• Jacopo Di Francesco

Anche Chicago non fu costruita in un giorno

Protagonisti del Draft, spettatori della Free Agency. Il futuro dei Bulls promette bene, ma questo sarà l’anno zero.


FOTO:NBA.com

Chicago, derivante dal nativo Shikaakwa (porro selvatico), prima di essere nota per il vento, Al Capone e il Blues, non era la metropoli di oggi, e neanche lo diventò in maniera naturale come altre. Nel 1871, un tragico incendio la rase completamente al suolo. La rinascita fu messa nella geniale mano destra di Daniel Burnham, architetto allora prossimo all’immortalità visto come ha ricostruito la città che ha fatto da sfondo - tra i tanti - al Dark Knight di Nolan, col suo unico skyline e i suoi canali.


Il motto di Daniel Burnham era chiaro: “Make no little plans, they have no magic to stir men's blood”.


Il suo stile art-decò e le sue parole sono il tema della splendida city edition dei Chicago Bulls per la prossima stagione, particolarmente adatta ad un anno che deve segnare la rinascita trasversale, dopo più di una decade sotto la guida di Paxson e Forman.


Dal front office con Karnisovas ed Eversley, alla panchina con Billy Donovan reduce dalla grande campagna con i Thunder, ad un roster che dovrà dimostrare di valere più del quasi nulla mostrato in questi tre anni di rebuilding.



La scelta che ha fatto saltare il banco


Ala classe 2001, nella sua stagione da freshman con i Florida State Seminoles, Patrick Williams ha chiuso con 9 punti (46% dal campo), 4 rimbalzi e 1 assist di media in 22.5 minuti. Ad un'occhiata superficiale, alla n.4 assoluta, si può fare di meglio, persino in un draft dove Minnesota ha provato letteralmente fino all'ultimo minuto a scambiare la n.1.


Contestualizziamo. Patrick (il più giovane di questo draft) arriva nel Sunshine State per giocare con sei reduci dalle Sweet16, parte quindi da sesto uomo; e al suo primo colloquio con coach Hamilton, gli chiede come il suo staff abbia intenzione di migliorare la sua difesa. Il sopracitato allenatore, che conta 72 primavere, pensa a uno scherzo. A fine anno, quando gli verrà chiesto perché Williams non ha mai iniziato le partite, risponderà che le ha finite tutte.


Ciò dice molto, quasi tutto, di un diciannovenne con un corpo indubbiamente NBA ready (203 cm x 102 kg combinati ad una grande mobilità) che secondo SynergySports ha diviso così il suo attacco: 32.3% spot up, 15.6 tagli (tanto anziché no), 15% transizione e un clamoroso 13.6 da rimbalzi offensivi.



La sua bidimensionalità, il suo IQ, le sue doti atletiche hanno avuto - senza torneo NCAA - la miglior vetrina nella vittoria, noblesse oblige, contro la zona di Syracuse, che ha concesso a Williams di essere playmaker primario e di costruire una vittoria rara nell'ultima decade.


In giro per la Lega, si parla di una pick sicura: potrebbe non raggiungere il suo massimo potenziale - ad oggi non chiaro - e comunque avere una carriera decennale. Era molto desiderato dagli Spurs, e un executive anonimo ha dichiarato che il divieto di avere workout in persona “potrebbe averci salvato da noi stessi”. In questo draft, avere sicurezze, era davvero merce rara.



Il roster


L’anno scorso, tra le risate generali, Jim Boylen disse di non vedere motivi per cui i Bulls non potessero raggiungere i Playoffs. Sorvoliamo. Eppure, è convinzione diffusa che questo roster abbia molto di più da offrire, anche in un Est clamorosamente rinforzato.


Dopo nove mesi di stop, vediamo chi c’è e cosa da loro ci si aspetta.


Coby White: nessuna aggiunta significativa nel backcourt dei Bulls. Evidentemente al front office è piaciuto come il prodotto di North Carolina ha concluso la scorsa stagione. Dovrà migliorare come passatore, adattarsi ad un attacco con ritmi più alti e meno isolamenti. Ah, e migliorare come passatore.


Zach Lavine: il go-to guy. Ma può guidare? Gli altri seguiranno? Karnisovas ha spento le - insistenti - voci di trade, e l'ex Wolves ha altri due anni di contratto, dando più che ragione a quei 22 annui: nessuno ha tenuto più di 24 punti di media per due anni senza essere All-Star. Come che sia, si parte da lui.


Otto Porter: ok, era in dumping, e a Washington avevano preso troppo sul serio la storia del 3&D. Ma l’impatto iniziale fu ottimo, averlo in salute può davvero cambiare una stagione, anche considerando le sue capacità di playmaking.


Lauri Markkanen: il più grande punto interrogativo. Da rookie, era nella stessa conversazione di Tatum e Mitchell. Al terzo anno, questi ultimi hanno firmato grasse estensioni, lui no. Stanno trattando, quindi a Chicago ci credono ancora, ma questo è l’anno della verità. Donovan ha avuto parole al miele, e la regressione dello scorso anno ha molteplici ragioni. La sua carriera ruota attorno ai prossimi mesi.


FOTO: NBA.com

Wendell Carter Jr: lo scambio che lo avrebbe mandato a Golden State con la 4 per la 2 - quindi James Wiseman - sembrava vicino ma non si è concretizzato. Ripensamenti, l’infortunio di Thompson: non lo sapremo mai. L’altro prodotto di Roy Williams deve essere più incisivo in fase realizzativa, perché il resto c’è ed è più che onesto. Ci sono dei limiti fisici apparenti, sta a lui cancellare i dubbi - relativi anche alla sua solidità - e mantenere il buon livello difensivo. La scommessa su di lui è ad oggi più vicina ad essere vinta di altre nel roster, a certe condizioni.


In panchina, sarà da valutare l’impatto dei veterani, Satoransky e Young. Dovessero confermare i numeri della scorsa stagione, saranno utili. La qualifying offer è stata offerta a Valentine e non a Dunn, e ci sarebbe qualche sprazzo interessante in Hutchinson e Gafford.


In ogni caso, il sole dell’universo Bulls è più lontano: nell’estate 2021 avranno cinque giocatori sotto contratto, di cui quattro con rookie deals.


Nulla è certo, (quasi) tutto è possibile.