dollari circa: meno di quanto potrebbe, d'accordo, ma parliamo pur sempre di un contratto molto importante e che logicamente ha un peso non da poco nel salary cap di Golden State.

Cousins invece ha accettato una Mid-Level da $5.3M, ovvero tutto quello che la franchigia della Baia californiana aveva da offrire: letteralmente una miseria (che Dio ci perdoni per questo), se pensiamo al valore sul campo di un quattro volte All-Star come lui. Giusto per dare una proporzione economica e un termine di paragone alla cosa, una delle principali contender ad Ovest, i Lakers, hanno firmato ieri con la stessa MLE da circa 5 milioni Lance Stephenson, poi Rajon Rondo con un contratto da 9 milioni in un anno e infine Kentavious Caldwell-Pope (one-year-contract, $12M); JJ Redick ha strappato 12 milioni circa ai Sixers, Trevor Ariza 15 ai Suns, Rudy Gay 10 agli Spurs, Hezonja 6.5 ai Knicks... e questi sono solo alcuni contratti tra quelli che sono stati/saranno elargiti, tutti della durata di un anno e ben più onerosi rispetto a quanto appena sottoscritto da DeMarcus... e non certo per giocatori del suo livello.

I guadagni di DeMarcus Cousins nella sua carriera NBA dal 2010 (nel Draft fu la scelta n.5 dei Kings) ad oggi, inclusa la prossima stagione con Golden State.

Perché, quindi, ha accettato questo contratto? Come possiamo vedere, Cousins aveva percepito cifre ben diverse in precedenza. Prima dell'infortunio al tendine d'Achille che lo ha colpito il 26 gennaio scorso, DMC sembrava prossimo alla free agency in cui avrebbe ottenuto un max contract - se firmato con New Orleans, da $180M in 5 anni. Altre squadre potenzialmente interessate, oltre ai Pelicans, sembrava ci fossero, Mavericks (prima della firma di DeAndre Jordan) e Wizards in prima fila. L'infortunio, poi, ha cambiato le carte in tavola.

AJ King sostiene che "Boogie ha ricevuto ZERO OFFERTE (!!!!!!!!) e ha deciso di fare una chiamata a Bob Myers". Quel che è sicuro, come confermato anche da Adrian Wojnarowski, è che molte franchigie con spazio salariale non si sono interessate a lui - in parte per il grave infortunio al tallone da cui rientrerà tra ottobre e dicembre, in parte per il temperamento non sempre mite (usiamo un eufemismo) del ragazzone dell'Alabama e infine perché non tutti, forse, erano convinti che valesse davvero un max contract prima di vederlo di nuovo in campo. L'unica franchigia a farsi avanti erano stati i Portland Trail Blazers, che avevano cercato di sbloccare la propria (non entusiasmante) situazione mettendo sul tavolo una sign-and-trade che avrebbe potuto portare Cousins al fianco di Lillard e McCollum.

"Non è arrivata nessuna offerta significativa nelle prime ore della free agency, ma ero pronto a questo dopo l'infortunio a gennaio", ha spiegato DeMarcus a The Undefeated (ESPN). E dunque la scelta di firmare per gli Warriors. Di giocare in un "supersuperteam" e di avere enormi chance nella corsa al Larry O'Brien 2019, certo. Ma soprattutto, dal punto di vista personale, di "passare" la free agency 2018 e rimandare l'appuntamento col grande contratto all'anno prossimo, quando sarà sicuramente unrestricted free agent e, si spera, integro dal punto di vista fisico: allora probabilmente godrà di maggiore fiducia presso i front office delle franchigie NBA (molti dei quali avranno disponibilità superiori rispetto ad oggi) e riuscirà a mettere la firma su quel max contract che un giocatore del suo calibro merita.

2. Pronti per la squadra del secolo?

27 apparizioni all'All-Star Game in un solo roster. Un quintetto che difficilmente dimenticheremo (e che altrettanto difficilmente le altre squadre troveranno il modo di battere): Steph Curry, Klay Thompson, Kevin Durant, Draymond Green, DeMarcus Cousins. Il tutto in una squadra già rodata, reduce da due titoli consecutivi e tre negli ultimi quattro anni, allenata da un tecnico del livello di Steve Kerr. Una delle migliori difese NBA degli anni passati e sicuramente l'attacco più devastante visto su un campo da basket, quantomeno nel nuovo millennio.

L'inserimento di DeMarcus nel sistema di gioco di Golden State non sarà automatico e forse non è questa la squadra in cui potrà esprimere il 100% del proprio potenziale nella metà campo offensiva, non con una sola stagione a disposizione. Si tratta pur sempre di un go-to-guy da circa 20 tiri e 25 punti a partita, un big man abituato a trattare molto la palla (guida la "classifica" per palle perse a gara, 5, della scorsa Regular Season) e con uno usage medio del 32.5% (più di lui soltanto Harden, Embiid e Westbrook). Ma, ehy, si tratta pur sempre di uno dei migliori (pochissimi) centri del Mondo!

Con Cousins, GS avrà un ulteriore trattatore di palla oversized che porrà nuovi, irrisolvibili dilemmi alle difese avversarie, grazie alla sua stazza fisica, alle sue abilità di passatore (5.4 assist l'anno scorso, con 3 triple-doppie mandate a referto in 48 partite giocate), alla sua capacità di segnare da dentro l'area (fronte e spalle a canestro) come dalla linea del tiro da tre punti (è reduce da tre annate di fila sopra il 35% dal perimetro), alla possibilità di "lucrare" su nuovi vantaggiosi mismatch con le difese avversarie (ricordate, ad esempio, il quintetto che finiva le partite per i Rockets con PJ Tucker da 5? Ecco).

Nella metà campo difensiva non garantirà - a differenza di Kevon Looney, Jordan Bell e JaVale McGee - la possibilità di cambiare su tutti i blocchi. Il sistema di coach Kerr si basa sugli switch difensivi e questo sarà l'aspetto più complesso di Boogie da integrare, considerando che nella scorsa stagione ha cambiato soltanto 46 volte sui 1695 blocchi (ovvero il 2.5% delle volte) in cui è stato coinvolto dagli attacchi degli avversari.

La gestione "umana" di Boogie sarà, poi, un altro fattore. Non parliamo sicuramente di un carattere semplice da assorbire in un gruppo e anche gli screzi con la terna arbitrale saranno da tenere sotto controllo - Cousins, Durant e Green sono tutti tra i cinque giocatori con più falli tecnici nella stagione appena conclusa. Basti ricordare uno dei precedenti più o meno violenti e "chiacchierati", l'ultimo in ordine cronologico ma non certo l'unico, tra Dray e Boogie nell'ultima stagione:

Una quadratura del cerchio sarà dunque da trovare in entrambe le metà campo e in spogliatoio per Steve Kerr, Ron Adams e lo staff tecnico dei campioni in carica. Ma è doveroso ricordare ancora una volta che Cousins sarà un'arma "in più" per Golden State, che ha dimostrato negli ultimi due anni di avere tutto, e anche di più, quello che serve per vincere.

Se Golden State era la squadra più forte del Mondo (con Steph integro) prima di Kevin Durant, se è diventata forse la migliore della storia con l'aggiunta di KD, ora, sulla carta, siamo davanti ad un superteam ed una collezione di All-Star sicuramente senza alcun precedente.

3. "Porca puttana, i vizi si pagano, come saprà anche lei!"

Ebbene, questo gli Warriors non lo sanno. O meglio, lo sanno, ma possono permettersi di non pagare quei "vizi", non quanto dovrebbero, per via dell'appeal di cui - meritatamente! - godono. Che va ben oltre ogni logica di mercato.

L'attrattiva che è in grado di esercitare Golden State in questo momento è disarmante per le altre 29 franchigie e portare a casa una superstar con una Mid-Level ne è la dimostrazione. Non la prima, dopo le firme a cifre ridotte di Durant e la prossima probabile di Thompson, ma sicuramente la più eclatante. Innanzitutto perché non si tratta della re-sign di un giocatore già a roster e fortemente intenzionato a rimanere, ma di un free agent in arrivo da fuori. E poi per l'entità della rinuncia: 5.3 milioni sono davvero pochi, per quanto ovviamente per una sola stagione.

Non è una novità il fatto che le squadre da titolo o le "big market franchise" abbiano la possibilità di agire in free agency da una prospettiva vantaggiosa. E' anzi prassi piuttosto usuale che intorno ad un gruppo di superstar vengano allestiti roster con contratti al minimo salariale di veterani NBA molto utili per chi ha ambizioni primaverili importanti. Basti pensare, per fare solo un esempio e restare sul roster di Golden State, a David West - che dopo aver guadagnato circa $10M all'anno per 8 stagioni consecutive, è sceso al veteran minimum per giocare con gli Spurs prima e nella Baia poi. Sì, non è una novità, ma parliamo di veterani, giocatori al termine della propria carriera nella Lega. Role player. Leader dello spogliatoio, magari. Non superstar a tutti gli effetti.

Non solo la più forte, ma anche la squadra più attraente del Mondo. Anche all'alba dell'era in cui Magic Johnson, LeBron James e Los Angeles si apprestano ad esercitare un'influenza piuttosto importante nelle free agency in arrivo.

4. Superteam e polarizzazione

Competere con gli Warriors era complesso già nel 2015 e nel 2016. L'anno scorso, molto, ma molto difficile. Quest'anno forse impossibile. Come hanno reagito e reagiranno, nelle proprie strategie, le altre contender (e non) dell'NBA? Per avere delle realistiche possibilità di ambire al titolo è necessario oggi avere un superteam con minimo due star. E questo è un dato di fatto confermato non solo dagli ultimi due Playoffs, non solo dalle "ammucchiate di stelle" organizzate altrove (Houston e Oklahoma City, ad esempio), ma anche dalle strategie di molte franchigie in fase di ricostruzione che hanno preferito aspettare piuttosto che "correre"... e arriva comunque dietro, molto dietro a Golden State. E tutto questo ci porta al discorso sull'estrema e quantomai accentuata polarizzazione del talento nell'NBA di oggi.

Tutti gli ultimi 10 MVP della Lega (Harden, Westbrook, Curry, Durant, James e sì, anche Derrick Rose) giocheranno nella Western Conference l'anno prossimo. Tra i 15 giocatori in attività che abbiano mai fatto parte dell'All-NBA First Team, 12 si troveranno ad Ovest. Ma il discorso non vuole essere tanto sulla disparità tra WC ed EC - che comunque, a parte Celtics e Sixers (le favorite ad Est nel post LeBron), è abbastanza inquietante. Quanto piuttosto sulla necessità delle squadre e soprattutto dei loro General Manager di ridefinire il "modo giusto" di muoversi per vincere nell'era dei superteam e soprattutto nell'era di Golden State.

Chi è al vertice, o vicino ad esso, per competere (con esiti molto diversi) ha dovuto riunire Russell Westrbrook, Paul George (e Carmelo Anthony), oppure James Harden e Chris Paul. E non si tratta di casi isolati, ma di un modus operandi diffuso anche a livello di programmazione. Chi sta costruendo per il futuro, infatti, ha preferito negli ultimi 24 mesi (e preferirà, soprattutto da oggi) essere paziente ed aspettare. Innanzitutto, aspettare che si calmi la tempesta di nome Warriors (anche se i componenti del futuro fanta-quintetto avranno tutti tra i 30 e i 27 anni...), e poi di avere davvero le possibilità di creare un superteam. Allestire oggi un roster con una stella e un buon sistema intorno non è un'idea vincente, non può portare a più che delle apparizioni senza troppe chance nei Playoffs, e dunque a nessuna scelta in lottery e a nessuna prospettiva né a breve né a lungo termine.

Pensiamo ad esempio all'eterna pazienza di Ryan McDonough e dei suoi Phoenix Suns - ovvero alla lentezza (programmata) della "Timeline" dell'Arizona - che non hanno usato negli anni passati alcuni asset futuri per provare a costruire una squadra più forte nell'immediato. Oppure ai Boston Celtics di Brad Stevens, un sistema di gioco straordinario, ma che potrebbe rinunciare (lo farà?) all'anima dello spogliatoio e ad uno dei "segreti" del loro successo, Marcus Smart, proprio per consentire al front office di avere maggior spazio salariale e dunque di poter ri-firmare le proprie stelle - Kyrie Irving prima (forse), Jaylen Brown e Jayson Tatum poi - da affiancare ad altri All-Star come Al Horford e Gordon Hayward.

Oppure prendiamo in esame, oltre ai Thunder e ai Rockets di cui si è detto, i casi più che attuali di Sixers e Lakers, che dopo anni sul fondo della Lega hanno cercato di elevarsi al livello di Golden State in questa free agency e per farlo hanno offerto un contratto a LeBron James (sapete sicuramente qual è stata la sua scelta) con la possibilità/speranza di affiancargli, da subito o dopo 12 mesi, un'altra superstar come Kawhi Leonard. Il tutto in roster che già possono vantare future stelle assicurate (o quasi) come Simmons ed Embiid da una parte, Ball, Ingram e Kuzma dall'altra.

Una Lega oltremodo polarizzata offrirà, dal punto di vista dello spettacolo, tante serie squilibrate e praticamente chiuse in partenza come nelle ultime due stagioni (sweep e 4-1, nei Playoffs 2017 e 2018, non sono mancati); ma al contempo alcune sfide di livello stratosferico come quella tra Warriors e Rockets delle ultime Western Conference Finals, uno spettacolo sportivo con pochi eguali. La direzione è questa e lo sarà almeno finché questi saranno gli Warriors. Può piacere o no, ma è così. E le nuove idee nei front office delle altre franchigie - che come abbiamo visto, in un modo o nell'altro, hanno modificato le proprie logiche - lo dimostrano.

5. Bisogna cambiare qualcosa?

"Può piacere o no, ma è così", abbiamo detto. Ebbene, alla luce degli ultimi Playoffs, della relativa popolarità di cui gode questa nuova era ("rovinano il Gioco", "ammazzano la competizione", "senza equilibrio non è NBA" - cose che tutti abbiamo già sentito, al di qua e al di là dell'Oceano) e della notizia di oggi, il sospetto che a piani alti possano decidere di cambiare qualcosa è più che lecito.

Golden State non ha fatto nulla di sbagliato. Anzi, ha operato negli anni in un modo che è doveroso ammirare, prendere ad esempio e glorificare come merita. Anche se non è un modello facilmente replicabile (quel contratto a cifre irrisorie, causa infortuni, di Steph Curry; la disponibilità di Kevin Durant; la steal of the century Draymond Green nel Draft 2012; e così via...), il GM Bob Myers sta forse mettendo in mostra dei limiti strutturali della più grande lega professionistica sportiva del mondo.

Fino al momento in cui la retribuzione del lavoro (beato chi...) svolto da giocatori è il più determinante principio regolatore della Free Agency, quest'ultima funziona. Ma quando sempre più giocatori - e, come abbiamo detto, superstar, non role player - decidono di tagliare il proprio salario per far parte di una squadra da titolo, allora emergono delle disparità troppo importanti per essere ignorate. Così l'impressione è che si stia "calpestando" il sistema NBA - il cui equilibrio è garantito dal salary cap (che dovrebbe essere d'ostacolo nella creazione dei superteam) e dalla "rotazione" ai vertici assicurata (più o meno) dalla Draft Lottery. In favore, tutto questo, di squadre come gli Warriors (che, ricordiamo, hanno tutti i meriti del Mondo per trovarsi nella condizione in cui si trovano!) o dei "big market" come Los Angeles, soprattutto sponda Lakers. Nessuno avrebbe l'occasione di firmare una superstar a 5 milioni, a parte Golden State. Nessuno. E questa è una condizione che:

A) Cementifica le fondamenta di chi sta al potere;

B) Rende meno eque le chance di competere per le altre 29 franchigie (a prescindere da chi si trova nella fortunata posizione), spostando gli equilibri più di quanto le differenze di introiti generate dalle disparità dei mercati siano mai state in grado di fare; C) Distrugge ogni logica economica e di programmazione, rendendo la Free Agency terreno di conquista per i potenti più che per i ricchi. Le possibilità di intraprendere una nuova direzione, che garantisca maggior equilibrio e per quanto possibile rotazione ai vertici (con le dovute eccezioni, come gli Spurs del nuovo millennio), non sono semplici da individuare. Ma il problema, osservando la situazione sotto alcuni punti di vista, c'è. Ed è evidente. Le possibili soluzioni?

Prendendo spunto da altre leghe americane (NFL, MLB, MLS), si potrebbe passare dall'attuale regime di "Soft Cap" (in cui alle franchigie, seppur a determinate condizioni, è concesso di sforare il tetto salariale) ad un "Hard Cap" molto meno flessibile e in grado di garantire perlomeno parità di condizioni economiche. Questo renderebbe impossibile la creazione di superteam tramite il pagamento della luxury tax (cosa più semplice per chi vince o sta in un mercato importante), o comunque sforando il limite consentito; ma non permetterebbe di eliminare il "rischio" che un giocatore del livello di Cousins firmi a 5 milioni.

Ecco perché un altro modello di cui si è parlato ultimamente (che sicuramente verrà ripreso dai suoi fautori dopo l'ultima mossa di Bob Myers) è un sistema con imposizioni salariali basate sul rendimento dei giocatori. Un sistema in cui, per stare sul concreto, DeMarcus non può valere meno di tot milioni, in base a quanto fatto vedere sul campo negli anni precedenti. In questo modo si eviterebbe di concedere alle superpotenze la chance di esercitare sui free agent lo sconfinato appeal di cui abbiamo parlato nel punto 2.

Un sistema che però, ad essere sinceri, creerebbe più problemi di quanti ne avrebbe risolti, visto che non parliamo di regolamentare un gioco della playstation (in cui è possibile quantificare esattamente il valore dei giocatori), ma anzi di un Gioco tanto complesso da rendere impossibili valutazioni "oggettive" - stabilite da chi, poi? Basate su quali parametri? E come contemplare in tutto ciò processi di crescita/involuzione, problemi di infortuni, eccetera? Per non parlare dell'impatto sulle partite, per cui servirebbero metriche diverse in ogni squadra e anzi per qualsiasi giocatore della Lega.

Una questione senza soluzioni, dunque? Sicuramente di difficile, difficilissima soluzione. E con questo la palla passa ad Adam Silver, che oltre al rebus chiamato "tanking" dovrà vedersela anche con la dilagante "moda" di creare superteam, che potrebbe minare le logiche su cui si basa un sistema che da perfetto ora, pochi anni, ci sembra quasi-perfetto. Per non dire con grossi problemi strutturali.

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