• Luca Losa

Around the Rockets: l’evoluzione finale

La trade che ha mandato Capela ad Atlanta rappresenta l’input conclusivo alla latente rivoluzione che in Texas stavano portando avanti da anni.



La blockbuster trade di poco più di due settimane fa che ha coinvolto 4 squadre, tra cui ovviamente Houston e di cui abbiamo parlato in questo articolo, suggella l’apice ultimo, lo step finale della rivoluzione portata avanti da Daryl Morey e Mike D’Antoni.


I dettagli della trade, di per sé, hanno lasciato in molti perplessi. Per un asset importante, del valore di circa $90 milioni, hanno ricevuto in cambio un role player e soprattutto sono rimasti scoperti nel ruolo di 5, dove i soli Hartenstein (retrocesso in G-League) e Chandler non possono certo garantire l’apporto che poteva offrire Clint Capela.


Questa mossa va però attentamente analizzata, contestualizzata e soprattutto inquadrata in prospettiva Playoffs. Covington rappresenta un fit perfetto per il gioco dei Rockets, essendo un 3&D molto versatile che all’occorrenza può anche giocare da stretch four in quintetti small-ball e nel contesto estremo dei Rockets potrà far rifiatare PJ Tucker giocando addirittura minuti da “centro”. Daryl Morey, interrogato al riguardo nei giorni successivi alla trade, ha affermato quanto segue.


Andando dritti al punto: il modo migliore per far rendere al massimo le nostre stelle, e che al contempo è la maniera che ci dà le maggiori possibilità di vincere il titolo, è stare con in campo uno stretch four, in grado di giocare ad alti ritmi, che sappia tirare e difendere sulle ali. Robert Covington era sicuramente il miglior profilo in tal senso disponibile.

Viene quindi scontato chiedersi se Clint Capela non rappresentasse più un fit ideale per il sistema di D’Antoni. Lui che negli ultimi anni, grazie alle abilità nel proteggere il ferro, tenere sui cambi difensivi, essere una presenza a rimbalzo e punire le scelte difensive avversarie rollando forte a canestro, si era reso indispensabile negli ingranaggi della squadra.


È indubbiamente vero che così come sono adesso, senza Capela, i Rockets patiranno particolarmente a rimbalzo e nella difesa del pitturato. Come è per esempio successo nella prima partita post-trade contro i Lakers, in cui i giallo-viola hanno segnato 62 dei loro 111 punti nel pitturato e Davis ha messo a segno 12 dei suoi 14 canestri dal campo proprio dentro l'area.


PJ Tucker è chiamato agli straordinari da qui fino alla fine della post-season. Il cosiddetto “Tuckwagon”, il quintetto small-ball con Tucker da 5 usato sempre di più da D’Antoni dagli scorsi Playoffs in poi nei momenti più delicati delle partite, diventa quindi il lineup di riferimento.



Tuttavia, guardando all’altra metà campo, diverse ragioni fanno intendere che la presenza di Clint non fosse più indispensabile e che si fosse proposta l’occasione giusta per sposare in toto la filosofia di D’Antoni e Morey, e di portare la loro “creatura” allo stadio evolutivo finale. Come dicono gli americani, e come ha dichiarato D’Antoni recentemente ai microfoni di The Ringer, era arrivato il momento di “double down”, raddoppiare, andare all-in.


I Rockets ormai fanno molto meno uso dei pick&roll. Due stagioni fa, il 17.6% delle loro azioni erano concluse dal ball-handler del pick&roll e l’8.8% dal rollante - rispettivamente, settimo e secondo posto nella Lega in questa determinata statistica. Nelle poco più di 50 partite disputate in questa stagione, invece, gli stessi dati sono scesi al 10.9% il primo e al 4.5% il secondo, il che li pone in entrambi i casi all’ultimo posto nella Lega.


Questa tendenza si spiega principalmente in due modi: l’uso sempre più smodato di isolamenti da parte di James Harden, il quale ormai riceve il blocco solo per ottenere un mismatch sul cambio difensivo invece di giocare col rollante e sfruttare il vantaggio creatosi con il blocco; e il contemporaneo addio di Paul - il quale nella passata stagione giocava P&R il 36.4% delle sue azioni - e arrivo di Westbrook.


Il Barba è passato da 10.2 pick&roll a partita nella stagione 2017/18 (il 35.8% delle sue azioni offensive) agli attuali 6.4 a sera (Freq: 19.8%). L’ex OKC, similmente, gioca molti più isolation che pick%roll (13% dei casi).



Dal grafico sopra è palese quanto polarizzante e monodimensionale sia diventato il gioco dei razzi texani. Isolamenti, dopo isolamenti, dopo isolamenti. I primi tre giocatori della Lega per percentuale di isolamenti giocati sul totale dei loro possessi, infatti, sono di casa al Toyota Center. In questo contesto, uno stretch four che allarghi ulteriormente il campo e tenga lontano dal centro dell’area il suo difensore diventa più funzionale di un centro tradizionale come Capela.


A giovare particolarmente dell’assenza di un lungo in mezzo all’area - a giudicare dai numeri e dalle prestazioni che sta mettendo su ultimamente - è Russell Westbrook. Brodie adesso è libero di giocare la sua pallacanestro, fatta di continue penetrazioni al ferro e jumper dalla media, senza correre il rischio di sbattere contro l’aiuto difensivo del lungo avversario.


L’esperimento di inizio stagione, aggiungere un efficiente tiro dalla distanza al bagaglio tecnico di Russell, è stato definitivamente abbandonato. A novembre il playmaker di Long Beach tentava 5.7 triple a partita, mentre a gennaio il dato è calato a 2.2.


Con Capela e Westbrook contemporaneamente sul parquet, il gioco di Houston era come imbrigliato e intasato. Con i sopracitati in campo, infatti, l’Offensive Rating di squadra era 107.6. Con PJ Tucker al posto dello svizzero, il dato schizza vertiginosamente a 117.8 punti per 100 possessi. Con quattro tiratori in campo, a Westbrook non è richiesto di essere pericoloso dalla distanza ed è anzi libero di giocare la sua pallacanestro, con addirittura maggiore efficienza rispetto che in passato, visti gli enormi spazi che offre l’attacco di Houston.


Alla luce di queste considerazioni, diventa quindi chiaro come il front office, al di là dello stupore iniziale mescolato con anche un certo scetticismo generale, abbia deciso di rimanere fedele alla propria filosofia dogmaticamente incentrata sulle statistiche e abbia deciso di cogliere l’occasione per portare a termine il processo evolutivo iniziato tre stagioni addietro.


Le prossime firme di DeMarre Carroll e Jeff Green occuperanno gli ultimi due posti a roster disponibili e sono un chiaro segnale che d’ora in avanti non si torna indietro. Questa è la strada che D’Antoni e Morey hanno deciso di intraprendere. La strada che secondo loro dà ai Rockets le maggiori probabilità di successo.


Prima dell’inizio della stagione, intervistato da Sport Illustrated, D’Antoni, ricordando i tempi di Phoenix, ha confessato che il suo più grande rimorso fosse di essere arrivato a mettere in dubbio il suo lavoro e la sua idea di basket (rivoluzionaria a quei tempi), forse influenzato dalle critiche; e di aver deciso di intraprendere un’altra strada, più ortodossa, invece di “double-down”, di andare all-in.


“Sì, è stato un errore. Ma non faremo lo stesso qui”.


È stato di parola.

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