• Luca Rusnighi

Ann Iverson e il figlio predestinato

La madre del campione ha tracciato un esclusivo e toccante ritratto di The Answer per The Undefeated (ESPN).



Questo articolo, scritto da Maya A. Jones per The Undefeated e tradotto in italiano da Luca Rusnighi per Around the Game, è stato pubblicato in data 18 ottobre 2020.



È una frizzante serata di settembre. Ann Iverson siede in una camera d’albergo nel cuore di Newport News, Virginia, la città dove ha cresciuto suo figlio, l’Hall of Famer Allen Iverson, e le sue due sorelle, Brandy e Iiesha.


Ride al ricordo dell’infanzia di Allen e al pensiero di essere la madre di una leggenda dell’NBA. L’inclusione del suo primogenito nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame nel 2016 è un ricordo ancora vivido nella sua memoria. Quando mesi prima il suo nome era stato annunciato insieme ad altri nove, mamma Ann aveva fatto i salti di gioia. Era il 9 settembre 2016: un giorno che non dimenticherà mai.

Sentendo il suo nome, Allen si asciugò le lacrime che gli erano comparse sugli occhi durante la presentazione, si alzò e, avvicinatosi al podio, venne accolto da due dei suoi ex allenatori, Larry Brown e John Thompson, e dall’icona dei Philadelphia 76ers Julius Erving.


Prima ancora di aprir bocca, Iverson si sentì di nuovo sopraffare dall’emozione. E per una volta Ann Iverson, donna dal carattere esuberante e notoriamente senza peli sulla lingua, rimase senza parole. “Non ho mai guardato il discorso della Hall of Fame in TV”, dice.

“Mi è bastato esserci. Avevo le telecamere puntate su di me, e piangevo come una fontana. Ancora adesso faccio una faccia quando piango... insomma, ho fatto una specie di smorfia ed ero orribile. Ma avere tuo figlio che parla di te così... Sentirlo dire le cose che gli avevo detto di volere da lui come giocatore... E le ha fatte tutte.”

FOTO: Inquirer / TNS

Vestito completamente di nero, così come il resto della famiglia, Allen fece un toccante discorso di mezz’ora.


Le telecamere inquadrarono ripetutamente la sua ex moglie Tawanna, i suoi cinque figli e Ann, piena d’amore per il bambino da lei partorito e cresciuto, e che si era trasformato nell’uomo di fronte a lei. Durante il suo discorso, il pubblico a casa vide Ann sorridere più volte, ridere e piangere ancora - il tutto, ovviamente, senza perdersi una sillaba.

“Credevo che si fosse scordato tutto quello che gli avevo detto negli anni, ma quando ha fatto quel discorso alla Hall of Fame, ho pensato: ah, ragazzo mio. Non te ne sei dimenticato. Non te ne sei dimenticato! Mi sono emozionata. È stato commovente e da mamma, ha significato tanto per me sentire il mio bambino raccontare che l’ho toccato nel profondo e che non se n’è mai dimenticato.”

La signora Iverson ripensa ai 42 anni passati con Allen, 17 dei quali come sua più grande fan durante gli anni in NBA. “Della sua carriera”, racconta Ann, “già ne parlavo prima ancora di quel famoso Draft 1996in cui i Sixers lo presero con la prima scelta assoluta.

“Sapevo che sarebbe diventato un giocatore di basket e che sarebbe arrivato in NBA quand'ero ancora incinta di lui. Chiedete alla gente che mi conosce da prima che avessi Allen. 'Andrà alla mia stessa high school, la Bethel, dove ho studiato e giocato, e tutto il resto'. Io lo dicevo.”

FOTO: Sportskeeda

Iverson era appena quindicenne quando Allen Ezail Iverson venne alla luce, il 7 giugno 1975. Appassionata di basket di suo, mamma Iverson aveva militato nella squadra della scuola, ma l’allenatore l’aveva buttata fuori quando aveva saputo della gravidanza.


“Le mie compagne fecero le spie”, ricorda Iverson. “Parlarono col coach, che mi disse che non potevo più giocare. Mi ferì molto. Per cui mi presi una pausa.”


Il primogenito di casa Iverson arrivò qualche mese dopo. La prima cosa che la madre notò furono le braccia lunghissime, che le confermarono ciò che già sapeva: suo figlio sarebbe stato un atleta incredibile.

“Il mio bambino era lungo e bellissimo. E quando dico lungo, intendo di braccia. Era tutto braccia, gli passavano le ginocchia. Avevo paura che ci fosse qualcosa che non andava. Ma il dottore rispose: ‘No, ha solo le braccia lunghe.’ E a me andò bene così. Pensai: 'Beh, sono ottime per giocare a basket.’ E lo hanno aiutato, direi.”

La signora Iverson sapeva che il figlio sarebbe stato portato per la palla a spicchi. Quando cominciò ad appassionarsi di sport, tuttavia, fu il football ad attrarre la sua attenzione. Era un talento naturale che brillava sul campo, ma il gioco duro e i continui placcaggi non facevano dormire sonni tranquilli alla madre.



“Allen diceva: ‘Sei l’unica madre pronta a fare invasione di campo ogni volta che mi placcano. E io gli rispondevo: ‘Non vuoi venire placcato? Allora spostati. Devi muoverti di continuo, così non mi tocca fare invasione.’ Facemmo un patto. Se si riguardano le sue partite, si vede che dopo ogni placcaggio subito, si rimetteva in piedi e alzava il dito. E poi faceva una breve corsa. Quello era il suo modo di dirmi ‘Mamma, siediti.’ Per cui io tornavo al mio posto e ricominciavo a fare il tifo.

Aveva preso nota delle doti atletiche del figlio, ma aveva bisogno di tenerlo occupato durante la offseason. La soluzione? La pallacanestro. La sera della sua entrata nella Hall of Fame, Allen ha parlato proprio di questo.


Un bel giorno, dopo la scuola, Ann informò il giovane Iverson che sarebbe andato a un allenamento di basket e gli disse di andarsi a cambiare. Ma lui non ne volle sapere. “Allenamento di basket? Io non ci vado all’allenamento di basket. Il basket è troppo soft. Io sono un giocatore di football.”


FOTO: Sportskeeda

Mamma Iverson scoppia a ridere, al ricordo.

“Non è poi così soft! Basta vedere tutte le ossa che si è rotto, per capire che tipo di gioco sia la pallacanestro. Era la mia passione, e sono così contenta che abbia scelto quello sport. Non ne potevo più di andare alle partite di football e di vedere il mio bambino venire sbattuto a terra.”

Allen diventò uno dei migliori cestisti e giocatori di football in circolazione, infrangendo ogni record (compresi i suoi) a livello scolastico. Alla Bethel High School di Hampton, Virginia, quello che era stato l’assistant coach di sua madre finì per essere il suo capoallenatore.


Nel tirare su i figli, Iverson trovò un grande aiuto nella fede.

“Credo fermamente che se dici di volere qualcosa e lo vuoi veramente, basta pregare e il tuo desiderio e verrà esaudito. Io credo nella preghiera e credo che il potere della preghiera possa vincere su tutto.”

In casa Iverson non sono mancati i momenti difficili, e Ann ha fatto tanti sacrifici per far sì che alla prole non mancasse niente. “Una volta”, ricorda The Answer durante un’intervista, “mia madre ha dovuto scegliere tra il pagare la bolletta della luce e farmi avere paio di scarpe nuove.”

“Dovevamo andare a un torneo nazionale giovanile, l’13-and-under AAU. Mamma mi comprò le Nike [Air Revolution] e me lo ricordo bene perché per potermele prendere, finimmo al buio. Per cui grazie, mamma...”

Qualche anno più tardi, madre e figlio dovettero di nuovo affrontare di petto le avversità. Il 17enne Iverson, infatti, venne arrestato per aver partecipato a una rissa in una sala da bowling, causata pare da un uomo bianco che aveva apostrofato Allen e i suoi amici con epiteti razzisti. Il tizio in questione dichiarò di essere stato provocato dal gruppo, che fece di tutto per metterla sul fisico. Iverson rimediò una condanna a 15 anni di galera, ma nessuno dei bianchi coinvolti nel tafferuglio fu sanzionato.


Il caso assunse portata nazionale perchè Allen era un atleta famoso, con tanti college prestigiosi che gli facevano la corte. Inoltre, l’incidente esacerbò le già pesanti tensioni razziali ad Hampton.


Mamma Ann fece di tutto per portare il figlio a casa. Dopo quattro mesi passati in carcere, ad Allen fu concessa la grazia e il verdetto fu ribaltato. Ma la sua reputazione era ormai macchiata.


“Ogni scuola del Paese mi stava appresso, sia per il football sia per il basket”, raccontò un Iverson visibilmente emozionato durante la sua induzione alla Hall of Fame. “Dopo quell’incidente, però, mi fu tolto tutto. Nessuna squadra e nessuna scuola voleva più saperne di me.”


FOTO: Sportskeeda

Ma Ann non aveva intenzione di vedere il suo primogenito gettare la spugna. Erano Iverson, gente dura, che poteva anche finire al tappeto, ma che si rialzava e continuava a testa alta. Anche in quel brutto periodo, la madre di Allen non smise di supportare il figlio per aiutarlo a restare positivo.

“Gli ho sempre detto: Basta guardarsi allo specchio ed essere soddisfatti di quello che si vede. Tutte le sere, prima di andare a dormire, devi sapere di aver fatto del tuo meglio. Questo importa. Gli altri ti giudicheranno qualunque cosa tu faccia o non faccia. Perciò ti dico: dai il massimo. Fai tutto quello che puoi e vedrai che andrà bene.”

In un ultimo, disperato tentativo di trovare qualcuno che potesse dare una chance al suo ragazzo, Ann contattò il coach di Georgetown, John Thompson, per chiedergli aiuto.


A Georgetown, Allen riprese la sua scalata verso le vette dell’eccellenza cestistica, accompagnato come sempre da sua madre. E quando il sogno di entrambi di approdare in NBA divenne finalmente realtà, mamma Iverson assunse il ruolo non ufficiale di publicist, manager, agente e guardia del corpo del figlio, sedendo in tribuna per quasi tutte le 914 partite da lui giocate in carriera e senza mancare nemmeno durante la successiva gravidanza. Nel 2003, Ann diede alla luce due gemelli, ma solo uno sopravvisse.


Anche con un neonato da accudire, Ann continuò a seguire la carriera del suo primogenito nella NBA. E quando, dopo il ritiro, Allen decise di tornare in attività nella BIG3, la lega professionistica di 3 contro 3 fondata dal rapper Ice Cube, la matriarca di casa Iverson era lì al suo posto.

“Ho sempre detto ad Allen che i fan sono i fan, ma io sono sua mamma. E ovviamente sono anche una sua fan. Bisogna che lo sappia: sono la sua fan numero uno. Quando entra in campo, ci puoi scommettere che tra i cinque in squadra, lui sarà uno di quelli che aiuta gli altri quattro a giocare insieme. Quand’è, come dice lui, in trincea con i suoi compagni. E io ci credo. Mio figlio è incredibile. In tutti quegli anni che ho passato in tribuna, rimanevo a bocca aperta al pensiero di averlo messo al mondo. Lui è parte del mio DNA. È incredibile. E mi piace dirlo.”

FOTO: Inquirer / TNS

Dall’AAU alla Hall of Fame, Ann crede fortemente che il cammino intrapreso dal figlio nel raggiungere i suoi obiettivi fosse già scritto dall’inizio. Ripensando alla reputazione e all’impatto lasciato da Allen Iverson nel mondo della pallacanestro, sua madre scoppia d’orgoglio.

“Allen ha donato il cuore al Basket. Ha donato ogni singolo brandello del suo corpicino ai fan e al Gioco. E credo che abbia fatto delle cose meravigliose in campo, perché ha dimostrato ad altri ragazzi che anche un piccoletto può diventare un grande, un Big Man. Io lo chiamo così. Non lo chiamo Allen. Lo chiamo Big Man. Tutto questo mi rende molto fiera di essere sua madre, per il semplice fatto di avergli dato la luce. L’avergli dato la vita e la sua inclusione nella Hall of Fame mi fanno capire che ho fatto qualcosa di buono. Ed è così. Continuerò a seguire Allen fino alla fine dei suoi giorni. O perlomeno, dei miei.”



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