• Mauro Oltolina

Around the Finals: Monty Williams e il potere della parola

Monty Williams è una delle personalità più profonde e affascinanti della Lega, sia umanamente che professionalmente. Un ritratto del coach dei Phoenix Suns attraverso alcuni momenti chiave descritti tramite le sue stesse parole.


FOTO: foxsports.com

Il capo di DeAndre Ayton è chino, evidentemente sfiduciato. Il suo sguardo si fissa pensoso sul parquet della PHX Arena. Dopo un esordio esplosivo da 22 punti e 19 rimbalzi, Gara 2 si è rivelata più difficoltosa per il centro bahamense, che sente su di sé la pressione e la frustrazione delle aspettative non corrisposte dal suo talento.


Complice anche la prova sin lì di assoluto livello di Giannis Antetokounmpo, sulle cui tracce c'era proprio il numero 22. Con esiti alterni.


Inesperienza. Comun denominatore di un gruppo nel quale incredibilmente il solo Jae Crowder ha già partecipato al Gran Ballo di fine anno. Persino un futuro Hall of Famer come Chris Paul, leader indiscusso dei Suns e superveterano della Lega, è alla sua prima apparizione. Figurarsi se delle attenuanti non possano essere concesse a un 22enne al suo terzo anno di carriera tra i pro.


Anche se la mentalità non ha età, in quanto spesso intrinseca in un grande giocatore o presunto tale, ci sono momenti di crescita personale, sia morale che tecnica, durante i quali deve essere coltivata con empatia e dedizione, toccando le corde giuste, affinchè le stesse vibrino componendo la melodia della motivazione.


Monty Williams avvicina la sedia di DA, per potergli parlare vis a vis:

“Hey, questo è il patto. Punto primo: se torni in transizione e non hai Giannis, trova un uomo con cui accoppiarti e difendi. Punto secondo, guardami in faccia...”

Con la mano appena scostata dalla spalla del suo giocatore, Williams descrive un piano immaginario, sventolandolo di fronte agli occhi di Ayton ora risollevati e totalmente focalizzati su di lui.

“Tu poni per te stesso un livello alto. Questo è il motivo per cui ora ti senti giù. Questa è una cosa grandiosa. E ora vai a raggiungere quel livello, ok?”

Ora la mano è su quella di Ayton: lo stringe con forza, per trasmettere l’energia della visione potenziale che ha di lui.

“E lo puoi raggiungere con la forza. Non devono essere per forza sempre e solo numeri. Domina il gioco con la forza, ok? Proprio perché ti sei posto un’asticella alta, domina il gioco con la forza. Andiamo.”

Ayton è l’ultimo ad alzarsi in piedi dopo il timeout. Mancano poco meno di 8 minuti alla fine della partita. Phoenix è sopra di 10 punti. Il suo tabellino personale dice 2/8 dal campo, 7 rimbalzi, 2 assist, 1 rubata e 1 stoppata.


Nel giro dei successivi 7 minuti e spicci di gioco, il bahamense produrrà un 2/2 dal campo, 4 rimbalzi, 2 assist, 2 steals e 1 stoppata. Rientrando in campo, la prima palla rubata sarà proprio un passaggio sporcato ad Antetokounmpo. Risulta decisivo nell'affondo finale dei Suns.



Si definisce “Empatia” la “Capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro.”


È una qualità che si possiede o non si possiede. Una forma emotiva che viene trasmessa al prossimo con un sottile gioco di occhi, espressività, contatto fisico, ascolto silenzioso... e parole. Ma più di ogni cosa, è l’immedesimazione nell'altro a creare uno stretto contatto con chi si ha di fronte.


Immedesimarsi significa sì calarsi nei panni altrui, ma anche immergersi in prima persona in dinamiche che per qualche motivo ci tangono. E questa capacità può provenire da esperienze pregresse, come anche da un punto di vista differente sulla situazione attuale in virtù di una posizione diversa dalla quale la si sta vivendo.


Al di là degli aspetti tecnici, per un gruppo di giocatori è fondamentale la consapevolezza di avere una figura cui potersi rivolgere qualora le proprie risorse non bastino. Non soltanto in situazioni tattiche fatte di accoppiamenti, schemi, rimesse, aggiustamenti decisivi, ma anche quando le gambe sono impaludate nella fanghiglia della stanchezza, o la testa è gonfia di preoccupazioni.


Tranquillità e forza interiore possono essere risollevate da poche parole, ben mirate, che fungono da autentica miccia per l’ispirazione e la motivazione di tutti. Offrirsi come appiglio non è facile. L’empatia, come detto, o la si possiede o non la si possiede.


La forza della tranquillità e della positività con le quali Monty Williams ha saputo risollevare DeAndre Ayton sta in un’espressione utilizzata da quest’ultimo nell’intervista post-partita.

“He knows me.”

Prima ancora di allenare aspetti tecnici, l'allenatore ha scelto di riservare alla mente il suo coaching.



Nell’agosto del 2020, in un’America piagata dal Covid-19, la NBA dà il via a una delle esperienze più inedite della recente storia sportiva mondiale: la Bubble di Orlando. L’iniziativa sorge per poter ultimare la Regular Season e proseguire la stagione fino alle NBA Finals.


I Suns, nonostante abbiano quasi un piede fuori in partenza, vogliono disperatamente continuare a coltivare il sogno di raggiungere il Play-in. Sin dal primo passo sul campo, dimostrano una leggerezza e una libertà inedite, tali da permettere loro di esprimere un'ottima pallacanestro.


Devin Booker è a tratti incontenibile, regalando anche un buzzer beater memorabile che vale la vittoria contro i Los Angeles Clippers.



Ma è tutto il supporting cast attorno alla giovane stella a salire di livello: la co-star Ayton continua il suo percorso di miglioramento, non sempre costante ma con picchi importanti; Mikal Bridges si rivela un fattore bidimensionale: migliora nella metà campo offensiva, e si eleva a difensore imprescindibile, aiutato anche dalla panchina a costituire una difesa incredibilmente migliore rispetto ai Suns pre-bubble.


Lo stesso Ricky Rubio – da sempre giocatore emotivamente complicato – fa un netto salto di qualità nella propria leadership di veterano, aiutando la squadra con il suo playmaking e attraverso la gestione del pace offensivo.


Per quanto le circostanze della bubble siano insolite, è evidente che nel modo di giocare di Phoenix si percepisca qualcosa di contagioso. Costruito anche fuori dal campo, tenendo in grande considerazione tutti gli aspetti che esulano il parquet.


Tutto il gruppo è coinvolto, dai titolari alla second unit, costituita tra gli altri anche da un Dario Saric rivitalizzato e da un sorprendente Cameron Payne; passando per Cam Johnson, promosso in quintetto alla sua prima stagione nella Lega a seguito dell’infortunio al ginocchio di Kelly Oubre Jr e capace di regalare prestazioni notevoli, a partire dalla doppia-doppia da 19 punti e 12 rimbalzi nella prima partita contro Dallas.


È l’epoca pre-CP3 e Jae, con un gruppo privo di veri e propri veterani contraddistinti da una forte mentalità vincente. I netti miglioramenti offensivi e difensivi non possono né passare per casuali né banalizzati attribuendoli ad un contesto particolare. Specie considerando gli effetti a doppio taglio della Bubble, ad esempio su superstar del calibro di Paul George, che ha risentito in maniera impattante dell’isolamento totale da essa comportato.


È evidente che il gruppo sia stato compattato sia dal momento che da un lavoro extracampo notevole da parte dello staff.


Al termine di una cavalcata a tratti inarrestabile, poco dopo l’ultima sirena della stagione - vittoria contro i Mavs di 26 punti - Monty Williams e i suoi ragazzi non sanno ancora se potranno prendere parte o meno alla post-season. Bisogna attendere l’esito di Portland-Brooklyn.


Williams, braccia conserte e fare tranquillo, li riunisce attorno a sé, e comincia a parlare a braccio:

“È stato un viaggio incredibile. Per me è stato bellissimo avere attorno un gruppo così. Ve lo devo dire ragazzi: vi voglio bene. Non mi importa cosa succederà stanotte. Io so cos’ho in questa stanza. È stato bello lavorare con voi: vedervi lottare, sfidarvi, ottenere il rispetto dei vostri pari... non siamo più i Suns di un tempo. Ne avete passate tante, veramente tante.
È dura giocare come avete giocato ogni singola sera e rischiare di non ottenere il rispetto che vi meritate. Ma sapete cosa? Lo avete ottenuto. E non mi interessa cosa accadrà. Dio sa che vorrei avere ancora la possibilità di continuare a stupire il mondo. Nessuno credeva che saremmo potuti venire qui a fare 8-0, battendo le squadre che abbiamo battuto. Ma io voglio che sappiate che tutto questo è speciale.


Non lasciate che nessuno ve lo porti via. Avete ottenuto il rispetto della Lega. E ora dobbiamo costruirci sopra qualcosa. Potremmo farlo da questo weekend o potremmo farlo durante l’estate. Ora non possiamo controllarlo, ok?
Ma dobbiamo arrivare al punto di poterlo fare, di poterlo controllare. Lo capite ragazzi? Dobbiamo arrivare ad essere la squadra che è in grado di controllare il proprio destino. Questo è il nostro prossimo passo. Ok? Vi voglio bene ragazzi.”

Le mani giunte di tutti suggellano quella che suona come una dichiarazione d’intenti.


Dalle parole scelte da Williams si percepisce un grande senso di lucidità e la volontà di offrire agli altri una visione che vada oltre ad un'impresa fine a se stessa. Un’alternativa improntata alla crescita, alla positività verso il futuro. Non mancando di rimarcare il forte attaccamento emotivo nei loro confronti e grande orgoglio per quanto fatto.


Phoenix lascerà Orlando prematuramente, ma i successi di oggi sono costruiti su quell’esperienza, su quelle parole. Traggono la propria base da quello che per certi versi potrebbe apparire un fallimento, ma che la costante applicazione di una forma mentis volta alla bontà delle situazioni, qualsiasi esse siano, ha contribuito ad elevarlo a campo di semina. Dal quale far nascere nuovi propositi.


Impossibile non restare contagiati dal fascino di un discorso condotto totalmente a braccio: non c’è nulla di impostato, né nella circostanza né nella sua forma. Solo una spontanea e sincera esposizione di un pensiero coltivato all’interno di una mente predisposta, per natura, alla visione del lato migliore di ogni condizione. E dalla ferma volontà di condividere e trasmettere questo pensiero ai propri giocatori, per certi versi dei figli. O dei fratelli minori.


Williams, nella sua filosofia, si pone al loro fianco abbattendo la quarta parete del suo status. Il che significa fidelizzare i propri ragazzi guadagnando il loro rispetto attraverso l’esempio e l’empatia. Non è di per sé una scelta di sicuro successo, ma è l’unica che lui riesce a percepire come propria. E perfettamente naturale al suo essere.


Alcuni hanno parlato del fatto che nella Bubble Monty Williams ha messo i suoi giocatori nelle condizioni di "fiorire". Sin dalla precedente – e unica – esperienza da capo allenatore a New Orleans, è sempre spiccato come un coach molto amato. Non a caso è stato il primum movens del trasferimento di Chris Paul in Arizona, evento che ha cambiato completamente le sorti dell’organizzazione.


Si è posta particolare attenzione sul fatto che abbia costruito un sistema in grado di coinvolgere tutti i suoi effettivi, sia sul piano tecnico che umano, garantendo loro di migliorare. Questo, appunto, perché ha chiaramente il rispetto dei suoi giocatori dalla sua parte. Che hanno interiorizzato le sue idee, fatte di condivisione e sostegno reciproco.

“Questo è il genere di basket che vogliamo giocare, questo è il livello a cui voglio portare i miei ragazzi. La palla che si muove, i giocatori che si muovono, questo è ciò che siamo.”

Devin Booker, pochi mesi dopo l’arrivo di Williams a Phoenix, ha parlato di una frase che per certi versi ha cambiato la sua prospettiva nel vedere le cose.

«Everything you want is on the other side of hard.»

“Quando mi ha detto quella cosa ho pensato che non fosse solo un pensiero legato al basket, bensì una forma mentis. È un dogma del lavoro duro.”


Per Devin, il suo battesimo da uomo in missione è iniziato qui.


Monty parla del suo primo incontro con Booker, ponendo l'attenzione anche su un altro valore per lui imprescindibile.

"Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: «Coach, qualunque cosa tu mi chieda, io la farò.» E si trattava di cose come rispettare gli orari, difendere, competere, condividere la palla... E poi, mi ha parlato di gratitudine. Le prime quattro erano cose abbastanza scontate, ma la gratitudine è qualcosa che si è abbastanza smarrita nell'NBA di oggi.
Diciamo sempre ai nostri ragazzi: si tratta di raggiungere, non di aver raggiunto."

Il concetto di difficoltà va accettato, rielaborato e rimesso in gioco per migliorare come esseri umani. Con il riconoscimento del valore di ciò in cui si crede e di ciò che si sta compiendo, cercando l’altro punto di vista, anche quando sembra non esserci.


Dopo la recente sconfitta in Gara 4, che ha riportato le Finals dal 2-0 Suns a 2-2, Monty ha riunito la squadra e con grande calma ha voluto tenere un discorso per motivarla e riflettere sul percorso compiuto sin lì nella serie.

"Ragazzi, ascoltatemi bene: tutto questo si può correggere. Siamo in questa situazione perchè ci siamo messi noi stessi... in questa situazione. Ma in senso buono. Abbiamo 3 partite per vincerne 2. E' così che la dovete vedere. E non potete avere le teste basse, dovete stare uniti. Questo è ciò che bisogna fare.
Ciò che è successo stasera è correggibile. 17 rimbalzi offensivi presi da loro sono 17 palle perse da noi. Pensateci ragazzi.
Ci siamo complicati noi la vita. Ma non possiamo avere le teste basse, anche se è dura emotivamente. Perchè ci siamo messi noi in questa posizione.
Abbiamo il fattore campo, e dobbiamo tenere alto lo spirito. Da che sono qui abbiamo sempre detto che tutto ciò che volete è "on the other side of hard". E questo è difficile, è terribilmente difficile. Quindi dovete stare uniti. Forza ragazzi!"


Nel 2016 Williams ha vissuto una tragedia immane: sua moglie Ingrid è rimasta uccisa in un terribile incidente stradale, lasciando il cuore suo e quello dei loro cinque figli annebbiato da un dolore inspiegabile.


Dolore condiviso da tante figure all’interno della Lega. Anthony Davis, allenato da Williams nei suoi primi anni a New Orleans, ha parlato di "madre" riferendosi alla moglie del suo ex coach. Queste invece le parole di Marco Belinelli:

“Monty mi ha allenato per due anni... Gli sono legato umanamente e professionalmente. E’ una persona d’oro, mi ha aiutato in campo e fuori, non penso che sarei la persona e il giocatore che sono adesso se non mi avesse dato così tanta fiducia. Gli sono vicino in questo momento terribile, gli voglio bene.”

Due testimonianze d’affetto, assieme ad altre innumerevoli, che dimostrano la stima nutrita nei confronti della sua persona da giocatori e figure diverse all’interno della Lega. Quasi fosse impossibile non apprezzarne qualità umane e carattere. Quasi fosse impossibile non volergli bene.


Ed è proprio in una situazione in cui non ci sono parole che Monty Williams, una mano in tasca e la straordinaria pacatezza che lo contraddistinguono, fa parlare ancora una volta il proprio animo. In un elogio funebre alla moglie, capace di diventare una fonte di ispirazione per i presenti, sceglie ancora una volta di parlare di “the other side of hard.”


FOTO: youtube.com
È difficile per la mia famiglia, ma ce la faremo. Mia moglie mi darebbe un pugno se mi sedessi qui a lamentarmi. Questo non toglie il dolore, ma ci aiuterà. Non si può mollare.”
“Life is hard - very hard - and that was tough. But you can’t quit.”

In un momento tremendo per la sua famiglia, Williams trova la forza di rivolgere il proprio pensiero anche a colei che gli ha portato via la persona amata, non volendo rinunciare a quell'empatia così radicata nel suo carattere.

"E’ giusto che tutti stiano pregando per me e per la mia famiglia. Ma non dimentichiamoci che sono due le persone che sono decedute in questo straziante incidente, per cui anche la famiglia dell’altra vittima ha bisogno di supporto e preghiera. Personalmente non ho nessuna cattiva volontà nei confronti dell’altra famiglia. Non c'è messaggio più potente di quello del perdono."

Quella terribile esperienza sembra aver ulteriormente rafforzato in lui un forte senso di resilienza, nonchè la volontà di scorgere e sottolineare i lati migliori della vita. Nei suoi frangenti peggiori, ma anche e soprattutto in quelli migliori.


Prendila così com’è, e fanne tesoro. Anche se il lato positivo stenta a palesarsi, c'è sempre un altro punto di vista che merita di essere considerato e indagato.


Della retorica di Williams fa anche parte, infatti, il voler sottolineare a più riprese la bellezza del momento. Quasi a volerne evidenziare la positività e la solennità, in un moderno carpe diem indirizzato sempre a cogliere dallo stesso un’esperienza di crescita.


Durante un momento di raccoglimento prima di Gara 1, notando la tensione negli occhi dei suoi giocatori, Williams non ha saputo fare altro che dir loro con grande spontaneità:

"Andate là fuori e giocate; sapete cosa fare."

Il dialogo intercorso tra lui e Chris Paul a pochi secondi dal raggiungimento delle Finals, invece, è forse una delle massime espressioni della sua natura.


“Chris, stai per andare alle Finals.”

“Coach... sto cercando di restare calmo.”

“Non devi restare calmo, non devi!”



Il 36enne, 11 volte All-Star, veterano con 16 anni di esperienza nella Lega, china il capo sul petto del coach, quasi reclamando un abbraccio paterno. Williams lo abbraccia e se lo coccola, come se fosse un figlio. Lo accompagna nel momento, spingendolo con le parole e con i gesti a viverlo e a celebrarlo come merita.


Quello tra Paul e il Coach Of The Year (per i colleghi) è un legame profondo, iniziato dai tempi di New Orleans e che sta raggiungendo la propria apoteosi nell'approdo a queste NBA Finals.

"Chris significa molto per la mia carriera e per la mia vita. Nel momento più buio della mia esistenza, lui era lì, con me."
"Monty significa molto per me e la mia famiglia. A volte hai allenatori che sono solo allenatori. Ma a volte hai delle amicizie che sono per la vita. E questa è una di quelle. Gli voglio bene."

Parte del modo di allenare di Monty passa anche da questo, dal rapporto con la sua stella. Trattare Paul in quel modo funge da esempio anche per gli altri, perchè si percepisce grande senso di sinergia umana.


E se è vero che CP3 si è aggiunto un anno dopo l'inizio del legame tra Williams e Booker - che recentemente ha elogiato il proprio coach per il suo modo di conversare con lui e gli altri giocatori, motivandoli sempre nel modo giusto - lo stesso CP3 è senza dubbio parte integrante della crescita di Booker, così come diAyton e del resto del team.


Il modo in cui Williams abbraccia ogni suo singolo giocatore fotografa quell'unità che i Suns hanno dimostrato sul campo durante tutta la stagione.


FOTO: loopnews.com

Non sono un caso le parole che Monty ha riservato a Dario Saric, out per il resto delle Finals a seguito dell'infortunio al crociato:

"È una notizia che spezza il cuore. Dario lo conosco bene, l’ho allenato due volte, di cui la prima a Philly, e poi ho avuto la chance di averlo qui ai Suns, dove rappresenta perfettamente la filosofia della nostra pallacanestro.
E' un grande lavoratore, un ragazzo incredibile. Non vedeva l’ora di giocare queste Finals. E' stato difficile stamattina parlare con il mio staff e scoprire cosa stava succedendo. Ho chiesto alla squadra di stargli vicino. So che tornerà e sarà un giocatore ancora migliore.”

Uniti. L'uno per l'altro.


Lo spirito di questi Suns reincarna quello del proprio allenatore. Che ha saputo trasmettere la propria visione delle cose e le proprie esperienze con un modus operandi contagioso ed efficace. Facendo della condivisione del lavoro, del sacrificio e della positività di fronte agli ostacoli i dogmi dell'oganizzazione - e di quella che oggi si può definire, finalmente, la sua cultura.


Una tipologia di coaching che ha fatto le fortune di altre grandi squadre, come Spurs e Warriors nell'ultima decade. E che sta portando Phoenix a poter finalmente controllare il proprio destino.