• Alberto Dagnino

Baron Davis: lights, camera, action

La vita e la carriera di Baron Davis sembrano uscite da un film hollywoodiano. E ora che ha appeso le scarpe al chiodo lo potrebbe produrre lui stesso.



Quando il Barone atterra dall’iconica schiacciata in faccia a Andrej Kirilenko, è come se un terremoto avesse appena scosso l’intera Baia. I 20 mila abbondanti che affollano gli spalti dell’Oracle Arena vengono travolti da un’isteria collettiva incontrollabile, che ridefinisce il concetto di decibel. Nell’anno del We Believe si era soliti misurare l’inquinamento sonoro prodotto dai tifosi di casa, auto definitisi - con buona ragione - il pubblico più caldo della Lega.

La schiacciata di Davis porta il Sound Meter a picchi inusitati. Anche compagni e colleghi lo guardano con lo stupore di chi ha assistito a una giocata straordinaria, realizzata da un collega che a malapena arriva al metro e novanta di altezza.

Baron è confuso, anche lui travolto dalle emozioni del momento: si tira su la maglietta, non sa cosa farsene di tutta quella elettricità che lo attraversa.



Ma appena tutto si calma, un pensiero lo raggiunge.

“Sono fottuto…questa è l’unica giocata per cui verrò ricordato! La mia carriera sarà ridotta a questo unico highlight.”

In un era pre-meme, Baron ha colto nel segno con grande lucidità e lungimiranza. A distanza di 15 anni da quel momento, la maggior parte dei tifosi che lo fermano per strada lo ricordano principalmente per quell’irrispettosa aggressione nei confronti del russo degli Utah Jazz.

Quasi dimenticandosi di una carriera fatta di oltre 10 stagioni ad altissimo livello, in cui Davis ha regalato emozioni a non finire, innumerevoli giocate straordinarie; ha trasmesso pura gioia ai tifosi di piazze per lo più periferiche, con pochi sogni di gloria. Una carriera in cui non sono mancate polemiche, infortuni, male voci e frizioni con allenatori. Una carriera che è un film, di quelli che oggi, appese le scarpe al chiodo, il Barone potrebbe produrre o interpretare in qualche studios di Hollywood.

Il viaggio che lo ha portato da uno dei peggiori quartieri di Los Angeles ai campi della NBA - e in seguito a una brillante carriera post professionismo - è l’ennesima dimostrazione che il sogno americano sarà pure un concetto stantio e demagogico ma non per questo meno reale, di quando in quando.

“Da ragazzi non si dovrebbe pensare unicamente a sopravvivere, ad arrivare alla fine della giornata ancora interi. A South Central invece, fin dalla tenera età, era difficile intravedere un futuro, avere delle prospettive: l’unico pensiero era tornare a casa vivi la sera”

Nelle innumerevoli - e spesso esilaranti - interviste che Davis ha tenuto lungo l’arco di una vita, non si è mai soffermato troppo sulla storia dei suoi genitori: l’unica cosa che ci è data sapere è che nessuno dei due era in condizioni di crescere lui e la sorella Lisa, che rischiano di venire affidati a una casa famiglia.

Provvidenziale è l’intervento di nonna Lela e suo marito Luke, che prendono i due piccoli fratelli sotto al proprio tetto, un’umile ma accogliente dimora nel cuore di Crenshaw, South Central L.A.

In una delle aree più complicate della complicatissima megalopoli californiana, i signori Nicholson impongono un regime ferreo a Baron e la sorella, pur mantenendo un ambiente vivace in casa, offrendo ai due bambini il maggior numero di stimoli possibili. Cultura, sport e disciplina. Nonna Madea - abbreviazione di Mother Dear - crede fortemente nella teoria dei vetri rotti e obbliga Baron a pulire tutti i giorni la sua camera, fare le cose per bene, perché anche nel ghetto si può mantenere dignità, vivere onestamente, crescere e migliorare. In strada molti giovani perdono la vita, persi nella guerra tra gang e il cancro della droga: Baron trova negli insegnamenti della nonna e nella pallacanestro le prospettive così difficili da inquadrare a South Central. Un playground vicino a casa diventa il suo parco dei divertimenti, dove dimenticare la pesantezza dell’aria attorno a lui elevandosi, sperimentando, creando.

Alle scuole medie Davis è già un’attrazione di cui tutti parlano, tra un ball handling criminale, una folle rapidità di movimento e di pensiero e una spiccata tendenza allo spettacolo, probabilmente congenita.

Nonostante le avversità, Baron cresce perennemente col sorriso e la necessità quasi fisica di scherzare: tiene banco alle riunioni di famiglia, la creatività che mostra sul campo da gioco è la stessa con cui racconta storie, lancia battute e intrattiene il sempre nutrito pubblico di casa Nicholson.

Madea se ne rende conto e tramite una conoscenza riesce a far recapitare sulla scrivania del nipote una offerta di borsa di studio per l’esclusiva scuola privata Crossroads, nella pettinatissima Santa Monica.


Per darvi un’idea di che istituto sia la Crossroads School for Arts & Sciences, basta la quota della retta, fin dalle scuole medie: almeno 45mila dollari l’anno.

È il genere di scuola progressista in cui il jet set hollywoodiano manda i propri figli, con un programma volto a stimolare la creatività e la libera espressione dei ragazzi, ma che ha al suo interno anche un interessante programma sportivo, nello stile delle università NCAA.


Tra i suoi ex alunni, però, si annoverano decisamente più attori e registi che grandi atleti: Michael Bay, Jonah Hill, Gwyneth Paltrow, Kate Hudson e tanti altri.

Baron si reca per una visita a Santa Monica e al suo rientro a casa è categorico: non ha nessuna intenzione di andarci.


“Era più piccola della mia scuola elementare a South Central, non c’erano playground all’interno della struttura, la palestra aveva il soffitto più basso di quello di casa mia…a quel punto credevo davvero di poter diventare un professionista e mi sembrava un passo indietro nel mio progetto.”

Inoltre, l’idea di lasciare il quartiere - non potendo più rappresentarlo cestisticamente, accasandosi in una scuola snob lontana da casa - non convince Baron. Ma a quel punto la pressione di nonna Madea è tale che Davis non ha scelta.

Le zone difficili come la sua sono piene di ragazzi di talento che spesso non hanno mai lasciato il quartiere. Conoscere realtà diverse, intravedere orizzonti che non siano quelli delle gang, dello spaccio e del vivere giorno per giorno, può fare la differenza tra un futuro prospero e un destino miserabile.

“Avevamo tutti la sensazione che avrebbe fatto qualcosa di speciale nel suo futuro: era destinato al successo. Baron aveva ben chiaro il suo obiettivo, era più sveglio della maggior parte dei suoi coetanei, soprattutto in una scuola come la nostra. Non veniva a tante feste, visti i suoi impegni sportivi, ma era comunque il più popolare della scuola, una vera star.” (Kate Hudson, compagna di classe)

Dopo un iniziale periodo di ambientamento, Baron prospera alla Crossroads, sia da un punto di vista accademico che sportivo, confermandosi una delle point guard più interessanti dell’intero stato.

Vengono a bussare alla sua porta per reclutarlo alcune delle migliori scuole degli Stati Uniti, da North Carolina a Kansas, da Georgia Tech a Duke. Ma l’offerta che più gli scalda il cuore è quella di UCLA, a un passo da casa: Baron accetta di giocare per i Bruins, dando così a parenti e amici la possibilità di vederlo dal vivo più agevolmente.

E rappresentare la città di Los Angeles.

Al suo primo anno, Baron è il rookie dell’anno della Pacific-10 e UCLA vola con lui fino alle semifinali dei Regionals, nutrendo serie intenzioni di puntare al titolo nazionale. Quando, atterrando da una poderosa schiacciata contro Michigan, sente un dolore al ginocchio.


Nonostante tenti di rientrare in campo qualche minuto dopo, è costretto a guardare dalla panchina i suoi compagni vincere di tre lunghezze contro i Wolverines. Il giorno dopo, la diagnosi è terrificante: è saltato il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Per un’atleta di 18 anni non certo un buon presagio.

È il 15 marzo del 1998. Di lì a poco inizia un’estate complicata, fatta di un’operazione, un faticoso recupero post-operatorio e un tour degustazione di tutti i fast food della contea di Los Angeles, che lo porta ad ingrassare di oltre 10 chili.

In modo misterioso, però, a novembre il Barone è nel giusto pesoforma, pronto a tornare in campo, e sembra non aver perso nulla della propria esplosività.

Una stagione abbastanza deludente per i Bruins, ma in cui Davis recupera sicurezza e migliora in tutte le sue voci statistiche, chiudendo l’annata con una media di quasi 16 punti, 5 assist, 4 rimbalzi e tre rubate a partita. Viene inserito nel terzo quintetto All-American e le sue condizioni fisiche non destano più preoccupazioni negli ambienti degli scout NBA, che in estate lo convincono a dichiararsi eleggibile al Draft.

La maggior parte delle squadre della Lottery è interessata a lui. Il suo sogno è quello di rimanere nella Città degli Angeli, anche se questo significa accontentarsi dei derelitti Clippers, che hanno la quarta chiamata. Ma gli Charlotte Hornets, nonostante Baron abbia rifiutato un invito al loro training camp, decidono di rischiare, accaparrandoselo alla terza scelta. Decisiva è l’intercessione di Eddie Jones, appena arrivato nella franchigia del North Carolina, con il quale Davis ha un rapporto speciale, che lo convince della bontà del progetto dei Calabroni. Dopo una prima interlocutoria annata da rookie - complicata anche dalla tragedia della morte del veterano Bobby Phills - la seconda e la terza stagione di Davis sono entusiasmanti e la sua ascesa è impetuosa.

È titolare in tutte e 164 le partite di Regular Season, nel 2002 partecipa all’All-Star Game sostituendo l’infortunato Vince Carter e termina con numeri da capogiro: 18 punti e quasi 9 assist ad uscita, oltre a due primi turni Playoffs superati brillantemente, nel 2001 contro i Miami Heat, l’anno seguente contro gli Orlando Magic di T-Mac.

In questi anni è anche costantemente nelle classifiche delle più belle giocate della settimana, del mese, dell’anno, raggiungendo uno status di culto tra i tifosi di ogni parte del globo.



L’idillio comincia a sgretolarsi quando la franchigia viene trasferita a New Orleans, nell’estate del 2002.

Prima una serie di infortuni tornano a flagellarlo, proprio nell’anno in cui firma un sostanzioso rinnovo da oltre 80 milioni di dollari - scatenando la conseguente pioggia di critiche da parte dei detrattori.

Segue il licenziamento di Paul Silas, con cui Davis aveva un ottimo rapporto, in favore di Tim Floyd prima e Byron Scott poi: con quest’ultimo ci sono moltissimi dissapori, accentuati dalle prestazioni terribili della squadra, che vince solo due delle prime 30 gare stagionali.

Comincia a serpeggiare, negli ambienti degli addetti ai lavori, la diceria che Baron Davis sia un giocatore difficile, un piantagrane uncoachable, come riportano i media dell’epoca. George Shinn, proprietario degli Hornets, arriva a dire, in un’intervista al New York Times, che Davis è una “presenza velenosa” nello spogliatoio.


“Per qualche ragione si è fatto una cattiva reputazione. Molte persone dicevano peste e corna di lui, per quanto mi riguarda ho sempre negato queste voci e l’ho sempre difeso, tanto che molti hanno cominciato a dubitare delle mie capacità di giudizio. Ho sempre avuto un rapporto fantastico con lui e non l'ho mai riconosciuto in quella narrazione." (Paul Silas)

Nel febbraio del 2005 si arriva al punto di rottura. Gli Hornets decidono di accettare una offerta di scambio - non entusiasmante… - da parte dei Golden State Warriors: Speedy Claxton e Dale Davis per il Barone? La dice lunga di quanto le sue azioni siano crollate.

Nonostante l’aria della California lo attiri, Davis non è entusiasta della destinazione, viste le pochissime ambizioni dei Warriors, ma a poche ore dalla trade deadline, piuttosto che rimanere invischiato nella paludosa Louisiana, prende il primo volo per Oakland.

Ancora una volta, l’approccio non è dei più semplici.

Sull’intera franchigia aleggia una depressione impressionante. Negli anni successivi ai Run TMC, i tifosi della Baia hanno perso il conto delle sconfitte e Davis arriva in uno spogliatoio demoralizzato, senza stimoli e poco incline all’impegno.

In aggiunta, acciacchi di varia natura continuano a non dargli tregua e il rapporto con coach Mike Montgomery - “Non una delle menti cestistiche più brillanti che abbia incontrato…” - stenta a decollare.

All’inizio della stagione 2006/07, però, Don Nelson torna a sedersi sulla panchina dei Warriors e le cose cambiano immediatamente: sarà, forse, la migliore stagione della carriera del Barone.

È un matrimonio perfetto tra due personaggi unici nel loro genere.

Davis ha bisogno di un coach che lo alleni davvero, che lo pungoli e del quale abbia stima. Nelson ha bisogno della sua leadership per rialzare una franchigia intorpidita e se qualcuno può prendersi un gruppo smarrito sulle spalle, quello è il Barone.

Squadra malridotta, dicevamo: ma che a gennaio - in seguito a una maxi trade che coinvolge otto giocatori - riesce ad aggiungere due pedine come Al Harrington e Stephen Jackson, che cambiano volto alla stagione.


Dal 5 marzo arrivano solo 5 sconfitte al fronte di 16 vittorie, grazie alle quali i Warriors riescono a conquistare i Playoffs per la prima volta dal 1994, pur con l’ottavo seed a Ovest: il che significa dover affrontare i Mavericks, veri dominatori della Regular Season, guidati dall’MVP unanime Dirk Nowitzki.

A series for the ages, una delle più incredibili storie di upset della storia recente della Lega, forse anche di tutti gli sport americani. I Warriors si sbarazzano dei grandi favoriti per l’anello in 6 partite, vincendo con uno scarto medio di quasi 15 punti. Il Barone chiude la serie con più di 25 punti, 6 rimbalzi e 5 assist a partita, trascinando un improbabile gruppo di giocatori oltre il limite di quello che tutti pensavano potessero ottenere.

“Glielo si leggeva negli occhi che non ci avrebbe permesso di perdere. Aveva una specie di fuoco interiore, non doveva neanche trasmettercelo a parole. Silenziosamente, con l’esempio, ci ha mostrato una via per vincere la serie, non dovevamo fare altro che seguirlo.” (Adonal Foyle)

Al turno successivo ci sono gli Utah Jazz - e quella incredibile schiacciata su Kirilenko - ma la magia termina e in 5 partite Golden State termina il suo percorso. E, in quel momento, termina anche il percorso ad alto livello del Barone.

Gli anni a venire sono contrassegnati da una serie infinita di altri infortuni, delusioni e una malinconica parabola discendente, che parte dai Clippers e finisce in una breve finestra ai New York Knicks, dove la sua carriera termina nel peggiore dei modi, con un ennesimo infortunio ai legamenti del ginocchio destro al primo turno dei Playoffs.

Nonostante una tentativo di recupero, l’età avanza e tranne una manciata di gare in G-League, quello sarà il suo ultimo momento su un parquet NBA.

La sua carriera cestistica finisce, quella come imprenditore è appena iniziata, anzi: per la verità era iniziata da tempo.

Negli anni, il Barone ha mantenuto rapporti con diversi compagni dei tempi della Crossroads, per lo più personalità legate al mondo dello showbiz losangelino.

Tra queste Cash Warren, marito di Jessica Alba, uno dei suoi primi amici al liceo, figlio di una vecchia gloria della televisione degli anni ’80, diventato produttore, col quale apre una casa di produzione, la Verso Entertainment, già nel 2005.

Nel frattempo, prova la strada della recitazione, comparendo in diversi show TV - Lincoln Heights, The Forgotten, Hot In Cleveland - e film, fino ad arrivare, nel 2019, alla realizzazione, e interpretazione da protagonista, di un'esilarante serie comica sulla sua vita: WTF Baron Davis.



L’infanzia difficile, il riscatto, gli infortuni, le dicerie sul suo carattere, contratti milionari, giocate incredibili e la stagione del We Believe, per poi chiudere una carriera cercando di rimanere in campo nonostante l’esplosione di un ginocchio.

A Hollywood, per molto meno, si sono prodotte trilogie, saghe, serie dal cospicuo numero di stagioni. Ora che è anche un produttore cinematografico, Baron ha per le mani una storia che vale oro: non ha nemmeno bisogno di comprarne i diritti.

Per chi è stato testimone nei primi anni 2000 della sua ascesa, però, non c’è nessun bisogno di un film del genere: quello che abbiamo visto ha riempito i nostri occhi in eccedenza. Ben oltre quella schiacciata su Kirilenko.