• Fabio Paradisi

Before The Process


Dalla nascita a Syracuse fino al trasferimento a Philadelphia, riviviamo il sofferto cammino che ha portato i 76ers alla conquista dei Titoli NBA '67 e '83

“The Process”. Questo il nome che nel 2013 i Philadelphia 76ers hanno dato al proprio progetto di ricostruzione per raggiungere il trono NBA. Un processo folle e complesso, che ha esasperato la pratica del “tanking” nel tentativo di accaparrarsi scelte e giovani prospetti al Draft.

Oggi la squadra vanta un organico di alto livello, ma non è ancora riuscita a riconquistare quell’anello che in passato era riuscita a fare proprio.

Da quando si sono instaurati a Phila, i Sixers hanno vinto il titolo NBA due volte e, in entrambi i casi, si è trattato di una rincorsa lunga e piena di difficoltà, dove non è mai mancata la fiducia né la convinzione della propria forza.

Trust the process appunto.

***

Nel 1946 l’immigrato italiano Daniel Biasone fonda una nuova squadra che si aggrega alla National Basketball League, i Syracuse Nationals.

In un contesto in cui vi sono più leghe professionistiche, senza che vi sia il predominio di una sull’altra, i Nationals iniziano il proprio percorso di crescita all’interno della NBL.

Guidati dal giocatore/allenatore Al Cervi, la squadra riesce sempre a raggiungere i Playoffs nei primi anni di vita, senza mai conquistare il titolo.

La svolta arriva nel 1949, quando Syracuse è una delle sette compagini che viene accorpata alla Basketball Association of America per costituire la NBA.

La squadra ha subito un proficuo impatto nella nuova Lega, arrivando fino alla finale dove viene sconfitta dai Minneapolis Lakers per 4-2.

Contro la squadra del Minnesota i Nationals perdono una nuova finale nel 1954, ma riescono finalmente a conquistare il primo Titolo della propria storia l’anno successivo, imponendosi per 4-3 contro gli antenati dei Pistons, allora di base a Fort Wayne.

La vittoriosa cavalcata dei ragazzi di Cervi arriva in una stagione in cui la pallacanestro subisce un cambiamento epico.

Per fronteggiare la fuga di squadre dalla NBA e vivacizzare il gioco, proprio Biasone suggerisce alla Lega di inserire la regola dei 24 secondi per il possesso offensivo.

I Nationals non riescono più a raggiungere l’ultimo ballo negli anni successivi, anche se il livello prodotto è sempre alto, date le costanti

apparizioni ai Playoffs e le varie finali di Conference raggiunte.

Guidati da giocatori come Dolph Schayes o Hal Greer, il team continua a lottare senza raggiungere nuovamente la vetta.

Nel 1963 arriva una svolta epocale per la storia della franchigia.

Daniel Biasone cede la propria creatura a Irv Kosloff e Ike Richman. I nuovi proprietari decidono di adattarsi subito alla linea di sviluppo che sta seguendo la NBA.

Syracuse è l’ultima piccola città a ospitare una franchigia, dato il trasferimento dei Pistons a Detroit.

Viene pertanto abbandonato lo stato di New York in direzione di Philadelphia.

FOTO: © dukebasketballreport

La città dell’amore fraterno da un anno è rimasta orfana dei Warriors, finiti a San Francisco.

Giunti nella nuova città, i nuovi owner decidono di abbandonare l’appellativo di Nationals per crearne uno nuovo.

Il nuovo nome, scelto tramite concorso, richiama alla firma della Dichiarazione d’Indipendenza avvenuta proprio a Philadelphia nel 1776.

Sono nati i Philadelphia 76ers, anche chiamati Sixers.

La squadra viene messa nelle mani proprio della leggenda Schayes.

La prima mossa miliare in termini di roster arriva nel 1964, quando indossa la canotta dei Sixers Wilt Chamberlain.

Per Wilt the Stilt si tratta di un ritorno a casa. Ha frequentato l’high school a Philadelphia e ha iniziato la propria carriera NBA negli Warriors, all’epoca ancora in Pennsylvania.

Il numero 13 arriva via trade durante la pausa per l’All Star Game e va a rimpolpare un roster di qualità.

Oltre al già citato Hal Greer, elementi fondamentali sono anche l’ala Chet Walker o il centro (poi passato power forward) Luke Jackson, per non parlare del playmaker Larry Costello.

Un giocatore dal carattere esuberante e dal gioco imponente come Chamberlain richiede comunque un certo rodaggio per il proprio inserimento.

Di fatto i Sixers ci mettono un po’ a trovare il nuovo equilibrio, ma arrivano comunque facilmente ai Playoffs del 1965.

Eliminati al primo turno i Cincinnati Royals di Oscar Robertson, la finale a Est vede i 76ers incrociare le armi con i soliti Boston Celtics. La serie rappresenta anche una sfida nella sfida, grazie al duello sotto i tabelloni fra Chamberlain e Bill Russell.

I due totem si sono incrociati varie volte in carriera, con esiti alterni, ma a livello di vittorie l’ago della bilancia pende decisamente dalla parte del bianco-verde.

La serie del 1965 si rivela estremamente equilibrata, per scegliere la finalista NBA c’è bisogno di Gara 7.

Si gioca al Boston Garden e la partita viaggia sul filo.

Chamberlain schiaccia il proprio trentesimo punto (condito da 32 rimbalzi) e riporta Phila sotto di uno (110-109).

Russell commette un imperdonabile errore nel rimettere la palla in gioco, colpendo uno dei cavi di acciaio che sorreggono la struttura del canestro.

Gli ospiti ottengono quindi la rimessa e un’ultima chance a soli 5 secondi dal termine.

Greer rimette in gioco la sfera, cercando di passarla a Walker. Dal nulla sbuca John Havlicek che riesce a toccare la palla e a indirizzarla verso il compagno Sam Jones.

La radiocronaca di quell’azione è passata alla storia.

Quel “Havlicek stole the ball” è un fendente nel cuore di tutti i tifosi dei Sixers.

La partita è finita e i Celtics avanzano alle Finals.

La qualità dei ragazzi di coach Schayes permette alla squadra di ottenere il vantaggio del fattore campo nei Playoffs del 1966 e di sfidare nuovamente i Celtics nella finale a Est.

La squadra del Massachusetts vince a sorpresa le prime due gare in trasferta, ma un super Wilt the Stilt da 31 pts e 27 rbs riporta i suoi sotto per 2-1.

Il numero 13 tuttavia, solito a una vita attiva e non molto professionale fuori dal parquet, decide di non allenarsi prima delle successive due partite.

Nonostante i suoi numeri da capogiro, ancora una volta i Celtics hanno la meglio, chiudendo i conti per 4-1.

In casa 76ers è il momento di tirare le somme.

Al timone del team subentra Alex Hannum. Il nuovo coach indice subito una riunione coi propri giocatori per risolvere i malumori e dettare le regole.

Chamberlain è ovviamente al centro del mirino del nuovo allenatore e lo scontro tra i due caratteri forti è importante.

Hannum tuttavia riesce a convincere il centro che per vincere deve ridurre le proprie cifre offensive e coinvolgere maggiormente i compagni, aumentando inoltre il proprio livello in difesa.

Il risultato è immediato. L’ex Harlem Globetrotters segna “solo” 24.1 punti, ma cattura 24.2 rimbalzi e distribuisce 7.8 assist, aggiungendo dominio e intimidazione in difesa.

Philadelphia è incontenibile e chiude la Regular Season col sorprendente record di 68-13.

Ancora una volta la finale della Eastern ripropone il duello con Boston.

I Sixers volano addirittura sul 3-0 dove spiccano un ispirato Hal Greer e un grande Chamberlain (41 rimbalzi in Gara 3).

I Celtics rimangono vivi in Gara 4, ma finalmente Phila riesce ad avere la meglio sugli storici rivali, vincendo la serie 4-1 (Wilt chiude con 29+36+13).

Il pubblico dei bianco-blu-rossi, noto per la propria aggressività e partecipazione, inizia a cantare “Boston is dead” e le tribune della Convention Hall si illuminano per l’accensione di migliaia di sigari. Uno scherno nei confronti dello storico coach bianco-verde Red Auerbach che è solito accendersi un buon sigaro come segno di vittoria.

Le NBA Finals del 1967 vedono i Sixers impegnati contro gli ex inquilini della città dell’amore fraterno: i San Francisco Warriors.

Phila si porta subito in testa, sospinta da Chamberlain e da Greer, e vince le prime due gare.

La squadra della baia si rifà sotto grazie a Rick Barry, ma i 76ers sembrano un gruppo in missione e chiudono i giochi per 4-2.

È il secondo Titolo nella storia della franchigia, il primo dopo l’abbandono dell’appellativo di Nationals.

FOTO: © cbslocal

Il tabù sfatato contro i Celtics sembra essere il preludio di un grande periodo di successo per i Sixers, anche grazie all’apertura della nuova casa della squadra, lo Spectrum.

In realtà i fatti saranno ben diversi.

I bianco-blu-rossi completano una nuova grande Regular Season, ma condizionati dagli infortuni, cedono in Gara 7 della Finale a Est, nuovamente contro i Boston.

Durante l’estate Chamberlain viene spedito ai Lakers. Le motivazioni di tale apparente follia sono molteplici, dal carattere difficilmente gestibile del centro, ai difficili rapporti col proprietario Kosloff, alle voci che volevano il numero 13 attratto dalle sirene della rivale ABA.

La contropartita per il giocatore non è minimamente all’altezza, ma il rischio di perderlo a zero è troppo alta.

La trade è di fatto l’inizio della caduta libera dei 76ers.

Le successive stagioni sono un’agonia crescente per i tifosi di Philadelphia, con mancate qualificazioni ai Playoffs o fugaci apparizioni alla post season.

Il fondo viene toccato nella stagione 1972-73, quando la franchigia della Pennsylvania chiude col record 9-73.

Un primo passo in avanti verso la risalita si ha col Draft del 1975, quando viene selezionato l’high schooler Darryl Dawkins.

La vera svolta verso il ritorno nella parte alta della classifica arriva con la stagione 1976-77, sfruttando sagacemente una grande occasione di mercato.

La NBA si fonde con la concorrente ABA, ereditando da quest’ultima quattro squadre su sei: Indiana Pacers, San Antonio Spurs, Denver Nuggets e New York Nets.

Proprio la squadra della Grande Mela si trova in una situazione molto particolare da un punto di vista finanziario.

Deve pagare 3 milioni di Dollari come tassa di ingresso nella NBA e un balzello di ben 5 milioni di dollari ai Knicks per poter risiedere nella stessa area metropolitana.

I Sixers si danno allo sciacallaggio approfittando di questa esigenza di liquidità da parte dei Nets e offrono circa 3 milioni di Dollari per ottenere la stella indiscussa della squadra e della defunta ABA.

I Nets a malincuore accettano e all’ombra della Liberty Bell atterra Doctor J, Julius Erving.

Si tratta di un giocatore unico che di fatto rivoluziona la Lega e il Gioco in generale.

È l’atleta che ha elevato la schiacciata a forma d’arte creando, virtualmente, lo Slam Dunk Contest.

Il suo gioco è estremamente atletico, tecnico ed efficace. Le sue enormi qualità portano per la prima volta la competizione anche sopra il ferro, aprendo la strada alla pallacanestro moderna.

Con Erving nel motore, i Sixers cambiano decisamente marcia.

Chiudono con record di 50-32, col numero 6 che segna 21.6 punti, ben coadiuvato da un altro regalo della ABA, George McGinnis.

La squadra, eliminati i soliti Celtics e i Rockets, arriva addirittura in Finale, dove riesce a vincere le prime due gare contro i Blazers.

Portland si aggrappa al proprio leader Bill Walton, recupera e diventa campione NBA per 4-2.

FOTO: © cbslocal

Nonostante la sconfitta in casa Sixers sono convinti che il futuro sia più roseo che mai.

L’organico è estremamente valido: Erving è ovviamente il leader offensivo e non solo, ma dietro al n. 6 portano fieno in cascina anche l’ala George McGinnis, prezioso offensivamente e a rimbalzo, la guardia Doug Collins e la crescita del giovane Darryl Dawkins.

Nella stagione 1977-78, dopo poche gare, prende le redini della squadra l’ex giocatore e leggenda Billy Cunningham.

Col nuovo coach Phila chiude col record 55-27, secondo solo ai campioni Blazers in tutta la NBA.

La trazione del team è ovviamente anteriore, dato che i bianco-blu-rossi sono il miglio attacco e il miglior Offensive Rating della Lega.

La delusione quindi è massima quando i Sixers vengono clamorosamente eliminati 4-2 al secondo turno dai futuri campioni Washington Bullets.

Coach Cunningham decide di apportare qualche modifica alla propria auto da corsa, estremamente potente ma poco equilibrata.

Viene deciso di rinunciare ai punti e ai rimbalzi di McGinnis, spedito a Denver, in cambio della difesa di Bobby Jones.

Il Draft 1978 regala un’inaspettata sorpresa: al secondo giro, con la chiamata n. 36 assoluta viene selezionato Maurice Cheeks.

Il playmaker da West Texas A&M diventa molto presto un elemento importante per la squadra.

Nonostante il coaching staff non voglia rinunciare alla regia di Henry Bibby, padre del futuro Kings, Mike, Cheecks porta in dote grande pressione sul perimetro e intelligenza difensiva, oltre che una spiccata gestione della squadra.

Il risultato di tutti questi cambiamenti vede i 76ers crescere nettamente come qualità difensive, a discapito dei punti segnati.

Il nuovo assetto garantisce maggiore equilibrio, anche se il record della Regular Season 1978-79 è leggermente peggiore dell’anno precedente.

Battuti facilmente i Nets, al primo turno dei Playoffs 1978, arriva una nuova delusione al secondo turno, con l’eliminazione per 4-3 da parte di George “Iceman” Gervin e dei suoi Spurs (all’epoca dislocati ancora nella Eastern Conference).

Malgrado l’ennesima delusione i Sixers sono pronti a riprovarci la stagione successiva, con Cheeks ormai playmaker titolare e con Bibby suo backup.

Gli infortuni di Collins fanno sì che il futuro coach sia poco a disposizione della squadra, tanto che la guardia titolare è il neo arrivato Lionel Hollins.

Confermata la buona attitudine difensiva, Philadelphia chiude seconda nella Eastern Conference dietro gli atavici rivali dei Boston Celtics.

E proprio contro la squadra del trifoglio viene deciso il regnante dell’est.

I Sixers eliminano Bullets e Hawks, e volano a Boston per Gara 1.

Decisi a sovvertire le sorti degli ultimi anni, Erving e compagni espugnano il Garden nella prima partita e chiudono la serie in cinque partite, nonostante i bianco-verdi schierino un promettente rookie dall’Indiana: Larry Bird.

Il ritorno alle Finals prevede lo scontro coi Los Angeles Lakers, campioni della Western Conference.

I californiani sono guidati da Kareem Abdul-Jabbar e dall’altro rookie che ha fatto scalpore insieme a Bird.

Stiamo parlando ovviamente di Earvin Magic Johnson.

La serie è più equilibrata che mai, col fattore campo che viene violato due volte nelle prime quattro gare.

In Gara 4 Doctor J mette il proprio sigillo alla partita, dipingendo in aria forse il più famoso reverse della storia NBA.

Sul 2-2 si scende in campo al Forum per la partita pivotal, Game 5.

Jabbar continua ad essere la spina nel fianco della difesa di Phila.

Il fu Lew Alcindor è semplicemente immarcabile per i lunghi avversari, una costante di tutta la serie.

Segna 40 punti, con 15 rimbalzi, ai quali si aggiunge la tripla doppia di Magic.

Los Angeles vince e ha così il colpo del K.O. sulla racchetta.

C’è qualcosa però che lascia i Lakers in ansia.

Jabbar si è infortunato alla caviglia e, anche se è riuscito ad essere decisivo nel finale di partita, è in dubbio per Gara 6.

Alla fine i giallo-viola lasciano a riposo il n. 33 in vista di un eventuale settima sfida.

Per i 76ers un’iniezione di fiducia in vista del match allo Spectrum.

Nello spot di centro, parte in quintetto per i Lakers….. Magic Johnson.

La matricola n. 32 si offre di rimpiazzare il compagno infortunato e sciorina una delle partite più memorabile della storia delle finali: 42 punti, 15 rimbalzi, 7 assist, 3 palle rubate, 14/14 ai liberi in 47 minuti di poesia cestistica.

Vittoria per gli ospiti e Titolo che si accasa a L.A.

Non ci sono giri di parole, in casa Sixers iniziano a palesarsi nubi minacciose.

Nel contesto sportivo risulta estremamente facile vedersi appiccicare un’etichetta e profondamente difficile riuscire a togliersela.

Inutile dire che i nomignoli di “bella perdente” o “eterna incompiuta” sia sulle bocche di molti.

Philadelphia poi è una città dura, che non perdona. Un pubblico estremamente focoso può diventare il tuo peggior nemico, se continui a fallire.

Nonostante l’encomiabile resilienza dei giocatori in maglia bianco-blu-rosso, anche l’annata 1980-81 non porta l’obiettivo sperato.

Il Draft 1980 porta in dote Andrew Tony, guardia da Louisiana.

La difesa fa un ulteriore passo in avanti, diventando prima nella Lega per punti subiti e seconda nel Defensive Rating.

Doctor J continua a incantare i parquet statunitensi con le proprie abilità aeree che gli valgono il titolo di MVP stagionale. Il resto del team fa il proprio dovere, soprattutto Darryl Dawkins, evoluto fortemente negli anni.

Tuttavia la stagione si chiude con una bruciante sconfitta in Gara 7 delle finali a Est, contro i soliti Boston Celtics.

Phila era stata in vantaggio per 3-1 prima di venire incredibilmente rimontata.

Nella stagione 1981-82 il copione sembra lo stesso, ma con una leggera differenza.

Nella finale della Eastern Conference è Philadelphia che riesce ad avere la meglio sui Celtics, andando a espugnare il Garden in Game 7.

Sul finale della partita, con gli ospiti ormai certi del risultato, il pubblico di Boston inizia a cantare “Beat L.A., Beat L.A.”. Un incoraggiamento agli storici rivali che andranno ad affrontare gli ancora più odiati Lakers.

Tuttavia le Finals 1982 si confermano ancora tabù per i ragazzi di coach Cunninghan, con Magic e compagni che diventano ancora campioni per 4-2.

L’ennesima sconfitta porta gli executive di Philadelphia a una conclusione fondamentale. Ci si rende conto che forse manca ancora un tassello importante per poter considerare completo un roster vincente.

La scelta è drastica è viene messo sotto contratto il freeagent Moses Malone. Il centro ex Rockets porta in dote punti e rimbalzi, offrendo quindi una pericolosità interna che permette di alleggerire l’attenzione delle difese su Erving e sul resto del perimetro.

La scelta si rivela tremendamente efficace. Il nuovo quintetto ora vede Cheeks e Andrew Tony (gioca una stagione talmente convincente da venir convocato all’All-Star Game) come backcourt, Doctor J e Marc Iavaroni ali, Malone Centro.

I 76ers sono un rullo compressore che chiude la Regular Season 1982-83 col record 65-17.

Giocano bene e sono difficilmente gestibili dalle difese avversarie.

Intervistato alla vigilia dei Playoffs su cosa avrebbe avuto bisogno Phila per vincere finalmente il Titolo, Moses Malone risponde “Fo-fo-fo” che in slang indica “Four-four-four”, cioè solo 4 partite per ogni turno per arrivare fino all’anello.

FOTO: © corriere.it

Se inizialmente il pronostico viene rispettato (4-0 contro i Knicks), i Milwaukee Bucks riescono a strappare una vittoria (4-1).

La finale è il rematch dell’anno precedente, poiché i Lakers sono ancora i campioni della Western Conference.

Questa volta però, Philadelphia ha un Malone in più nel motore.

Big Mo” è un autentico dominatore offensivo ed è ben coadiuvato dal solito Doctor J e da uno straordinario Toney.

Los Angeles questa volta è totalmente impotente.

I Sixers sono una squadra in missione che finalmente riesce a mantenere lo standard mostrato nella stagione regolare.

Lo sweep è servito, 4-0 e dopo un’infinita sofferenza i Philadelphia 76ers sono nuovamente campioni NBA.

Malone, con 25.8 punti e 18 rimbalzi viene eletto MVP delle Finals.

Per Julius Erving il meritato coronamento di una carriera, dopo i successi nella ABA.

I due Titoli dei Philadelphia 76ers sono stati il frutto di un lungo cammino fatto di sofferenze e sconfitte, ma anche perseveranza e dedizione.

Un viaggio infinito, che ha visto la emergere la forza e il talento di un gruppo, nonostante le enormi difficoltà incontrate.

Le vittorie del 1967 e del 1983 sono figlie della fiducia incondizionata dei giocatori in campo, ma anche dell’intera Philadelphia, una città dura ma passionale capace di spingere e credere nei propri beniamini fino alla fine.

#philadelphia76ers #juliuserving #wiltchamberlain #syracusenationals

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