• Mauro Oltolina

All-Star Circus


Da giocate irriverenti a conversazioni esilaranti. Fatti e misfatti - solo alcuni - direttamente dalla partita delle Stelle.

UNA LUCE IN FONDO AL TUNNEL

La maglia West numero 3 sulle spalle di Chris Paul sta letteralmente piroettando per il campo palleggiando.

Con fanciullesca leggerezza e sardonica strafottenza.

Palla sotto le gambe in arretramento. Poi in avvicinamento. Giravolta.

Un-due-tre. Oplà.

Il tutto sotto gli occhi perplessi di Chris Bosh.

Più confuso che persuaso, sia sul fatto che Paul avesse scelto lui come vello sacrificale, sia su quali contromisure adottare nei confronti della ballerina in questione.

Per i grandi della Lega, l’All-Star Game rappresenta quasi un week-end di svago da una lunga e logorante Regular Season da 80 e rotte partite.

Il venerdì, a discrezione di ciascuno, una puntatina alla partita dei ragazzini.

Il sabato ad inscenare un po’ di “reactions” alle varie gare di schiacciate e del tiro da 3.

La domenica, finalmente, protagonisti dello “show” in campo.

Il tutto nella piena consapevolezza del crepacuore causato alle varie leggende degli anni ’80-’90, per i quali la partita delle Stelle era l’occasione per dimostrazioni di forza tra semidei e battaglie per la supremazia nella Lega.

Di certo, non passerelle da signorine imbellettate.

L’espressione di Bosh, nel veder approssimarsi la trottola impazzita, denuncia un forte senso di sconforto.

Pare quasi una riscrittura in chiave moderna del celebre monologo di Amleto.

Difendere o non difendere. Questo è il dilemma.

Se sia più nobile del palleggio di Chris ammirare

L’inebriante bellezza e la stucchevole arguzia

O piegar le gambe in un mare d’affanno

E, opponendosi, porgli fine? Difendere, dormire...

Ben presto, le speculazioni esistenziali di contorno alla sua indecisione passano totalmente in secondo piano.

Dopo un paio di crossover al profumo di cuoio, CP3 opta per la giocata da highlights.

Esitazione di sinistro e… tunnel.

Ah. Tunnel.

TUNNEL??

L’intera platea presente al Toyota Center in occasione di Houston 2013 si lascia andare ad un boato di ammirazione.

Il fatto che poi Paul non avesse appoggiato la palla al vetro, ma l’avesse scaraventata per eccesso di estro nelle mani di Wade, erano dettagli. L’irrisione quasi calcistica che aveva messo in atto con quella giocata valeva già da sola il prezzo del biglietto.

Dal canto suo Bosh, dopo aver dato una rapida occhiata molto da vicino alla consistenza delle sue scarpe, non aveva potuto fare altro che cercare di recuperare un precario equilibrio. Nel vano tentativo, ora sì, di recuperare difensivamente.

La regia aveva scelto poi di inquadrare la vittima e non il carnefice.

L’espressione dipinta in volto piuttosto contrariata. Se solo il numero 1 avesse saputo quale destino, beffardo, lo stesse attendendo al varco.

Suo malgrado, per conoscerlo avrebbe dovuto attendere un paio di minuti più tardi. Quando un Tony Parker evidentemente ispirato da quanto visto in precedenza, gli avrebbe riaggiustato, paro paro, sia barba che capelli.

Volando - per l’occasione - a far compagnia ai fotografi a bordo campo, in seguito alla reazione spazientita di The Boshtrich.

In qualsiasi campetto di provincia, si sarebbe alzato un unico e dirompente grido.

Chiudile. Chris.”

Da che mondo e mondo, per il panorama sportivo americano il mese di febbraio rappresenta un crocevia fondamentale.

È, infatti, periodo di due dei più importanti avvenimenti dell’anno.

Il Super Bowl, ovverosia la finale del campionato di Football, dalla quale emergerà la franchigia che per i futuri 364 giorni guarderà tutte le altre dall’alto in basso.

E l’All-Star Game, che con il suo palcoscenico maestoso, fatto di riflettori scintillanti e atti per i posteri, rappresenta un punto cardine della carriera di coloro che vi parteciperanno.

È una forma di legittimazione.

La dimostrazione di aver espresso una pallacanestro di livello talmente eccelso da aver acquisito il diritto di esser chiamati “All-Star”.

Ma, al grande onore di rappresentare se stesso e la propria franchigia si aggiunge anche l’onere di dover inscenare una rappresentazione degna dei diversi zeri che accompagnano la cifra sborsata dai fortunati spettatori al palazzo.

L’All-Star Game, infatti, rappresenta anche la fiera dello spettacolo nelle sue massime declinazioni.

Quasi sempre divertenti, spesso ridicole, talvolta addirittura grottesche.

I puristi del Gioco, infatti, mal soffrono le difese colabrodo messe in piedi per la gioia degli occhi degli amanti delle giocate da highlights.

Nonchè la totale assenza di competitività in quella che dovrebbe essere la massima espressione della Pallacanestro in tutto il mondo.

Motivi, questi, che hanno spinto il commissioner Adam Silver ad apporre delle sostanziali modifiche all’intero pacchetto. Ma che hanno anche contribuito a creare i presupposti per dinamiche (in)dimenticabili.

All-Star Game. Uno spettacolo a 360 gradi.

DOTTOR JEKYLL E WUNDER DIRK

Gli occhi di Kerr scandagliano uno ad uno i componenti del Team West raccolti attorno a lui.

A 4 minuti e spicci dalla fine del secondo quarto il punteggio di All-Star New York 2015 vede l’Ovest in vantaggio sull’Est per 73 a 63.

Segno che la godibilità del match è stata fino a quel punto direttamente proporzionale al cigolio delle maglie difensive di entrambe le squadre.

Emblematica era stata l’azione nella quale Marc Gasol aveva raccolto palla sotto il proprio canestro e si era recato, con passo da Madame impellicciata lungo Rue de Champs Elysèes, a schiacciare nella metà campo opposta. Il tutto sotto lo sguardo “ammirato” di LeBron James.

Lo stesso James che nel primo quarto aveva messo in piedi un personalissimo Slam Dunk Contest, cercando di rispondere alle dimostrazioni artistiche del duo Harden-Curry, fatte di passaggi fantascientifici e crossover fulminanti.

L’espressione di Steve è quella di un indomito inventore.

Non ci si può rassegnare. Non possono essersi esaurite qui le trovate. A nemmeno metà partita, poi.

Bisogna tirar fuori il proverbiale coniglio dal cilindro.

Tutto ad un tratto, l’illuminazione.

Un regalino. Qualcosa di speciale. Voglio immediatamente un alley oop per te”.

Lo sguardo e l’indice sono rivolti verso un uomo totalmente inatteso per un gesto tecnico simile, in una selezione che vedeva super atleti come Kevin Durant o Russell Westbrook- interpreti perfetti per quel tipo di giocata. Persino il diretto interessato pare in prima battuta perplesso. Infatti, Dirk Nowitzki sfodera il tipico sorriso di chi accoglie una fesseria, senza volerla far troppo pesare al proprio interlocutore.

Steve però è risoluto. Troppo scontata una schiacciata al volo di un Westbrook o di un Durant. Come se tra l’altro non si fossero - né si sarebbero, nel corso della gara - già viste e straviste.

Ma un alley oop per Dirk? Non avrebbe colpito l’intero Madison Square Garden?

La perplessità di Nowitzki cede in fretta il passo all’entusiasmo.

Aveva abituato il pubblico di tutta America al suo fade away tecnicamente perfetto - complici anche gli studi di carattere ingegneristico portati avanti dal suo coach personale Holger Geshwindner, volti a rendere la parabola sempre più precisa e ripetitiva.

Per lui segnare pressoché sdraiato per terra, dopo una virata, era una giocata normale. Pigiare un pallone nel ferro dopo averlo ricevuto ad altezza himalaiane, invece, poteva rappresentare una piacevolissima variazione sul tema.

Oltre che manifesto di autoironia, visto che Wunder Dirk non era conosciuto - soprattutto sulla via del tramonto della sua carriera - come un mostro di atletismo. Se poi il più entusiasta di tutti al riguardo era nientemeno che Steph Curry, c’erano ottimi presupposti di base perché ne uscisse un autentico spettacolo.

A momenti John Wall - uno dei primi tre della Lega quanto a steals - non scippa a Curry pallone ed intenti.

Sul palleggio di esitazione, infatti, la spicchia schizza in alto, per ricadere fortunosamente di nuovo sotto il controllo del ball handling di Steph. Palleggio sotto entrambe le gambe, alla Pete Pistol Maravich, prima di lasciar partire la palombella convenuta verso il 41 in maglia nera.

Per parte sua Dirk non aveva staccato un secondo gli occhi dal compagno di malefatta, studiando il momento esatto dello stacco da terra per ricevere in aria. Tant’è che sull’estroso movimento del numero 30, era stato colto di sorpresa perdendo il conto dei passi. Per qualche istante si era lasciato andare ad una tanto farraginosa quanto comica corsa sulle uova pur di non perdere il giusto timing.

La palla lanciata da Curry viene ricevuta da Nowitzki e schiacciata al volo nel canestro.

Missione compiuta. Ringraziando le infinite leve generosamente offerte da Madre Natura.

Non fosse che Dirk, calato perfettamente nel ruolo, si lascia andare ad un’esagitata esultanza da ultras.

Mano in alto, quasi a chiedere scusa per la forza con la quale aveva schiacciato.

E successivamente al cielo, a richiamare la pantomima resa famosa dal velocista Usain Bolt.

Per poi passarsi la mano destra di taglio sul collo, guardando il pubblico con sguardo di superiorità.

Chiaro omaggio al celeberrimo “It’s over” di Vince Carter.

Il tutto da un giocatore noto per il suo carattere a dir poco flemmatico, tutt’ad un tratto preso a sbracare come un invasato.

Sostanzialmente un paradosso.

Come un paradosso è la risata fragorosa con la quale si alza dalla panchina Tim Duncan.

O forse no. D’altronde, quando mai si sarebbe rivisto Nowitzki imitare Bolt… dopo un alley oop??

THE STEVE & TIMMY’S MARVELOUS SHOW

“Ho pensato ad un grande game plan per questi primi minuti di gioco.”

L’intero team West è raccolto attorno a Steve Kerr, lavagnetta e pennarello in mano, pronto a disegnare uno schema che nella testa dei giocatori sarà senza dubbio illuminante. Tra i più attenti spicca Russell Westbrook, il quale ha già ben chiaro in testa quale debba essere il suo ruolo in campo: MVP.

Quello che voglio da voi, ragazzi, è che in attacco (inizia a disegnare linee in modo del tutto casuale) la passiate a qualche vostro compagno, e che poi la ripassiate a qualcun altro, e che di nuovo la ripassiate a qualcun altro ancora e che poi tiriate. Ok? Ci siamo? OH, FORZA EH! FORZA!”.

Entusiasmo generale dilagante.

Westbrook, a metà tra spalla comica ed autentica persuasione, strilla “WEST!” con tutto il fiato che ha in corpo. Il suo cuore era stato evidentemente convinto da un piano partita così strategicamente ben congegnato.

Fu chiaro fin dall’inizio che New York 2015 sarebbe stato un grande show. E che Steve Kerr ne voleva essere attore protagonista.

D’altronde quello per lui era il primo All-Star Game, al primo anno di una carriera da head coach che di lì a cinque mesi avrebbe impreziosito il suo dito anulare di un brillante anello di Campione NBA.

Una festa alla quale era stato chiamato ad orchestrare una squadra che, per talento, non necessitava di particolari direttive.

Soltanto un esempio per come gestire il tutto: leggerezza e scanzonata ironia. Le stesse che definivano un carattere mai sopra le righe, e da sempre incline all’umorismo e al divertimento nella pratica del Gioco. In ogni sua sfumatura.

Non solo.

Grazie alla partita delle Stelle, Steve aveva ottenuto finalmente la possibilità di allenare un suo ex-compagno agli Spurs.

Nonché una persona alla quale era legato da profondissima stima e affetto.

Un Tim Duncan al suo ultimo All-Star Game e col quale aveva condiviso la gioia dei titoli 1999 e 2003. Non un evento qualunque.

Non una persona qualunque. Tim Duncan al suo ultimo All-Star Game.

Via il sipario. Si va in scena.

Atto I. Rifiuti.

TD: “Non è che c’è un posto per me?”

Duncan è piegato sulla spalla di Kerr, impegnato a scrutare il campo trattenendo a stento un ghigno.

SK: “Ehm... Ehm... No.”

TD: “Sicuro?”

SK: “Sì.”

TD: “Ok. Forse è meglio che...”

SK: “Sì, credo che… Sai, penso che ci sia un altro posto a sedere da qualche parte in quella direzione.

Sì, eccolo. Lo vedi? Non quello. Quell’altro. Dall’altro lato del ragazzo a bordocampo!”.

Atto II. Frecciatine.

SK (rivolto al suo coaching staff) “Truppa, adunata!”

Timmy, evidentemente sentendosi chiamato in causa, si approssima a Kerr e Walton.

SK (rivolto proprio a Duncan): “Pare che con questo vantaggio di 15 punti, se entrambe le squadre calano difensivamente, dovrebbe quasi essere fatta per noi altri... che ne pensi?”

TD: “Fammi capire, queste sono le brillanti analisi che ti hanno portato ad allenare così per tutto l’anno? E funziona pure, in qualche modo?”

SK: “Mi piace sapere che ne pensano i miei giocatori”.

TD: “Ah. Allora sai che ti dico? Che se segniamo più punti di loro vinceremo senz’altro la partita!”

Atto III. Aperture.

SK: “Hey Timmy! Stavo pensando di metterti all’inizio dell’ultimo quarto, quindi penso che sia il caso che tu inizi a scioglierti un po’. Ora”.

TD: “Eh, caro mio. Avresti dovuto dirmelo almeno cinque minuti fa.”

SK (ridendo): “Perché? Ora è troppo tardi?”

***

Chris Paul riceve palla in difesa. Due palleggi al mezzo trotto, passaggio no-look schiacciato per il taglio perfetto di Duncan. Che schiaccia.

SK: “Heeeey Timmy! C’è un dottore?? Hai bisogno di un dottore??”

Atto IV. Franchezza e Rottura.

Duncan rientra in panchina dopo la schiacciata. Dove lo attende Kerr con l’aria di chi preme per complimentarsi.

SK: “Timmy, volevo dirti solo una cosa…

Sei finito. Bada: ti ho guardato per bene là fuori, ogni tuo movimento. E non mi è piaciuto ciò che ho visto. Sai, credo proprio che ti leverò all’istante. Non ho per nulla apprezzato lo sforzo, non mi è piaciuto…”

TD: “Stai scherzando?”

SK: “No, affatto. Non sto scherzando.”

L’intero circolo di attori della vicina Broadway guarda ancora oggi con invidia l’incredibile contegno interiore di Kerr.

Capace di non esplodere in una fragorosa risata direttamente sul viso di Duncan, ma di portare avanti la sceneggiata con professionalità degna di un Oscar.

COSTOLETTE

“Quello era fallo… tutta la vita.”

“Aaaah, so che non stai dicendo sul serio. Non stai dicendo sul serio.”

“Hey, hai vinto solo tre titoli. Io ne ho vinti sei. Quindi quello ERA fallo. Ricordati che ne hai vinti solo tre finora.”

È così e basta.

Il segno “tre” disegnato con le dita da Jordan è accompagnato da una sonora risata di Kobe.

Era cresciuto guardandolo. Studiando il movimento di ogni singolo muscolo del numero 23.

Per Bryant, Michael era un’ossessione.

Avrebbe dovuto vincere più di lui, per essere più grande di lui.

Per questo, ogni singolo confronto in campo, fosse esso verbale o tecnico, non avrebbe mai dovuto essere scandito da una sconfitta.

L’All-Star Game 2003 era la cornice perfetta.

Kobe, sparito tragicamente lo scorso gennaio dopo essersi ritirato nel 2016 come secondo giocatore di sempre (insieme a Kareem Abdul-Jabbar) con più partite da All-Star, era alla sua quinta convocazione. Per Jordan, invece, quella era l'ultima partita delle stelle.

Era l’ultima occasione di sfidarlo.

La gara, infatti, era stata sin da subito connotata da un buon livello agonistico. Scorrendo i componenti dei roster di West ed East, non si poteva non rimanere abbagliati dal talento presente. Soltanto nei dieci starters, almeno sette erano futuri Hall of Famers.

La cornice perfetta.

Kobe allarga le braccia, in segno di scherno.

“Sapevo che cosa avresti fatto. Avresti dovuto andare al tiro più velocemente”.

“Ah sì? E allora, se sapevi dove stessi andando, come mai sei cascato alla mia finta?”

Jordan ha abbandonato il viso disteso dell’“esibizione”, per sfoderare un duro sguardo di sfida.

“Mike, dopo la finta dove mai saresti potuto andare?”

“Hai perso il controllo dei piedi.”

“Sì. Ma dove mai saresti potuto andare?”

“A prenderti. A prendere te…”

“Mi sono pure girato, se per quello”.

La mano di Jordan si attacca al petto e allo stomaco di Bryant, rimestandoli volutamente senza riguardo.

“... a prendermi tutte queste belle costolette.”

Jordan aveva scelto la via dell’intimidazione. Era una prova nei confronti del “ragazzino”.

Avrebbe retto la pressione, in un contesto del genere, nel quale non avrebbe avuto nessuno dalla sua parte? Perché l’intero pubblico di Atlanta si era stretto attorno a The Alien, per salutare la sua Leggenda all’ultima apparizione nel weekend delle Stars.

A 40 anni aveva ricevuto oltre un milione di voti.

Volevano a tutti i costi che lasciasse da vittorioso. Non fosse che Kobe aveva deciso che avrebbe fatto di tutto pur di mettergli i bastoni fra le ruote...

Tre... due... uno...”.

Voleva mettergli fretta, provocarlo, per provocare anche il suo errore. Per fargli vedere che il viale del tramonto esiste solo per gli uomini, non per le divinità. E che solo gli uomini sbagliano se sotto pressione. Le divinità no.

Kobe si alza da tre, la mano di MJ bassa sul suo ginocchio.

Il pallone non ha nemmeno lasciato i suoi polpastrelli che già è accompagnato dal rincaro della dose.

Va tutto bene. Tiro meglio col cronometro che sta finendo”.

La spacconeria di Kobe celava una grande verità.

Di lì a qualche minuto avrebbe rovinato il lieto fine della favola.

Il canestro che Jordan aveva segnato come se si stesse fumando uno dei suoi sigari. For the win.

138-136 East ad una manciata di secondi dalla sirena dell’Overtime.

Kobe, a 3 secondi dalla fine, aveva spedito in aria un Jermain O’Neal a dir poco materiale nel suo close out.

Due liberi ad un secondo sul cronometro.

Non aveva guardato in faccia a nessuno. 2/2 senza tentennamenti.

Gliel’aveva fatta grossa. E probabilmente, a parti invertite, Jordan avrebbe fatto lo stesso.

Qualcuno tra il pubblico aveva mormorato con voce tremebonda quella che ormai da tempo non pareva essere più una bestialità.

Forse l’allievo stava iniziando a raggiungere il maestro.

Testi dall’inglese a cura di Sara Vigevani, cui vanno i nostri più sentiti ringraziamenti.

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