• Luca Losa

Around the Finals: Quel cagnaccio di Jae Crowder

Alle sue seconde NBA Finals consecutive in carriera, Jae Crowder rappresenta per Phoenix un autentico faro emotivo. Qualità che ha contraddistinto una carriera incentrata su di un unico dogma: la mentalità vincente.


FOTO: Espn


“Ovunque Jae Crowder vada, la sua squadra vince. Al di là di qualsiasi contesto, al di là di quello che la gente pensa di quella determinata squadra, la sua squadra finisce per vincere.”

Jae Crowder di Larry O’Brien nel curriculum ne conta zero. Tuttavia, in queste parole del suo ex allenatore a Boston, Brad Stevens, c’è più di un fondo di verità. Ovunque sia andato, la franchigia di Jae è sempre migliorata e spesso andata oltre le aspettative. Crowder non porta certo con sé il talento di una superstar, ma non arriverà mai senza una competitività smisurata e un odio viscerale per la sconfitta contagiosi.


Quando i Celtics lo acquistarono via trade nel dicembre 2014 dai Dallas Mavericks, erano ben lontani dall’essere una squadra vincente. Dopo sette sconfitte nelle sue prime otto apparizioni coi C’s, lesse articoli di come Boston stesse prendendo la via del tanking.


Crowder - è utile contestualizzarlo - allora era tutt’altro che un giocatore affermato. Nelle sue prime due stagioni tra i pro fece la spola tra Dallas e Frisco, sede dei Texas Legends, la squadra della G League affiliata ai Mavs.


Nonostante ciò, non si fece problemi, durante un allenamento, a chiedere pubblicamente a Brad Stevens, con la sua classica abrasiva schiettezza, se la squadra stesse perdendo appositamente per aumentare le proprie possibilità alla lottery successiva.


Lo chiesi di fronte a tutti”, raccontò successivamente il giocatore.


Ci vuole una buona dose di coraggio e spavalderia a un neoarrivato, semi sconosciuto, per fare un’uscita del genere. Forse, quello che serviva alla squadra per rigirare le sorti della loro stagione, poi conclusasi con un giro ai Playoffs, in parte anche grazie all’apporto sempre concreto di Crowder dalla panchina, che una volta in Massachusetts ha visto aumentare sensibilmente minutaggio e medie. Il ragazzo, dell’episodio, racconta che dopo l’allenamento Stevens lo prese da parte, lo rassicurò sulle ambizioni della squadra e si disse contento di poter contare su qualcuno così mal disposto alla sconfitta e alla mediocrità.


La qualità al tiro e la versatilità difensiva lo rendono un giocatore tecnicamente utile a chiunque. 3&D come lui servono come il pane nella NBA odierna. Ma sono soprattutto lo spirito e la mentalità che si porta dietro che lo rendono appetito da mezza NBA. A suo dire, nell’ultima free agency, sono state ben 14 le squadre che hanno suonato al campanello, con pronta un’offerta solo da firmare. Le forti avances di Devin Booker e Chris Paul hanno influito significativamente sulla sua decisione di iniziare un nuovo capitolo della sua carriera in Arizona.

“È un cagnaccio. Sono grato e contento di poterlo finalmente chiamare un compagno.”


CP3 in lui riconosce la stessa competitività, la stessa volontà di spingere un gruppo oltre i suoi limiti, senza timore di non risultare simpatici a qualcuno. Sono fatti della stessa pasta. E come loro Jimmy Butler, che, non a caso, ne sponsorizzò caldamente l’arrivo ai Miami Heat nel febbraio 2020.


I due si conoscono bene, avendo condiviso la canotta dei Gloden Eagles a Marquette. Jimmy sapeva di andare sul sicuro con il compagno ai tempi del college. Sapeva di reclutare un elemento perfetto per la Heat Culture, uno che avrebbe potuto trovare in palestra prima di lui la mattina e che l’avrebbe lasciata dopo.


Dopotutto, questa è stata da sempre la ricetta del successo di Jae Crowder. Il figlio di Corey Crowder, meteora in NBA con la maglia degli Utah Jazz e i San Antonio Spurs, non ha seguito un cammino da predestinato della pallacanestro, anzi. Ha sempre dovuto farsi largo col duro lavoro. Con la fine dell’high school a Villa Rica in Georgia, dove è cresciuto, ricevette più interesse dagli atenei americani per le sue qualità da quarterback.


Nessuna università di Division I si fece avanti e l’unica alternativa fu prendere la strada dei Junior College. Finì a South Georgia Tech e, nonostante un’annata da Georgia Junior Basketball Player of the Year, l’anno successivo attese un’altro Junior College, Howard. Venne eletto nuovamente miglior giocatore della competizione e questa volta guidò i suoi al titolo. A quel punto il suo era un profilo da non lasciarsi scappare. Ricevette diverse offerte, ma scelse Marquette, dove, nell’anno da senior, venne nominato Big East Player of the Year.


Il nomadismo cestistico continuò anche tra i professionisti. Ancor prima di calcare un parquet, venne tradato dai Cleveland Cavaliers, che lo scelsero con la 34esima scelta al Draft 2012, ai Dallas Mavericks.


In Nove stagioni ha rappresentato sette franchigie diverse. Dopo le Finals nella bolla di Orlando in molti pensavano sarebbe rimasto in Florida. La scelta di Phoenix fece storcere ben più di qualche naso. JC non se n’è mai dimenticato e anzi, quando la post-season dei Suns era ormai assicurata, si tolse qualche sassolino dalle scarpe:



Sul campo, invece, la lingua è lunga, anche più che dietro la tastiera. Il 99 dei "Soli" ha un carattere fumantino, e quando sente l’odore di baruffa non si tira mai indietro. Dopo un acceso diverbio con Aaron Gordon, nella recente serie di Playoffs contro i Denver Nuggets, ha commentato così:

“Le altre squadre provano a giocare molto fisiche con me, provano a stuzzicarmi. Non so se lo sanno, ma mi piace questo stile di gioco. Mi piace il trash talk. Tutto ciò mi carica, mi da energia e penso che la squadra ne giovi.”

Nel turno precedente se ne sono accorti anche i Los Angeles Lakers. La serie è stata anche il palcoscenico per una sorta di telenovela tra lui e niente di meno che LeBron James. Nelle prime tre partite, l’ala dei Suns ha faticato e parecchio, tirando 7/27 dal campo e, negli ultimi possessi di Game 3, incitato dai compagni, il Re non si è fatto scappare l’opportunità di portare a scuola il suo ex compagno ai tempi di Cleveland.


Molti si sarebbero sciolti. Jae, invece, è tornato da leone, segnando 17 punti nella partita successiva allo Staples che ha portato la serie in parità. Nella decisiva Gara 6, poi, ha chiuso con 18 punti, con 6/8 dall’arco e nel minuto finale, a giochi fatti, si è esibito in un balletto di salsa di fronte al 23 – un omaggio alla danza che James sfoggia in una pubblicità della Mountain Dew – che gli è valso l’espulsione.


Al termine della partita ha postato le immagini dell’accaduto sul suo profilo Instagram:



“Ci hanno mancato un po’ di rispetto durante Game 3”, ha commentato Crowder, “e così ho fatto quello che dovevo durante la partita finale. Se dovessimo vincere il Titolo, ballerò la salsa qui con i tifosi di Phoenix.”


Un mese e altre due serie di Playoffs dopo, la promessa è ancora valida.