• Marco Marchese

Aspettative e delusioni: la strana stagione dei Celtics

L’inizio di stagione ha illuso l’ambiente, che adesso si chiede il perché di questa stagione altalenante.



Questo articolo, scritto da Greg Bruek-Cassoli per Celticsblog e tradotto in italiano da Marco Marchese per Around the Game, è stato pubblicato in data 5 aprile 2021.



Le prime due settimane della stagione 2020/21 dei Boston Celtics avevano acceso, con sette vittorie su otto partite, le speranze di un'annata ricca di soddisfazioni.


Gli ostacoli sul loro cammino erano di varia difficoltà, ma a prescindere la squadra aveva fatto un'ottima impressione. In più, quelle sette vittorie erano arrivate nonostante mancasse un tassello offensivo fondamentale come Kemba Walker, segno che veniva interpretato come un punto di forza, dato che la squadra riusciva a sopperire alla sua assenza; si pensava che la squadra avrebbe anche potuto far meglio della stagione passata, nonostante Boston abbia perso Gordon Hayward.


Jayson Tatum e Jaylen Brown hanno avuto un periodo da superstar: il duo aveva una media di 54.1 punti, 13.1 rimbalzi, 7.5 assist, 2.9 recuperi e 1.3 stoppate nelle prime otto partite, con una percentuale dal campo del 52.2% e un impressionante 46.7% da oltre l’arco. Le giovani ali hanno continuato a mettere a referto statistiche notevoli, ma il resto della squadra ha spesso sfigurato nel resto della stagione.


L’attuale record di 25-26 assesta la franchigia del Massachusetts all’ottavo posto della Eastern Conference, di gran lunga lontano da ciò che la squadra aveva mostrato nel primo scorcio stagionale. Boston si trova a due vittorie di distanza dal quarto posto, occupato da Atlanta, e a una da Charlotte (senza Hayward per circa un mese, e con LaMelo Ball in dubbio per il resto della stagione).


Giocatori, allenatori, membri del front office e tifosi hanno espresso a più riprese le loro frustrazioni. Boston, del resto, ha raggiunto le Eastern Conference Finals tre volte nelle ultime quattro stagioni: la delusione per i risultati finora ottenuti è figlia delle aspettative ereditate dagli anni passati.



L’attuale roster, però, non è al livello di quelli delle recenti Playoff run. Sono stati salutati Hayward, Irving e Horford, un trio che vanta 13 apparizioni all’All-Star Game; e oltre a loro, sono andati via anche altri ottimi role player come Terry Rozier, Marcus Morris e Aron Baynes.


I Celtics hanno tentato di supplire a queste assenze tramite le scelte al Draft, ma solo Robert Williams si è distinto come reale contributo nelle rotazioni - con il rookie Payton Pritchard che sembra orientato in questa direzione. A parte la loro crescita e il recente arrivo di Evan Fournier, i Celtics negli ultimi anni hanno aggiunto al roster un solo giocatore di livello, Kemba, preso via sign-and-trade. La point guard ha avuto problemi al ginocchio sin dalla scorsa stagione, e sta ancora vivendo un'annata turbolenta, alla ricerca della condizione migliore per avere un impatto sulla squadra.


Tutto ciò, almeno in parte, era stato messo in conto alla vigilia della stagione. Con Walker ancora in ripresa, una panchina non molto lunga e composta da giocatori giovanissimi (per lo più al primo e secondo anno), qualche scivolone era previsto, e accettabile. Poi, però, le vittorie a inizio stagione hanno distolto l’attenzione dalle reali potenzialità e capacità della squadra. Anche chi aveva previsto un calo di rendimento, difficilmente avrebbe creduto a un simile passo indietro. Andare sotto .500 è peggio di quanto ci si potesse aspettare per Boston, quantomeno in assenza di infortuni clamorosi.


I Celtics hanno vissuto nel caos per la maggior parte di questa stagione. La fase offensiva è poco fluida, quella difensiva è spesso carente. Fatica e stress aumentano. Il rendimento, invece, sale e scende, con la squadra che talvolta necessita di perdere con uno scarto in doppia cifra prima che suoni la sveglia e ritorni a giocare con concentrazione e intensità su entrambi i versanti del campo.


Ci sono parecchie teorie riguardo ciò che sta accadendo in casa Boston.


Alcuni puntano il dito contro Brad Stevens, che per la prima volta in carriera sembra abbia perso la sua abilità a trarre il meglio del potenziale difensivo del suo roster. Stevens merita le critiche per le carenze difensive e a mono-dimensionalità dell'attacco dei Celtics, ma va detto che i giocatori a sua disposizione sono in maggioranza giovani e inesperti, con l’aggravante del poco tempo a disposizione per gli allenamenti collettivi a causa delle restrizioni anti-Covid.


I più clementi con l’allenatore puntano il dito verso il front office. Poco è stato fatto per aggiungere al roster dei giocatori funzionali e di esperienza, prima della trade deadline, in cui Boston aveva bisogno di guardie e ali con doti di ball-handling e playmaking.


L'idea di Stevens di iniziare con due centri contemporaneamente è stata conseguenza della presenza a roster di lunghi statici e poco mobili, e soprattutto della mancanza di tiratori affidabili dal perimetro, che ha di fatto limitato il potenziale offensivo.


C’è poco che un allenatore possa fare per migliorare una squadra con pochi giocatori capaci di facilitare la fase offensiva - che per di più, tra l'altro, sono stati spesso fuori uso per infortunio. La squadra di Beantown ha avuto un incredibile numero di giocatori messi KO da vari problemi fisici (senza contare le assenze forzate a causa dei protocolli igienico-sanitari). Il quintetto titolare d’inizio anno (Walker, Brown, Tatum, Smart e Theis) ha collezionato solo 163 possessi - non contando il garbage time - prima che Theis venisse scambiato. La stessa lineup, con Robert Williams III al posto di Theis, ha messo assieme solo 70 possessi (ancora una volta, escludendo il garbage time).


Questi potrebbero essere motivi di fiducia, ma i Celtics non sono gli unici in NBA ad aver dovuto fronteggiare infortuni e protocolli-Covid. Praticamente ogni squadra è stata falcidiata da assenze per entrambe le ragioni.


Pessime rotazioni difensive, poco movimento della palla e un ritmo troppo basso sono dei problemi che possono essere risolti anche quando la squadra non è a pieno organico. Per farlo, servono concentrazione e determinazione, che i Celtics finora hanno mostrato solo a sprazzi.


Alla frustrazione dovuta alle sconfitte, va aggiunto il calo fisico che ha colpito la stella del roster. Tatum non è più sembrato se stesso da quando ha contratto il virus a inizio gennaio. È ancora un’enorme risorsa per i biancoverdi, ma a volte è parso limitato fisicamente. Che ciò sia il risultato della degenza o meno, solo Jayson può davvero saperlo. Quel che è sicuro è che, attualmente, non sta giocando al 100% delle sue possibilità, ovvero quelle di trascinatore di una contender.


Probabilmente non dovrebbe neppure esserlo, ancora. È estremamente raro che il miglior giocatore di una squadra che ambisca al titolo abbia la sua età. Dalla fusione ABA-NBA, solo tre volte è accaduto che una squadra, il cui miglior giocatore avesse meno di 23 ani, abbia vinto il titolo: Magic Johnson aveva 20 anni quando i Lakers vinsero il titolo nel suo anno da rookie (in squadra con lui c’era un certo Kareem Abdul-Jabbar); la seconda squadra a riuscirci è stata San Antonio, due volte, prima con Tim Duncan e poi con Kawhi Leonard, quando rispettivamente nel 1999 e 2014 i due vinsero anello e MVP delle Finals.


Jayson è abbastanza forte da potersi aspettare che un giorno migliorerà a vista d’occhio il livello e la competitività della sua squadra, ma probabilmente deve ancora migliore in alcuni aspetti del suo gioco per poter ricoprire un ruolo del genere.


Il calo di Tatum è una delle cause degli alti e bassi dei Celtics nel 2021 - non certo l'unica, e forse neanche la principale.


C’è qualcosa in comune a tutte le potenziali cause dei problemi di Boston quest’anno: tutto ciò che è andato male, ha una ragionevole spiegazione. Per gli ottimisti è una semplice serie di sfortunati eventi; per i pessimisti, invece, sono solo alibi per nascondere le colpe di Danny Ainge e il fatto che coach Stevens abbia perso la fiducia dei suoi ragazzi. La verità, come al solito, sta sempre da qualche parte lì in mezzo.


Chiaramente qualcosa non va in quel di Boston. Forse, il resto della stagione potrà rivelare quanto tempo ci vorrà prima che i Celtics possano essere una vera contender.






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