• Francesco Munari

Basuketto Boru: NBA & Japan

In Giappone, su una superficie di oltre 377mila chilometri quadrati, ci sono poco più di un centinaio di campi da basket all’aperto: uno per ogni milione di abitanti. Eppure le connessioni di rilevanza storica, sportiva ed economica tra la NBA e il paese del Sol Levante sono molteplici.


Tutto iniziò nel 1947 quando Wataru Misaka, playmaker di origine giapponese nato nello Utah, esordì nella NBA (allora BAA) con i New York Knicks, diventando il primo giocatore non-caucasico nella lega maggiore. Il suo non fu un esordio d’impatto né tantomeno duraturo: fu tagliato dalla squadra dopo sole 3 partite. Si trattava però del simbolico epilogo di una rispettabilissima carriera in cui Wat lavorò sempre “twice as hard” (con doppia fatica) per dimostrare il proprio valore in campo, in quanto Nippo-americano nel bel mezzo delle tensioni causate dalla seconda guerra mondiale.

La sua è un’epopea che vi consiglio di approfondire con il nostro articolo: “Wat a story”.


Misaka getta l'ipotetico ponte tra le due sponde del Pacifico che sarà percorso nel 1981 da Yasutaka Okayama, scelto al Draft dai Golden State Warriors. Il centro di Mashiki è ad oggi il giocatore più alto nella storia della NBA coi suoi 234 centimetri e per molto tempo rimase anche l’unico giapponese ad essere scelto al Draft. I problemi di salute causatigli dal gigantismo però non gli permisero di superare le visite mediche obbligatorie, vietandogli di metter piede sui parquet a stelle e strisce.


Yasutaka tornò in patria e divenne un “salaryman” al servizio delle Sumitomo Metal Industries, rappresentando l’azienda anche sul campo da basket, come pivot per i Sumitomo Metal Sparks fino al 1990.

Okayama ricoprì anche il ruolo di centro titolare della nazionale giapponese con la quale vinse due medaglie di bronzo tra l’82 e l’86. Ad oggi detiene il primato di uomo più alto del Giappone, un record di cui farebbe volentieri a meno come viene candidamente documentato in questo video in pieno stile Wes Anderson:



La vera rivoluzione avvenne il primo Ottobre 1990, quando sulle pagine di Weekly Shonen Jump (il magazine sui manga più famoso del mondo) comparve Slam Dunk, il “manga sportivo” più popolare di sempre. Il suo autore, Takehiko Inoue, era all’epoca uno dei pochi super-fan della NBA nel paese del Sol Levante. Rapito dallo showtime dei Lakers di Magic Johnson e dagli inarrestabili Bulls di Jordan, decise di scrivere una storia di sport, ma anche di crescita adolescenziale, dove il protagonista si innamora prima di una ragazza che ama il basket e poi del basket stesso. Slam Dunk fu la scintilla che fece scoppiare una vera e propria mania in Giappone, portando la pallacanestro da hobby semi-sconosciuto a membro di un podio sportivo nazionale occupato da baseball e wrestling.


Gli anni ’90 portarono oltre un milione di ragazzini giapponesi a dedicarsi allo sport della palla a spicchi: un’ossessione sfociata anche nella cultura hip-hop, delle sneakers e dello streetwear.


La NBA dell’allora Commissioner David Stern colse l’occasione di espandersi a livello internazionale e il

2 Novembre 1990 esordì con la prima partita NBA giocata fuori dal territorio statunitense.

L'incontro sold out tra Phoenix Suns e Utah Jazz avvenne infatti a Tokyo.

Fu la prima partita di una lunga tradizione che verrà mantenuta fino al 2003, un anno prima dell’esordio in NBA di Yuta Tabuse, il primo (e anche l’unico per oltre 15 anni) giapponese a metter piede su un parquet NBA.


Yuta, conosciuto in madrepatria come “the Michael Jordan of Japan”, giocò appena quattro partite con i Phoenix Suns e finì per vagare da una squadra della Development League all’altra fino al 2008. Da lì il ritorno nella lega professionistica giapponese, dove gioca tutt’ora alla veneranda età di 40 anni. Il palmares è di tutto rispetto per un giocatore che ha dovuto sopperire a un fisico minuto (173cm/75kg) con talento e perseveranza: tre titoli consecutivi a livello collegiale, tre titoli nel professionismo (ABA, JBL, JPBL), un premio di MVP delle finali (JBL), due medaglie di bronzo con la nazionale e un posto nella storia come apripista NBA per le generazioni future del Giappone. Imperdibili le highlights del suo debutto in quel di Arizona con tanto di telecronaca “di casa”.



Forse per Yuta, forse per caso, nel 2005 nacque in Giappone la Basketball Japan League, una lega di pallacanestro indipendente di chiara matrice americana che si pose come competitor alla National Basketball League, co-governata da FIBA e dall’associazione pallacanestro Giappone.

La BJL crebbe a tal punto da ricevere lo sponsorship della Turkish Airlines, la stessa dell’Eurolega.

Nel 2014 però, in seguito alle crescenti tensioni per la competizione tra le due leghe, FIBA decise di bandire il Giappone dalle competizioni internazionali in attesa di una rappacificazione. Un anno dopo le due leghe opteranno per la fusione (cambia il paese ma non la sostanza) dando vita alla B.League, un’unico grande campionato. Con essa arriva il nulla osta alla squadra nazionale e l’inizio di una nuova era.


Dalle fiamme di un’annata buia per il basket giapponese si erge l’ennesima fenice, di nuovo Yuta, questa volta Watanabe.


Nel 2014 infatti Yuta Watanabe diventa il primo giapponese ad ottenere una borsa di studio per la NCAA, unendosi ai George Washington Colonials con i quali ottiene il premio di miglior difensore della propria Division. Dall’alto dei suoi 203cm per quasi 100kg, Yuta possiede un fisico adatto a ritagliarsi un ruolo nella NBA e nonostante non venga scelto al Draft, entra a far parte del roster dei Memphis Grizzlies.


Soprannominato “The Chosen One” dal Japan Times, Yuta dimostra di essere un’ala piccola molto versatile, quello che negli Stati Uniti viene definito un “coltellino svizzero”. Nonostante le presenze in maglia Grizzlies arrivino soltanto a 22, Yuta risulta un buon investimento futuro con performance da protagonista nella lega di sviluppo della NBA, la G League.



I giapponesi non fanno in tempo a idolatrare un “prescelto” che nel giro di un paio d’anni ne arriva un altro: Rui Hachimura.


Originario della prefettura di Toyama, Rui diventa uno studente di Gonzaga University nel 2016 e in tre stagioni diventa il miglior giocatore della Western Conference NCAA. Di padre beninese e madre giapponese, Rui vanta un fisico atletico e muscoloso molto più vicino agli standard americani rispetto ai suoi connazionali: questo, insieme a un talento cristallino e una ferrea disciplina gli garantiscono un biglietto per la NBA.


Nel 2019 arriva il suo momento di segnare un altro record nella storia della pallacanestro del suo paese, quando diventa il primo giapponese ad essere selezionato al primo round del Draft NBA, più precisamente con la chiamata numero 9, diventando di fatto anche il primo giapponese a ritagliarsi un ruolo consistente nella Lega, con 30 minuti di media e un posto fisso nello starting five dei Washington Wizards.


Rui Hachimura. Foto: The Undefeated

Come per i connazionali che lo hanno preceduto nella grande lega, Rui ha gli occhi di un’intera nazione puntati addosso: le attenzioni che gli vengono rivolte durante la notte del Draft da parte dei giornalisti sono seconde solo al fenomeno generazionale Zion Williamson.


I Wizards stessi assumono un corrispondente madrelingua per seguire Rui in tutte le sue attività con la squadra, e istituiscono un canale Twitter, un podcast, un sito web ed una serie di video interamente in giapponese per interagire nella maniera più autentica possibile con i fan oltreoceano.


La NBA è consapevole di avere tra le mani un giocatore di grande talento che, avendo speso parte della sua vita in Nordamerica, rappresenta un prezioso ponte culturale tra gli Stati Uniti e il Giappone.


Innanzitutto Rui è da un punto di vista prettamente statistico il giocatore giapponese di maggior successo nella storia del paese dei ciliegi.

Il suo potenziale come giocatore è già stato paragonato ad All-Stars affermate quali Kawhi Leonard e Amar’e Stoudemire e, sebbene siano chiare alcune delle sue lacune al tiro e sul fronte difensivo, il talento è innegabile.


Inoltre, come lo fu Yao Ming per la Cina, Hachimura rappresenta una possibile rinascita cestistica per il suo paese e quindi un’opportunità economica unica per la NBA di espandere il proprio mercato, proprio come era stato fatto negli anni ’90 sulla scia di Slam Dunk.


Non a caso il suo arrivo in NBA è coinciso con il ritorno della medesima su suolo nipponico, per la precisione a Tokyo, per un paio di Preseason Games tra Houston Rockets e Toronto Raptors.

Non accadeva da più di 15 anni. A finanziare l’evento c’era Rakuten, azienda giapponese che offre un servizio tv e streaming a pagamento simile a Hulu, che già nel 2017 aveva siglato un accordo con la NBA diventando di fatto uno dei partner commerciali e globali di maggior importanza per la Lega, nonché sponsor primario dei Golden State Warriors (nello stesso anno lo diventerà anche del FC Barcellona di calcio).


"The stars aligned", come dicono in America, per un importante percorso che vede il Giappone porre molta attenzione sulla nazionale di pallacanestro durante gli ormai rinviati Giochi Olimpici di Tokyo del 2021. Quello del mondiale in Cina del 2019 è stato un assaggio di ciò che la nazionale giapponese ha da offrire e che spera di costruire passo dopo passo per ristabilire un certo livello di competitività a livello asiatico.


Nonostante il talento individuale di Watanabe e di Hachimura infatti la squadra fa ancora molta fatica a competere con le altre nazioni, soprattutto da un punto di vista difensivo concedendo una pericolosa quantità di punti.


Yudai Baba, Rui Hachimura e Yuta Watanabe. Foto: NBA.com

Siamo solo all’inizio di un programma che potrebbe regalarci molte emozioni nel corso del prossimo decennio. Il numero di talenti giapponesi infatti è in crescita e se piccole stelle come quella di Chikara Tanaka alla IMG Academy o di Kai Toews da UNC Wilmington sono un segno di quel che ci aspetta, il Giappone isserà presto una bandiera bianca con al centro una palla a spicchi.



* a proposito di Slam Dunk: Il manga si concluse nel 1996 riscuotendo un successo incredibile grazie al quale nacquero numerose ristampe, una serie animata, quattro film e del popolarissimo merchandise. Nel 2006 Takehiko decise di investire parte dei guadagni nella lodevole “Slam Dunk scholarship” garantendo al miglior giocatore della nazione una borsa di studio per una “prep school” americana. Ogni anno Inoue segue i ragazzi vincenti nel loro viaggio oltreoceano come racconta lui stesso nel suo blog personale.



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