• Leonardo Pini

A Dutchman's Story

La storia di Rik Smits, da Eindhoven all'Indiana. Una "connection" inedita, che, come il grano, è cresciuta rigogliosa senza avere un lieto fine.



Gli Olandesi per lunga tradizione sono tra i migliori navigatori che la storia dell’uomo ricordi. Già agli inizi del XVI secolo la Compagnia Olandese delle Indie Orientali sovvenzionava viaggi nel Nuovo Mondo, alla scoperta di nuove rotte commerciali. Un periodo di florida dominazione lungo la costa est americana, fondando città come New Amsterdam, oggi New York, poi il declino con gli inglesi che arrivano a prendersi il palcoscenico della colonizzazione nord-americana.

L’Indiana non era tra i domini olandesi, mai arrivati fino alle sponde del fiume Ohio, ed ha iniziato a significare qualcosa per loro solo 300 anni più tardi, quando un ragazzone di 2 metri e 24, tale Rik Smits, stavolta in aereo e non in nave, si avvicina ad Indianapolis, dando così il via alla seconda epoca di colonizzazione olandese negli States. Quel ragazzo farà dell’Indiana la sua roccaforte, di Indianapolis il centro del suo universo e della Market Square Arena il campo di battaglia contro i grandi centri che a cavallo tra anni ’80 e ’90 dominavano la scena.

DUTCHMAN WITH A BASKETBALL


Rik Smits, nasce ad Eindhoven, città abbastanza dormiente che si trova nel Brabante, che fa da scalo per i turisti del mondo che vogliono visitare quel gioiello che è Amsterdam e luogo natio della Philips Electronic.

Rik fin dalla giovane età è alto, dinoccolato. Uno di quei casi dove è il fisico che ti dice quale strada seguire. O anche se non te lo dice, te lo consiglia fortemente. Rick inizia a giocare a basket nelle palestre locale, prima di entrare nell’accademia del PSV Almonte. I ragazzi della sua età sono scoraggiati a giocarci contro, riesce ad abbinare alla fisicità di cui dispone un grande tocco nel tiro e un movimento di piedi non indifferente.


Rik si accorge che il suo futuro in Olanda è garantito, ma a che prezzo? Come ogni 18enne si vuole mettere alla prova, vuol migliorare sul parquet e vuole fare un esperienza fuori da casa sua. La soluzione di questo ragionamento lo porta a scrivere decine di lettere per cercare un università dove studiare. Il risultato è modesto. Solo una squadra di Division III risponderà a Rik, che nel mentre continua a giocare con una squadra di Eindhoven dove lui è il più giovane: prende tante botte, ma si tempra.


Un giorno gli dicono che ad una delle prossime partite sarà presente un allenatore collegiale americano. Un certo Perry. “Proviamo a conoscerlo” pensa Rik.


Foto: Wikipedia

L’incontro tra i due è il più classico dei colpi di fulmine, anche se per motivi opposti. Mike Perry, il coach di Marist, si innamora di un 2 e 24 capace di segnare a 4-6 metri dal ferro con naturalezza; Rik si innamora dell’idea veicolata dalla persona di Perry: il sogno di giocare in un college americano e farsi strada in America. I due si troveranno, tanto che senza neanche averlo visto un minuto sul parquet Perry gli offre una borsa di studio. Eindovhen diventa il trampolino di lancio della carriera di Smits che dal 1984 diventerò bandiera, nonché All-time Great del Marist College.

Sicuramente non Duke o Kansas, ma se negli anni ’80 avessero detto ad un qualunque addetto ai lavori che un olandese sarebbe diventato il più grande di tutti tempi nel basket in un college americano avrebbero chiamato d’urgenza un ambulanza.

WORK IN PROGRESS

Arrivato negli Stati Uniti le uniche cose che conosce del paese dove diventerà qualcuno sono le serie tv “Dallas” e “Dynasty”, il resto è offuscato da una grande nebbia. La scuola si trova a Poughkeepsie, nella Dutchess County, nello stato di New York. Rik è affascinato dai SUV enormi che lambiscono le strade della città, dalla grandezza delle strade.

Per il resto è un ragazzo timido, spaventato dall’altezza che porta addosso, impacciato anche sul campo da basket.

È chiaro che un 7 piedi parte avvantaggiato, ma alcuni dei compagni raccontano che nell’anno da freshman mostrava delle grandi capacità fisiche, una buona meccanica di tiro, ma le letture delle situazioni di gioco non erano la sua tazza di tè. Blocco, poi roll verso il canestro, la palla gli arriva, ma non riesce a raccoglierla. Questo era il Rik del primo periodo a Marist.

Inizia a giocare nei pick-up games estivi, dove il livello è alto e dove Rik inizia a costruirsi una memoria muscolare e un’accortezza mentale che arrivato negli States non aveva.


Foto: Amino Apps

Nei due anni successivi le gioie sono molte con la maglia dei Red Foxes. Vincono due anni di fila la ECAM Metro, staccando così un biglietto per il luna park cestistico più grande del mondo: l’NCAA Tournament. Due uscite al primo turno contro Georgia Tech e Pittsburgh, ma esserci arrivati è già abbastanza. All’orizzonte però ci sono anche delle batoste da sopportare.

Come Mike Perry abbia reclutato Smits è già stato detto. Beh, Perry portò negli States altri giocatori stranieri, violando alcune regole NCAA, con il solito metodo. Nel 1988 una sentenza della NCAA squalificò Rik per 9 partite e proibì la partecipazione di Marist al NCAA Tournament del solito anno, in seguito a come Perry si era comportato.

Cambierà poco per la storia di quello che a Marist è ormai conosciuto come “The Dunking Dutchman”. Un ragazzo che fino a 4 anni prima faceva fatica a raccogliere uno scarico dopo un Pick ’n Roll, che aveva dalla sua l’altezza e due mani grandi come palanche viene scelto alla numero 2 dagli Indiana Pacers nel Draft 1988. Quello di Danny Manning, Mitch Richmond e Dan Majerle.



PACE(R)MAKER


I Pacers della stagione 88-89 sono dei cuccioli smarriti. A guidare la squadra ci sono un giovanissimo Reggie Miller, Chuck Person e il teutonico Detlef Schrempf, Una squadra che cambia 4 allenatori in 82 partite, segno che il bandolo della matassa è lontano dall’essere raggiunto.

Rick arriva con i piedi di piombo, anche perchè le reazioni del pubblico locale e dei media non sono proprio delle migliori. Un giornalista dell’ “Indy Star” commentò l’arrivo dell’olandese con un lapidario “Smits potrebbe essere il pallbearer (portatore della bara) della carriera del GM dei Pacers Donnie Walsh”.


Tuttavia, l’infortunio di Stipanovich fa accelerare il processo di adattamento. Rik deve giocare 82 partite come centro titolare, dove metterà a referto poco più di 11 punti e 6 assist. Il contesto è quello giusto perchè molte squadre non sanno chi far accoppiare con lui, come limitarlo e come impedire che l’unica soluzione diventi un raddoppio che con Person e Miller sul perimetro è l’ultima cosa che vuoi.

Quando qualche anno fa “Sports Illustrated” ha chiesto a Shaquille O’Neal chi fossero i centri da lui temuti prima di entrare in NBA, la risposta di Shaq ha in parte stupito tutti. Patrick Ewing, David Robinson, Hakeem Olajuwon e… Rik Smits from Eindhoven. Un riconoscimento non da poco.

Quando dopo 4 anni di eliminazioni al primo round dei Playoffs sotto le gestioni di Dick Versace e Bob Hill, sulla panchina dei Pacers arriva Larry Brown le cose iniziano a cambiare. Anche perchè le balle di fieno, almeno cestisticamente parlando, hanno smesso di rotolare in Indiana.

Non c’è più Person, ma in cambio sono arrivati i “Davis”, Dale e Antonio, c’è un ben più maturo e decisivo Reggie Miller, c’è Byron Scott.

I progressi statistici di Rik sono in crescita, così come quelli di tutta la squadra. Tanto che nella stagione 1993-1994, la prima senza Michael Jordan al primo ritiro, ad Est il quadro sembra già scritto: testa testa New York-Indiana per lo scettro di nuovi campioni della Eastern Conference. Per una volta le previsioni ci azzeccano. La grande metropoli, New York City, la città che non dorme mai contro “Circle City”, una piccola città blue collar immersa tra gli sterminati campi di grano dell’Indiana.

2-0 Knicks con un grande Ewing. Contro sorpasso Pacers e 3-2 grazie ad un Reggie Miller mitologico, poi il tracollo, con i Knicks che prima salvano la serie in Indiana e poi la portano a casa all’MSG. Le prestazioni del numero 45 sono state altalenanti tanto che Coach Brown gli concede solo 18 minuti in Gara 5. Poco importa, con un gruppo così la scalata è pronta.



MARK JACKSON, MEMORIAL DAY, ALL-STAR GAME


La stagione che segue il mancato raggiungimento delle Finals è ancora segnata da una domanda per gli analisti di mezza America: Knicks o Pacers per le Finals?

Sembra scritto che le due squadre si ritrovino in finale e questa volta l’ago della bilancia pende molto di più verso l’”Hoosier State”, perchè nella offseason insieme a Smits, Miller e i Davis si è aggiunto anche Mark Jackson. Una play con il senso del gioco finalmente per i Pacers. A favorirne chiaramente sono Miller, i due Davis, ma più di tutti Rik Smits.

Il giocatore di Marist che aveva difficoltà a rollare verso il canestro? Sparito. Alla sua settima stagione NBA se prende posizione in area o taglia arrivando a rimorchio è un cattivo cliente per chiunque nella Lega.

18 punti, 7.7 rimbalzi, e 1 stoppata regolare a partita. Miller, Jackson e Rik fanno le fortune di Indiana in stagione regolare con i Pacers che vincono 52 partite.

Dopo una comoda vittoria al primo turno su Atlanta, arriva lo scontro che tutti si sarebbero attesi in finale, ma il più classico dei convitati di pietra, impersonificato dagli Orlando Magic, non calcolati da nessuno nonostante Shaq e Penny, ha deciso di finire al primo posto la Eastern Conference e quindi New York-Indiana sia.

Una serie meritatamente passata alla storia per gli 8 punti in 9 secondi di Reggie Miller, forse tra i più grandi agonisti della storia del gioco. Il “choke” in direzione Spike Lee che è ancora gesto di culto in Indiana. Rik Smits a onor del vero avrebbe segnato 34 punti, con 7 rimbalzi. Un contributo costante, che fortunatamente durerò per altre sei partite. Alla fine la spuntano i Pacers. 4-3.

In finale i Pacers trovano i Magic di Shaquille O’Neal, dominante e mai dominato durante tutta la stagione. Una squadra giovane, che sa correre, può sfruttare Shaq come “decoy” per aprire il campo. Un osso duro.

In una serie sfortunata, che terminerà alla settima in favore di Orlando, Rik troverà il suo momento più alto come giocatore NBA. La gara è la 4, il giorno il Memorial Day (31 maggio), l’evento è quello che passerà alla storia alla Market Square Arena come il “Memorial Day Miracle”, per l’appunto.

Shaq è stato dominante nelle prime due annichilendo Smits. 32 la prima, 39 la seconda e 2-0 Magic. In Gara 3 i 67 di combinato tra Miller, Smits e McKey valgono la vittoria. 2-1.

Siamo sul finire di gara, Shaq è fuori per falli. 89-90 Orlando, Reggie Miller fa il Reggie Miller e spara la tripla del +2. Dall’altro lato tripla pazza di Hardaway senza spazio, 1.3 rimasti sul cronometro. Dopo una serie di blocchi incrociati sul lato sinistro, Rik la riceve in punta, dentro l’area. Il copione è il seguente: finta che manda in aria Rollins, passa sotto e lascia partire un tiro che docilmente trova la retina. Viene giù tutta la Market Square Arena. 2-2 solo momentaneo, perchè come già detto sono i Magic a raggiungere i Rockets alle Finals.


Arriveranno due stagioni in fila dove qualche infortunio limiterà le prestazioni dell’olandese, nonostante si alzino le medie. L’impatto però è diverso e anche il rapporto tra la squadra e Larry Brown si sta ossidando.

Un’uscita al primo turno e un mancato piazzamento ai Playoffs, spinge la dirigenza di Indiana a premere il grilletto. Fuori Larry Brown e dentro un altro Larry B. Larry Joe Bird, una delle più alte entità cestistiche dell’Indiana.

Cambia il mondo e si vede. La squadra riesce ad inglobare alla perfezione anche i neo arrivati Jalen Rose e un Chris Mullin, quasi a fine corsa.

Rik torna a sfondare il muro delle 65 partite disputate e nella stagione 1997-1998 si merita la convocazione all’All Star Game. Non è necessario dire che mai, nè prima nè dopo, un olandese è stato selezionato.

In un carnevale di emozioni e di sensazioni riesce anche a mettere a referto anche 10 punti. Per una volta i destini dell’indiana e dell’Olanda si incrociano, dopo che neanche la colonizzazione olandese negli Stati Uniti ci era riuscita.


Foto: NBA.com

THE END


La fine del viaggio riesce comunque a darci un ultimo colpo di coda dei Pacers e del “Dunking Dutchman” arrivato all’ultimo giro sulla giostra, logorato da un fisico difficile da tenere in manutenzione e dal segno degli anni che passano.


La stagione post-lockout, quella 99-00 fa in tempo a vedere Indiana veleggiare come un vascello nel mare della Eastern Conference. Troppo forti in finale i Lakers di Phil Jackson, Kobe Bryant e Shaquille O’Neal. Il 4-2 con cui termina quella serie, archivia anche la Carriera NBA di uno dei centri più improbabili per pedigree, ma anche più efficienti, degli anni ’90.

Una storia che avrebbe potuto non esserci, che affascina perchè imprevedibile, così lontana per radice e partenza dagli standard tradizionali.

Confermando in definitiva il proverbio olandese che dice che i fiori più belli sbocciano sul fondale degli abissi.