• Marco Cavalletti

Andre Roberson, due anni dopo


Sono passati oltre due anni dall’infortunio di Roberson al tendine patellare. C'è luce in fondo al tunnel?

© Welcome to Loud City

All’apice della condizione, Andre Roberson era uno dei migliori difensori che io abbia mai visto calcare un campo da basket.

Il suo sesto senso da neutralizzatore delle opportunità di realizzazione avversarie lo rendeva un difensore diverso anche dagli altri giocatori dei Thunder che gli sono succeduti. Paul George infatti è un difensore eccellente, ma le sue qualità derivano dalle sue reazioni rapide e dalla capacità di recuperare palloni, che gli permettevano spesso di intercettare i passaggi avversari. “Robes”, invece, direzionava gli attaccanti nei punti in cui l’attacco potesse venire annullato.

Sono passati due anni, ormai, dall’infortunio di Roberson, e credo sia giusto tornare a quella partita contro Detroit, l’ultima disputata da Andre con la maglia di OKC.

Ricordo quella partita del 2018 piuttosto vividamente. Oklahoma City cavalcava una striscia di vittorie, nel momento in cui i “Big Three” sembravano aver trovato un loro equilibrio. Russell Westbrook attaccava il canestro con aggressività, in maniera diversa rispetto all’inizio della stagione, quando era determinato a far giocare la squadra piuttosto che a giocare in maniera naturale. Paul George era entrato in quel ruolo da secondo in comando dal quale poteva creare dal palleggio, tirare dalla distanza e difendere con vigore.

Lo stesso Roberson aveva innalzato l’asticella del suo gioco rispetto alle stagioni precedenti. Infatti, andava con continuità a marcare il miglior giocatore della squadra avversaria, costringendolo a basse percentuali e mettendo PG in condizione di sgraffignare qualche pallone facile. Era uno stopper complesso e unico, che prima di allora non avevo mai visto.

Nella stagione 2017/18, Oklahoma City giocava con uno schema difensivo nel quale Roberson era il difensore principale e costringeva gli attaccanti a prendere decisioni affrettate. La seconda linea difensiva era George, che si infilava il passamontagna non appena l’attacco avversario eseguiva passaggi malaccorti. L’ultima linea era invece rappresentata dall’irsuto Kiwi, Steven Adams.

Il compito di Adams era piuttosto semplice, ma il ruolo di rim protector può diventare pressoché inutile molto in fretta, se i giocatori davanti a lui non fanno il loro lavoro. Proprio questa coperta difensiva ha permesso ai Thunder di essere efficienti nella propria metà campo... pur schierando Russell Westbrook e Carmelo Anthony.

Prima di quella gara contro Detroit, si parlava di Andre Roberson come uno dei candidati al premio di difensore dell’anno. Le sue statistiche avanzate lo ponevano nell’olimpo delle ali difensive della Lega. Non figurava negli highlights con stoppate tonanti o con rubate che ammutoliscono i tifosi avversari - il suo stile di difesa era molto più sottile.

Roberson accumulava deviazioni e forzava palle perse, ma - nonostante il suo fisico atletico - era la sua intelligenza cestistica a renderlo davvero un difensore d’élite. Roberson era di natura studiosa, analizzava costantemente video e scouting report per comprendere a fondo le tendenze degli avversari. La combinazione di fisico, intelligenza e determinazione lo ha reso uno dei migliori difensori della Lega.

A prima vista l’infortunio sembrava innocuo. Sembrava semplicemente che Andre fosse scivolato su una macchia di sudore e fosse atterrato malamente. Stava tagliando per ricevere un lob da Westbrook, quando la sua gamba d’appoggio ha ceduto. Mi ricordo di aver visto quell’azione e aver pensato che si sarebbe rialzato senza troppi problemi.

Ma, come tutti purtroppo sapete, non è mai successo.

Storicamente, Roberson ha sempre giocato sopra il dolore e con piccoli infortuni. Era davvero difficile che rimanesse "in borghese" per una partita. Lo stretcher dei Thunder è entrato in campo per controllare le condizioni del giocatore e all’improvviso sembrava che le chance di OKC di vincere un titolo fossero tracollate.

L’importanza di Roberson per quella squadra, infatti, era più che evidente. Non solo era un difensore di primissima fascia, ma era un collante in entrambe le metà campo, che permetteva alla squadra di dare il meglio. Un giocatore del genere, il tessuto connettivo della squadra, è difficile da rimpiazzare, e la sua perdita può cambiare le sorti di una stagione molto in fretta. E infatti, quando si è diffusa la notizia che quello di Roberson fosse un infortunio al tendine patellare, l’impressione era che la stagione fosse finita. Sarebbe stato impossibile per i Thunder sopravvivere ai Warriors senza avere il loro difensore principale sulle tracce di giocatori come Curry o Durant.

L’unica speranza era che Roberson tornasse ancora più forte un anno dopo. Quella speranza, tuttavia, non si è mai concretizzata, e sembra che la carriera di Andre sia giunta ad una prematura conclusione. L’avventura nella Lega del giocatore di OKC è stata bruscamente interrotta, prima ancora di raggiungere il suo punto più alto.

La cosa più triste in tutto ciò è che Andre sarebbe potuto diventare un grande giocatore. Vero, sarebbe stato completamente anacronistico nella NBA di oggi, data l’assenza quasi totale di tiro nel suo arsenale, ma la sua abilità di annullare gli attacchi avversari non è discutibile, e sarebbe stata ancora più in vista nel prosieguo della sua carriera.

Di recente ci sono state voci attorno al possibile waiving di Roberson, che permetterebbe ai Thunder di evitare la tassa di lusso e ulteriori penali finanziarie. Questa sembrerebbe la scelta più logica per il front office di OKC, ma c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo. Andre ha dato alla franchigia tutto sé stesso nel tempo in cui è stato parte della squadra, e la sua esperienza ai Thunder merita di arrivare ad una conclusione naturale.

© Welcome to Loud City

Questo articolo, scritto da JD Tailor per Welcome to Loud City e tradotto in italiano da Marco Cavalletti per Around the Game, è stato pubblicato in data 3 febbraio 2020.

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