• Leonardo Pini

Anthology of Christian Laettner

Storia di uno dei più grandi - e odiati - prospetti che l'NBA non abbia mai conosciuto.

Christian e Christopher stanno giocando sul vialetto della loro casa di Angola, New York. Il maggiore, Christopher, usa tutti i mezzi a disposizione per vincere. Una routine che si vede in tutte le famiglie del mondo dove ci siano un fratello maggiore che si rifiuta di abdicare la posizione di superiorità nei confronti del minore. Gomitate, pugni, un body check durissimo. Christopher vincerà anche quella partita, mentre Christian, da cattivo perdente quale è, rientra in casa e si chiude in camera a piangere. Inizia ad allenarsi tutti i giorni, la sconfitta in un primo momento lo butta giù, poi lo carica. Non può fuggire dalla competizione, perché quest’ultima gli scorre nelle vene. E lo farà per tutta la vita.


Tutto ciò lo porterà a sbagliare più volte, ad avere atteggiamenti anti-sportivi sul parquet, ma è anche ciò che gli permette di emergere. Di trasformarsi da Christian Laettner, ragazzo difficile di una famiglia di lavoratori newyorkesi destinato ad una vita passata in fabbrica, in Christian Laettner il giocatore più odiato nella storia della pallacanestro statunitense.


Gli albori e Duke

Il viaggio di Christian inizia alla Nichols School, una scuola privata di Buffalo, che possiede un ottimo programma accademico oltre che un’ottima squadra di basket. Nonostante la scuola tagli qualche costo dalla retta della famiglia Laettner, le tasse scolastiche sono troppe per i genitori del ragazzo, che quindi nei weekend svolge dei lavori di pulizia all’interno della scuola per avere uno sgravio fiscale sulla sua retta. La carriera alla Nichols termina, inevitabilmente, visto il talento del giovane con il titolo statale e Christian realizza il primo sogno di mamma Bonnie: una borsa di studio presso un grande ateneo.

La scelta non è facile, arrivano richieste da tutta l’America per quel giovane dinoccolato ma con le mani da pianista. La scelta è insolita, almeno in termini cestistici. Christian sceglie Duke, scuola ricca del sud degli Stati Uniti con sede a Durham. I Blue Devils però di successi ne hanno visti pochi fino a quel momento, e il giovane allenatore Mike Krzyzeweski non sembra destinato a far parlare di sè. I due però dopo essersi annusati, e piaciuti, sono convinti che l’uno sarà la fonte di successo dell’altro.


Il suo arrivo a Durham nell’inverno del 1988 non è dei più facili. Danny Ferry e Quyn Snyder, i senior che controllano la squadra lo tormentano, lo tengono sotto torchio in un primo momento, ma quando vedono la ferocia con cui il ragazzo di New York risponde alle loro provocazioni, capiscono che stuzzicarlo è il miglior modo per non vincere mai i 5 vs 5 che terminano gli allenamenti di Coach K.

I 3 anni successivi sono il motivo per cui la carriera di Christian Laettner al college viene considerata degna di entrare nella cerchia di quelle di Lew Alcindor, Bill Walton e Elvin Hayes. Non ci sono solo le giocate pulite, degne del Louvre della pallacanestro, ma anche momenti dove Christian avrebbe la possibilità di fermare la deriva di odio, a tratti meritata, che gli arriva.


Non lo fa però. Non è interessato. A lui il “black Hat”, quello che si dice indossino tutti i cattivi d’America, piace... e da morire. Le provocazioni fisiche (tirate di maglia, gomitate, blocchi degni della WWE) fanno parte della sua “fuck you attitude”. È quasi felice di essere odiato per questo, perché vince, perché sa che nel mondo della NCAA non lo può fermare nessuno. Dichiara: “Preferisco vincere partite, che essere considerato amico di tutti”. E di partite di basket a Duke ne vince, tante.


Rimasto a secco per i suoi primi due anni al college, nonostante la squadra sia sempre arrivata alle Finals Four, nella stagione 1990-91 la recruiting class dei Blue Devils porta a Christian due giocatori niente male: un floor general, che interpreta il gioco come Christian, Bobby Hurley e un ragazzo di condizioni agiate, la cui madre era la compagna di stanza di Hillary Clinton, Grant Hill.


Il 1990-91 è l’anno del primo titolo NCAA, arrivato dopo aver eliminato i favoriti per la vittoria finale: i Running Rebels di UNLV, guidati da Greg Anthony e Larry Johnson. La finale contro Kansas è più difficile del previsto, tuttavia i 18 punti e 10 rimbalzi del numero 32 portano il primo titolo della storia a Durham.

I rapporti con i compagni sono un altro degli aspetti di interesse di questa storia. Christian era un competitivo, presuntuoso, che provocava e alle volte insultava i compagni. Grant Hill ha detto di non aver mai trovato un compagno di squadra difficile da trattare come Christian. Le sue continue sfide, anche a chi riusciva a tirare più velocemente fuori dal bus la propria valigia, erano divertenti ma a tratti diventavano motivi di scontro.

Nel 1992 all’alba del suo secondo titolo con Duke, arriva il momento dove l’odio nazionale dei tifosi sportivi si riversa sul campione di New York. È il 28 marzo 1992. Allo Spectrum di Philadelphia si giocano le Élite Eight tra Duke e Kentucky. Una partita sulla carta facile per i campioni in carica. A 8 minuti dalla fine del secondo periodo, con i Wildcats che sono ancora in partita e Duke che non riesce a prendere il largo, Laettner commette sfondamento su Aminu Timberlake, che cade a terra. Laettner lo guarda dall’alto verso il basso, una caratteristica con cui guarderà quasi tutti sul parquet e appoggia il piede sul petto dell’avversario.


Un gesto che poteva costare l’espulsione e l’NCAA Tournament, ma gli arbitri optano per il tecnico. Quel gesto diventa simbolo della malvagità del numero 32, della sua antisportività, legittima, secondo tutta America, l’odio nei suoi confronti. Se ci fosse una legge divina, Duke quella partita dovrebbe perderla. Invece dopo “The Stomp” ecco “The Shot”.

Overtime. 2.1 secondi sul cronometro. Kentucky avanti 103 a 102. La rimessa da fondo campo è affidata a Grant Hill, che da buon figlio di un giocatore di football, lascia partire un passaggio che trova alla perfezione Christian. Il numero 32 prende palla, si gira e lascia partire un tiro perfetto che trova prima il tabellone e poi il fondo della retina. Gli dei del basket si sono voltati dall’altra parte e Duke va avanti, fino a vincere il titolo contro i Fab-5 di Michigan.




Dream Team e Draft

Quell’estate per Christian si aprirà un altro capitolo che lo consegnerà ai posteri del Gioco. Si deve scegliere il dodicesimo uomo che partirà con il Dream Team per la spedizione olimpica di Barcellona. Il Committee della NBA decide di dare questa possibilità ad un giocatore del college, escludendo di fatto giocatori professionisti del calibro di Isiah Thomas e Dominique Wilkins. I nomi sono due: Christian Laettner e Shaquille O’Neal.


Per Barcellona alla fine partirà il nativo di New York, che avrà il piacere, a suo dire, di portare per un mese le ciambelle e il caffè a quei grandissimi campioni. Campioni che lo ignorano, lo rispettano poco, non se ne curano, non lo vorrebbero far giocare neanche nella partita più bella che nessuno ha visto, quel famoso scrimmage a MonteCarlo tra la squadra di Magic e quella di MJ. La più grande soddisfazione di quell’esperienza sarà aver stracciato Michael Jordan a ping pong e conoscendo “His Airness” è quasi sicuro che l’abbia presa sul personale.


Foto: sportingnews.com


The struggle is real

La NBA di allora non è certo fatta su misura per un 4, a cui il lavoro nel pitturato piace ma che fisicamente non riesce a reggere il passo con i lunghi dell’epoca. Un giocatore ottimo nel crearsi i suoi tiri in avvicinamento e affidabile dalla media distanza. Minnesota è un luogo dimenticato da Dio in quella NBA e il compagno più illustre che si ritrova in squadra è un Chuck Person ormai 31enne e lontano dai fasti di Indiana. L’inizio di carriera è comunque promettente, entra nell’All-Rookie team con 18.2 punti di media e 8.7 rimbalzi.

L’amore con Minnie termina dopo poco e a metà della sua quarta stagione a “Mill City” arriva una trade importante, che ridimensiona sì il suo ruolo, ma aumenta di gran lunga la competitività della squadra per cui gioca. Atlanta è la destinazione della trade. Ad aspettarlo ci sono Lenny Wilkens, grande allenatore inserito nella Hall of Fame e giocatori come Mookie Baylock, Steve Smith e Spud Webb. Lui che sempre si è definito un giocatore di sistema capisce che può essere un riscatto.

Il riscatto desiderato arriverà solo in parte, la stagione successiva complice anche l’arrivo di Dikembe Mutombo, gli Hawks prendono il volo e Christian che sta tenendo medie alte viene convocato all’All Star Game come riserva. Sarà il punto più alto della sua carriera in NBA.

Nella stagione 1998-99, la stagione del lockout e del post MJ, Christian si rompe il tendine d’Achille in una partitella nella palestra di Duke. Gli Hawks non sono più interessati a rinegoziare un’offerta contrattuale e lo scaricano ai Pistons. Giocherà comunque 16 partite, complice lo slittamento dell’inizio della stagione.


Nonostante i 12.2 punti con cui si ripresenta sotto la plance per i Pistons, la squadra del Michigan lo scambia la stagione dopo a Dallas. L’impatto con Don Nelson non è dei migliori e dopo 53 partite anche Dallas non è più casa sua. Si va a Washington.


Il buon finale di stagione convince gli Wizards a dargli un’altra chance, ma questa volta sono gli infortuni che ne intralciano il finale di carriera. Le ultime 4 stagioni sono un viaggio continuo in infermeria. Giocare 82 partite diventa un miraggio e addirittura nel 2004 viene sospeso per essere risultato positivo ai test anti-doping, dove nelle urine viene riscontrato del THC.


The End


L’ultimo cammeo della sua carriera NBA si svolge a Miami, dove nelle rotazioni di lunghi sono già presenti due vecchie conoscenze di Christian: Shaq e Zo. Quando si dice che la vita sia un cerchio a volte è vero. 15 minuti a partita, 5 punti e poco più a partita. Mettere a confronto il giocatore di Duke con quello di Miami fa male.


Ci si chiede molto spesso cosa sia successo a grandi giocatori di livello collegiale che non sfondano in NBA. In qualche modo non riuscendo a soddisfare le aspettative del pubblico tutto viene svalutato. La carriera di Christian Laettner però non finirà così, perchè nonostante non sia stato un grande giocatore al piano di sopra, la tacca che ha lasciato sulla cintura della storia della pallacanestro universitaria è indelebile e fra 30 anni ancora se ne parlerà.