• Leonardo Micheli

A Love Story

Quella di Kyle Lowry con Toronto è una Love Story, segnata da difficoltà, delusioni, gioie e tradimenti. Ma soprattutto dall'amore incondizionato per quella che è a tutti gli effetti la sua città adottiva.


Sono le 2 o le 3 del mattino. Kyle Lowry dorme; è in vacanza a casa, a Philadelphia, durante l’Offeseason. A un certo punto squilla il telefono: è DeMar DeRozan.


«Hey Kyle, sono DeMar»

«Come mai mi chiami a quest’ora?»

«Mi scambiano. Vado a San Antonio».


Silenzio assordante.


Deve lasciare chi lo ha aiutato a rialzarsi da un momento complicato. Deve salutare un compagno di squadra formidabile. Mettersi alle spalle tutti quei bei i momenti passati insieme, i pianti, le risate, le gioie e le interminabili chiacchierate. Deve dare l’addio a un grande amico. Deve abbandonare DeMar DeRozan.


«Mi sono sentito tradito», racconta Kyle.


Di punto in bianco, senza preavviso, il suo compagno se n’è andato. È successo tutto così in fretta. Senza che nessuno lo prevedesse. A questa notizia Lowry reagisce rimanendo a letto, impietrito, impaurito. Ora cosa gli aspetta?


Il destino non gli ha sempre sorriso. Ha avuto un’infanzia complicata, una carriera complessa. Il piccolo Kyle Lowry non è stato di certo uno dei bambini più fortunati al mondo, anzi. Non conoscerà mai il padre, a stento la madre Marie è riuscita a portare avanti i due figli e la criminalità delle strade di Philadelphia è sempre stata alle porte. Eppure, lottando, è riuscito a riguadagnarsi tutto.


Si è salvato da tutto ciò. È riuscito a scampare alla droga, alle sparatorie e alle rapine, quotidianità all’ordine del giorno dietro casa sua. E questo lo deve a due cose: a nonna Shirley e alla pallacanestro.


La nonna è speciale: è la sua maestra di vita. Gli fa capire come a stare al mondo, a non mollare mai. A fare il più possibile per se stesso, ma prima ancora per gli altri.


E il basket è il suo rifugio. Il campo è il grande scudo che lo protegge dai problemi quotidiani. La palla la sua spada, pronta a trafiggere ogni difficoltà. Quando gioca, salta e corre a canestro si sente finalmente libero.


Così cresce portando da una parte ciò che impara sul parquet nella vita quotidiana; e dall’altra ciò che apprende dalla nonna sul campo da gioco.


Il palcoscenico della sua adolescenza è il campetto della 22esima Strada e Lehigh, a Nord di Philly. Su quel rettangolo ci passa ore, a volte giorni interi, sempre contro ragazzi più grandi, alti e grossi di lui.


Kyle fisicamente non è il massimo, anzi: è gracile e piuttosto basso per giocare a pallacanestro. Però è uno che non molla, ed è proprio questa la forza del suo gioco: un vero guerriero. Lotta su qualsiasi pallone, spintona e si fa spazio tra i giganti; affrontando ogni partita come una battaglia, vivendola senza alcuna pressione.


«La pressione vera non sta in una partita di basket, ma nella vita. Camminavo per ore nella neve, perché non potevo fare altrimenti. Sapevo che l’unico modo per avere un po’ di latte era sperare che me lo portasse mio cugino. Oppure mi auguravo che mia madre riuscisse a dedicarmi del tempo, perché non finissi in galera o coinvolto in qualche sparatoria».


Prima mostra le sue qualità alla The Cardinal Dougherty High School, poi riesce a conquistare la University of Villanova.


«Volete sapere una bella storia? Un ragazzo che viene da uno dei posti più pericolosi degli Stati Uniti è riuscito a prendersi una borsa di studio a Villanova», dice di se stesso.


Quindi rimane in Pennsylvania, vicino a casa, ed è uno dei migliori prospetti della sua classe. Diventa un giocatore totale, bravo su tutti i lati del campo: un ottimo ballhandler con un buon tiro, ma soprattutto un grandissimo difensore.


Il suo gioco non è particolarmente bello: non fa mai giocate da highlights, ma prende sempre la decisione migliore.



Dopo 2 stagioni al college a buoni livelli – 7.5 punti di media la prima, 11 la seconda – la tappa successiva ha un nome solo: NBA.


«With the 24th pick in the 2006 NBA Draft, the Memphis Griezzlies select Kyle Lowry».

FOTO: Grizzlybearblues.com

Così Kyle si salva dalle brutte strade grazie alla pallacanestro. Una di quelle storie alla Rocky Balboa, per intenderci. Dal nulla ai grandi ring. Entrambi lottatori, impavidi, impossibili da mettere a terra. D’altronde lo scenario è sempre quello: la città di Philadelphia.


Il destino dà e toglie sempre qualcosa a Kyle. Per questo la scalata verso la vetta NBA sarà lunga e ardua, come lo è il suo primo anno.


L’esordio nella Lega è complicato, difficilissimo. Arriva con l’obiettivo di uscire dalla panchina, fare un po’ di esperienza e diventare titolare, ma subito dopo dieci partite si rompe il polso: stagione finita.


L’anno successivo gioca con più continuità, ma la fiducia dei Grizzlies è già terminata: con la scelta numero quattro al Draft 2007 prendono Mike Conley, che in breve tempo supera Kyle nelle gerarchie.


Gli crolla addosso il mondo intero. Dicono che non è pronto, che con quel fisico non può fare la differenza in NBA. A metà della terza stagione in Tennessee, dopo un altro inizio pieno di difficoltà, i Griezzlies cambiano coach: arriva Lionel Hollins.


«Il titolare fisso sarà Mike – racconta il nuovo allenatore -. Lowry? Ha una cattiva influenza sugli altri giocatori».


Tempo tre settimane e Kyle viene scambiato per pochissimo agli Houston Rockets. È un brutto colpo, come uno di quei ganci del boxer Apollo Creed su Rocky: chiunque cadrebbe subito a terra, ma Lowry, proprio come Balboa, rimane in piedi. Non molla mai.

FOTO: Bleacherreport.com

Non ha avuto la fiducia che si meritava? Non importa. Pensa tra sé e sé: «avrò le mie occasioni».


A Houston cambia subito qualcosa. Inizia sempre dalla panchina, segna intorno i 7.5 punti di media, ma si mette in mostra ai Playoffs – primi della sua carriera – contro i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant, futuri campioni NBA in quel 2009.


Prima di essere il playmaker titolare dei Rockets deve aspettare un altro anno, ma una volta raggiunto il quintetto di partenza le sue cifre impennano, il livello del suo gioco si alza. E non di poco. Non solo segna di più (13.5 e 14.3 punti di media), ma comincia anche a essere uno dei migliori assist-man dell’NBA.


Eppure ancora qualcosa non va. Non è più il Kyle Lowry “spacca spogliatoio” di Memphis – per quanto lo potesse essere un 22enne -, ma nemmeno quel giocatore che può far fare il salto di qualità alla squadra, almeno secondo la dirigenza di Houston. Così viene mandato a Toronto, nel freddo Canada, in cambio di Gary Forbes, nella speranza di firmare James Harden.


E come ogni splendida storia d’amore, la relazione tra Lowry e i Raptors nasce per caso. Lui crede di essere lì solo di passaggio, ma poi qualcosa cambia. D’un tratto quella terra tanto fredda sembra essere stata sempre casa sua e quella gente i suoi primi tifosi. E come solo uno sguardo fugace e intenso tra due innamorati può far cambiare tutto, così la sua vita si capovolge.


Il primo anno, però, come al solito, è complicato: forse l’emozione o un roster non all’altezza, portano Kyle a fare una stagione normale e Toronto a non raggiungere nemmeno i Playoffs.


Quella successiva – 2013/14 – torna più carico che mai, in una forma smagliante e forte della nascita di un legame inseparabile con la stella della squadra: DeMar DeRozan.


FOTO: Espn.com

I due cominciano a brillare e trascinano insieme i Raptors ai primi Playoffs dopo 5 anni. Il primo, Kyle, tiene la palla, crea il gioco, realizza diversi canestri (sono 17.9 punti di media) e, soprattutto, assiste i suoi compagni (7.4 assist) – «prima gli altri, poi te stesso», come gli diceva nonna Shirley; il secondo, DeMar, segna e viene chiamato per la prima volta all’All-Star Game.


Si giocano il primo turno dei Playoffs in Gara 7 contro i Brooklyn Nets di Garnett e Pierce.

Ultimo possesso, Brooklyn è avanti di 1. Siamo alla Scotiabank Arena di Toronto e rimangono 6.2 secondi sul cronometro. Lowry palleggia e non alza la testa. Vuole segnare a tutti i costi quel canestro: è la sua vendetta a chi l’ha scartato, a chi non ha mai creduto in lui. Avanza, ma si trova davanti a Paul Pierce, che lo stoppa. Sconfitta. Suona la sirena, come un dolce requiem accompagna un morto nell’aldilà.


Kyle è a terra, steso, con le mani in faccia. Sa di aver sbagliato. Nessuno compagno vuole incrociare il proprio sguardo con lui, tranne uno. DeRozan si avvicina al suo amico, si china, gli parla, lo rassicura. Non è il momento di farsi mettere K.O. Non è il momento di mollare.


L’anno dopo i Raptors continuano a far bene e Kyle è il vero leader della squadra. Per la prima volta gioca la partita delle Stelle (a cui non mancherà più, fin ora) e l’amore tra Lowry e la franchigia canadese è ormai scoccato. A 28 anni, finalmente, si prende quello che merita.


Eppure ai Playoffs sbaglia ancora. 4-0 facile dei Wizards con pessime prestazioni del nostro protagonista.

È crisi nera. I Toronto Raptors del binomio DeRozan-Lowry funzionano solo durante la Regular Season, ma quando le partite contano cominciano a crollare.


Le tre stagioni successive le cose non cambiano. Masai Ujiri, GM della franchigia, tenta di mischiare le carte in tavola, senza toccare le due stelle, ma il risultato è sempre lo stesso.


Toronto per tre anni consecutivi esce sempre contro i Cleveland Cavaliers di LeBron James. Dal 2016 al 2018 il record ai Playoffs contro la franchigia dell’Ohio è 2-12. Umiliante.


Uno tra Kyle e DeMar deve lasciare il Canada, con lui anche coach Dwane Casey, che ha guidato la squadra per 8 anni.


«Casey è uno dei migliori allenatori. È stato molto importante per la mia crescita come giocatore NBA, ma anche come uomo», dice Lowry.


Quindi DeMar Derozan viene scambiato ai San Antonio Spurs in cambio di Kawhi Leonard. Coach Nick Nurse chiamato per sostituire Casey.


Così torniamo alla notte estiva di Philadelphia, quella della telefonata di DeMar.

Kyle si sente solo. Abbandonato da tutti. Tradito dal suo più grande amore. Ha paura.



Ma non sa quello che gli aspetta. Non sa che il destino ha ancora un conto in sospeso con lui. I sacrifici fatti da bambino, la resistenza e la tenacia che gli hanno permesso di uscire dalle strade di Philadelphia senza un padre, la fatica per trovarsi uno spazio in NBA, la forza presentata davanti alle difficoltà e alle delusioni, agli errori e alle sconfitte, non possono essere andati perduti.


I Toronto Raptors 2018/19 sono una vera e propria incognita. Hanno un nuovo coach alla prima panchina importante e Leonard non scende sul parquet da quasi un anno. C’è solo una sicurezza: Kyle Lowry.


Inizia la nuova stagione e ha un nuovo ruolo. È l’uomo più importante della squadra, è la mente e l’ago della bilancia. Se lui cade, cadono tutti. Se vola, volano tutti. Deve gestire più palle, ma allo stesso momento tirare meno. Deve guidare l’intera difesa - chiaramente grazie all’aiuto di Kawhi - e dirigere l’attacco.


Coach Nurse crea un sistema perfetto su ogni lato del campo. Dietro sono impenetrabili grazie all’ex Spurs e Lowry, mentre davanti infallibili anche per l’innesto di Pascal Siakam. Toronto è una vera contender, specialmente con un Kyle da 8.7 assist a partita durante la Regular Season.


Il primo turno dei Playoffs è contro gli Orlando Magic. 4-1 facile, dopo la paura di Gara 1 con Kyle che non mette un canestro.


Poi ci sono i Philadelphia 76ers. La serie si prolunga fino a Gara 7, per poi finire con The Shot di Kawhi Leonard. Quello dei quattro infiniti rimbalzi sul ferro. Quello in cui il cuore di ogni tifoso Raptors si è fermato, per poi ricominciare a battere più veloce che mai.


The destiny; il destino. Una storia già scritta, che Kyle Lowry ha capito solo dopo quel canestro. Deve vincere l’anello: è la ricompensa attesa per tutta la sua vita.


Poi ci sono i Bucks di Antetokounmpo in finale di Conference. L’inizio non è dei migliori: due sconfitte a Milwaukee, con 30 punti di Lowry nella prima. Poi a Toronto si va sul 2-2 e si chiude in Gara 6 con una grande prestazioni di Kyle. È Finals NBA contro i Golden State Warriors.


I Warriors sono la squadra da battere, sono i più forti, hanno uno dei roster migliori della storia e vanno alla ricerca del three-peat, del terzo anello consecutivo. Ma si mette di mezzo il fato, il destino: Durant non recupera dall’infortunio al tendine, Thompson ha problemi fisici e Curry non è al meglio.


Le prime partite sono complicate, dure, ma quando Toronto va avanti sul 3-1 è solo una questione di tempo. Leonard domina in lungo e in largo, Siakam dentro l’area non perdona, VanVleet dall’arco è decisivo, Ibaka e Gasol fondamentali sia lontani che vicini al canestro, ma il leader assoluto del gruppo e della squadra è Kyle Lowry.


Gara 6 è bellissima, Lowry segna tutti i primi 11 punti dei Raptors, finendo con un 26/7/10. È la sua partita. E quando Kawhi mette gli ultimi liberi, che segnano la vittoria di Toronto, Kyle impazzisce. Bacia e abbraccia tutti, chiunque gli passi davanti. Il Titolo è suo, ma soprattutto della gente che l’ha sempre sostenuto, della città che gli ha dato tutto. "Prima gli altri, e poi lui", come gli diceva la nonna, che se ne va proprio in mezzo alle NBA Finals.


E come ogni storia d’amore il rapporto tra Kyle e Toronto si è coronato con uno specie matrimonio, con un anello: quello NBA.


FOTO: Hypebeast.com

«Non mi sembra ancora vero, ma so quanto ho lavorato duro. Non è stato facile nel corso di tutta la mia carriera, ma mai, mai una volta ho pensato di mollare: amo questo gioco, amo questo lavoro, amo la mia vita»


Poi arriva l’ultima stagione, quella della Bolla d’Orlando, in cui Kyle ha per l’ennesima volta guidato la sua squadra (senza Leonard, volato via dal Canada), fino a Gara 6 dei Playoffs contro i Celtics, giocando addirittura 53 minuti a 33 anni. Poi hanno perso, è vero, ma senza mai mollare.


Forse non rivincerà mai un Titolo a Toronto, forse non ripeterà mai quella stagione 2018/19, ma rimarrà sicuramente nei cuori dei suoi tifosi e non solo.


È arrivato in NBA dal nulla, per sentirsi dire che non era pronto e rovinava gli spogliatoi. Poi ha cominciato a smacinare punti e assist, incrementando il proprio gioco, ma per tutti era un perdente nato. Ha sofferto l'addio del grande amico DeRozan. Ma infine ce l’ha fatta: ha vinto. E sarà il primo Raptor, probabilmente, ad avere la maglia alzata sopra le testa di ogni singolo spettatore della ScotiaBank Arena.


È per questo che quella scritta in Canada da Kyle Lowry è una Love Story: impossibile, magica, romantica, segnata da sacrifici e delusioni.


Ma soprattutto dall’amore incondizionato nei confronti della sua Toronto.

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