• Mauro Oltolina, Nicola Zapparoli

Being The King


In occasione del suo 34esimo compleanno, due riflessioni sulle molteplici sfumature della figura di LeBron James.

PASSIAMO OLTRE...? - Mauro Oltolina

Quando mi è stato chiesto di buttar giù un pensiero per questa occasione particolare, non ho potuto fare a meno di pensare a chi si schiera metaforicamente ogni giorno dall’altra parte della barricata; a chi, anche solo per un momento, avrà pensato che in questi 16 anni consecutivi si è pensato, detto e scritto abbastanza - forse tutto? - circa la figura di LeBron James.

Ebbene, rimettendo la questione ai meri fatti, sarebbe effettivamente incoerente negarlo: in quanto seguace del detto “il troppo stroppia”, più volte mi sono ritrovato a sentire le cascate di elogi in suo onore – e a dire il vero, anche di critiche – pensando “Sì. Però passiamo oltre.”

Eppure, a furia di sbatterci contro la testa, dopo lunghe riflessioni e confronti sono giunto alla conclusione che forse questa esigenza di andare avanti cozzi contro un concetto declinato in due parti.

Primo: non si può passare oltre perché rappresenterebbe una forma di superficialità. E secondo: passare oltre conferirebbe al tutto un che di… scontato.

E analizzando - singolarmente e nel loro complesso – i sedici punti della pratica “LeBron Raymone James” non solo è lecito, ma quasi doveroso mettere in discussione questa volontà di archiviazione della materia in questione.

Lo ammetto: per motivi prettamente legati a personalissimi gusti, di primo acchito non mi sono mai classificato come un fan sfegatato di LeBron. Credo che mettere sul piatto questa premessa – lontana ere geologiche dal concetto di “hating” – sia utile prima di tutto ad analizzare lo straordinario essere umano in questione con un distacco maggiore, valutandone con più lucidità pregi e difetti; e che più di ogni altra cosa mi abbia aiutato a seguire con cognizione di causa e sincerissima – passatemi l’orrendo superlativo assoluto – ammirazione il percorso evolutivo intrapreso, cementificando con il titolo del 2016 quella che da stima è divenuto profondissimo – ibidem – rispetto.

Trovo che questo sia il punto di raccordo fondamentale di quanto detto sinora: perché sebbene riconosca che continuare ad affermare l’incredibile specialità di James sia comportamento abusato, non posso zittire ciò che il mio “distaccato” modo di intendere James mi urla a gran voce.

Ovverosia che, a 34 anni e con il genere di sollecitazioni fisiche a cui ogni sera si sottopone, essere 30esimo nella Lega per miglia totali percorse (77 per 405.350 piedi complessivi), essere il 6° giocatore per Usage (percentuale di possessi offensivi che un giocatore “usa” mentre è in campo) – 30.7%, dietro a James Harden (29 anni), Joel Embiid (24), Devin Booker (22), Zach Lavine (23) e Kevin Durant (30) – 5° per PPG (27.3 in 34.6 minuti di utilizzo – circa 2 minuti in meno rispetto a chi lo precede, eccezion fatta per Steph Curry - tirando con il 51.8% su 19 tentativi, di cui 5.6 col 35.6% da 3) e 6° per Efficency (29.6) non sia scontato.

Come non lo sono state le 15 doppie doppie e le 4 triple doppie in 22 partite di Playoffs nel deserto di Cleveland la passata stagione; o i 34 punti di media in 42 minuti (!) a sera mantenuti nella medesima post season, siglando 0.9 punti/minuto con il 52% nel quarto periodo.

Chiaro: quando si parla di LeBron ci si riferisce implicitamente ad un rappresentante dell’esclusivissimo circolo dei semidei del Gioco. Figure che con il resto dell’umanità ci azzeccano poco o nulla. Ma pur partendo da una base biologica senza ombra di dubbio elitaria, la cura maniacale dedicata nel corso degli anni al proprio corpo gli ha permesso di mantenere sempre altissima l’asticella del proprio gioco. Cura coniugata in diverse fasi che interessano sia la stagione che la off-season, durante la quale negli ultimi anni ha deciso di limitare al minimo i kili – di muscoli – in eccesso comprendendo l’importanza di rendere il proprio fisico sì solido ma al contempo anche agile e asciutto, preservando così al massimo anche le articolazioni e migliorando il proprio metabolismo. Opera questa iniziata nell’agosto 2013 e che nell’arco di 67 giorni circa lo ha portato a perdere 10 dei suoi 120 kilogrammi iniziali.

Tutto è studiato nei minimi dettagli: partendo dalla propriocettività, passando per una dieta che gli garantisca un apporto calorico soppesato al millesimo, sino ad arrivare all’ottimizzazione del recupero post-gara. Pratiche che fanno passare il recente infortunio all’inguine quasi come un’autentica notizia, e che gli hanno permesso di giocare ad esempio tutte le 82 partite della passata RS, cui si sono aggiunte le suddette 22 gare di post season a 41.9 minuti di media. A 33 anni.

Vogliamo passare oltre? Facciamolo tenendo conto che non esiste alcun teorema né fisico né fatidico che possa anche solo lontanamente garantire come scontate cifre del genere. LeBron James è LeBron James un po’ per allineamento astrale, ma anche e soprattutto perché sin dai tempi di St. Mary ha deciso di volerlo essere. Ha deciso dentro di sé di accogliere questa missione, di interiorizzarla e di metterla in pratica in ogni microscopica sfaccettatura del caso. Accettando le sfide. Proponendosi di vincerle – vedasi anche la decisione di passare da Est a Ovest; nuova sfida, nuove motivazioni.

Sfaccettature che interessano micro obiettivi sui quali lavorare ossessivamente, per sviluppare ulteriormente il suo modo di intendere e concepire in campo la pallacanestro. Un dato su cui abbiamo posto recentemente l’attenzione e che risulta esemplificativo è quello inerente alla percentuale di tiri da 3 segnati dopo 7 o più palleggi, preceduti nella fattispecie da uno step back. Dal 2015 ad oggi James è passato da uno scialbo 18% realizzativo al notevole 48.6%.

Questo sottolinea non solo l’attenzione ai dettagli propedeutici ad una maggiore pericolosità offensiva – un difensore preoccupato anche da questo tipo di soluzione tende ad uscire di più dalla comfort zone e ad essere più vulnerabile in penetrazione, autentica specialità della casa – ma anche la perizia impiegata in allenamento per potersi rendere credibile al momento dell’esecuzione. E gran parte di questa credibilità passa da una consolidata efficienza.

Efficienza che non può essere estesa ai tiri liberi, forse vera pecca di quella che pare una macchina perfetta. Il prefissato 80% è obiettivo perseguibile – cfr Tim Duncan, che nelle ultime stagioni della sua carriera ha saputo migliorare il proprio dato dalla linea della carità – ma ancora piuttosto lontano (68.2 la percentuale raccolta sino ad ora con quasi 8 tentativi a gara). Eppure, seppur non flirti troppo con la retina a palla ferma, James è il primo giocatore nella Lega per tiri liberi nel 4° periodo (2.9), segno che la titubanza ad attaccare il ferro nei momenti decisivi con lo spauracchio della lunetta di fronte a lui ha lasciato posto a maggiori maturità e consapevolezza. Come sappiamo, poi, gli esiti sanno essere piuttosto alterni. Sembra quasi una bestialità dirlo, ma che questo rappresenti il sottile stridere di una forma di… pressione?

Già, la pressione. Parlare di pressione riferendosi ad un ragazzo uscito dal liceo con il marchio di Prescelto sembra quasi una barzelletta. Eppure io credo che nessuna tra tutte le emozioni che lo hanno accompagnato nel corso della sua carriera gli sia stata più fedele della pressione. Una compagna che dapprima ha voluto somatizzare in maniera erronea con un atteggiamento spavaldo per istinto di autoconservazione. Non che ora rifiuti responsabilità o riflettori, beninteso. Semplicemente l’ardore della gioventù lo ha spinto nei primi 7-8 anni ad ostentare una durezza che nascondeva in realtà delle crepe profonde nel suo animo.

Credo che delle 9 edizioni delle NBA Finals da lui giocate ve ne siano due che pesino come macigni, più di tutte le altre. La sconfitta contro Dallas del 2011 e la vittoria contro Golden State del 2016. Prima che parta l’ “Al Lupo! Al Lupo!” metto ancora una volta le mani avanti riconoscendo che possa essere una valutazione spannometrica un po’ superficiale. D’altronde come si possono omettere il primo Titolo e le Finals del 2013 figlie di quel miracolo griffato “Ray Allen”?

Trovo che il 2011 rappresenti un punto di non ritorno. The Decision rappresenta l’apoteosi della suddetta spavalderia: “I’m taking my talents to South Beach.” La vittoria Heat doveva essere una conseguenza quasi naturale alla formazione dei Big Three. Chi mai avrebbe pensato che quel trio avrebbe potuto soccombere contro i Mavericks di Nowitzki, Chandler, Terry e Kidd?

17.8 punti di media, con la miseria degli 8 di Gara 4. 4-2 e Mavs sull’Olimpo.

LeBron è uscito da quella serie devastato. Dominato mentalmente più che tecnicamente, dopo essersi visto soccombere alle prime difficoltà. Distrutto successivamente dal tumulto incontrollabile piovutogli addosso, tra critiche per il suo non essere stato mai decisivo nella sua carriera ad aggettivi come “perdente”.

E qui che lebron james diventa LeBron James. Questa sconfitta è la vera spinta. Ad accettare la pressione senza ostentarne la sfida, ma facendola umanamente una propria – benefica – compagna. Imparando a confrontarcisi in maniera sana. Ed è da questa sconfitta che parte il processo evolutivo coronato dal Titolo del 2016.

Sin dagli albori della sua carriera LBJ è stato oggetto di hating. Eppure nel 2016 tutto è stato come sovvertito. Era impossibile non empatizzare con lui e una missione che sprizzava genuinità e autenticità.

Il gonfalone del 2016 è bagnato di quel sangue, di quelle lacrime e di quel sudore che tutti abbiamo visto sgorgare in campo. Affonda le sue radici in tanti piccoli momenti che sommati hanno fatto la Storia. Al di là di quella stoppata su Iguodala, un’opera d’arte che nasce non dalla disperata volontà di vincere. Ma dalla esigenza. L’esigenza di un’organizzazione, di una squadra, di una città. Il pianto liberatorio che ha accompagnato quel “Cleveland, this is for you!” significa soltanto una cosa: non "ha vinto LeBron” – come s’è strillato ai quattro venti per i precedenti due Titoli a Miami; “hanno vinto Lebron E il suo popolo.” Il che ha un significato di profondità incalcolabile ma molto più tangibile. Il Re è diventato davvero Re.

È mia opinione che lì la sua maturità abbia raggiunto i livelli massimi di autocoscienza. Dai quali credo mai più si discosterà. Con molte pecche gestionali – il trattamento riservato a Blatt una di queste – ma scanditi da una consapevolezza che, mattoncino dopo mattoncino dopo Dallas, è sfociata nel perseguire con successo un obiettivo riconosciuto non solo come personale, ma come comune. Pur riconoscendo che Steph e soci ci abbiano messo del loro, resta un’impresa di grandissimo valore che lo rende un vincente anche al netto delle sei finali perse.

Ciò a discapito di numeri e statistiche che molto raramente nel corso degli anni di cui si parla sono venute meno. Nelle vittorie e nelle sconfitte. I numeri dicono molto, nella loro straordinaria noia – concedetemi l'espressione. Ma non rendono ragione della sfumata forza motrice dell’animo umano: l’emozione.

È lecito dunque passare oltre? Sì. Ma con molta calma e senza superficiali facilonerie. Perché nulla di tutto ciò è scontato a priori. Anche se si tratta di LeBron James. Perché il ragazzo, a 34 anni, di voglia di stupire ancora ne ha eccome.

IL POTERE LOGORA CHI NON CE L’HA - Nicola Zapparoli

“In the NBA, all you really need is one guy”.

-Kevin Durant, parlando dei sorprendenti progressi e delle prospettive future dei Sacramento Kings.

Pur rimanendo un essere umano di non semplice decifrabilità persino per chi gli sta attorno nel quotidiano, Kevin Durant, soprattutto ultimamente, non disdegna di parlare alla stampa e di farlo con una (almeno apparente) franchezza che spesso non appartiene i suoi colleghi sportivi in giro per il globo.

Ora, cosa c’entrano le parole di Durant riferite agli stupefacenti Sacramento Kings (che in estate avranno 60 milioni di spazio salariale disponibile - KD è chiaro che se dici certe cose poi uno si ritrova a sognare scenari che … lasciamo perdere, ma abbiamo un sogno!!) con un discorso sul crescente, imperituro, sacrosanto eppure vagamente disturbante potere che LeBron James esercita sulla Lega cestistica più importante del Mondo? Niente. Appunto. O quasi.

Durant dice una verità. Sintetica e assoluta. La NBA è una lega di giocatori, di star e di superstar. E una squadra, per poter guardare con fiducia al futuro, per poter sperare in gloria titoli superfatturati e giocatori migliori di quelli che ha, ha bisogno di una cosa sola: un giocatore. Uno dei 15 (?) che fanno la differenza per davvero. Basta un giocatore per mettersi sulla mappa, potenzialmente, per 15 anni.

Se hai il giocatore, tutto il resto può seguire. Ma se hai il giocatore, quel giocatore avrà te.

Sappiamo tutti molto bene chi è stato il giocatore più forte negli ultimi 10 anni. Sorprendentemente, forse, ancora lo è.

LeBron James. Il giocatore più forte del Mondo, e di conseguenza il più potente.

In un articolo di qualche mese fa avevamo parlato di come – nel solco di un percorso storico avviatosi prima della sua nascita – LeBron James sia il leader pratico del modo di intendere l’essere superstar nella NBA di oggi.

Tutta la carriera di LeBron può essere vista come un’enorme, continua, affermazione del proprio potere, tecnico prima di tutto, ma ovviamente non solo.

Che sia bello o meno, nel contesto in cui viviamo le ramificazioni del potere di una superstar delle dimensioni di LeBron James esulano naturalmente dal gioco che lo ha reso famoso e si allacciano a praticamente ogni aspetto della vita che la sua persona sfiori. LeBron influenza, anche al di là della propria volontà, per il semplice fatto di essere LeBron. E influenza sotto molti più aspetti di quanti sarebbe presumibilmente sensato influenzasse un giocatore di basket.

Qui, noi ci limiteremo a parlare di come influenza il suo Mondo, la NBA, e non sul campo.

Più di chiunque altro prima di lui, LeBron ha deciso di essere padrone assoluto della propria legacy. Ha scelto in quali squadre giocare, quando, per quanto, per quanti soldi, con che tipo di contratto. Dicono, con quali compagni, per quali allenatori, sotto quali GM.

È risaputo che a LeBron non piaccia essere considerato allenatore e General Manager occulto di ogni squadra di cui faccia parte, ma il ragazzo ha certamente aiutato questa percezione a farsi strada.

La retorica e l’attenzione morbosa che lo circondano, l’amore della stampa per lui e il bisogno che essa ha di scandagliare ogni sua parola e movimento, il fatto che dovunque vada sia la principale attrazione presente, sono fattori che non rendono facile stargli accanto per chi abbia l’ambizione di essere grande quanto lui, per chi voglia brillare di luce propria.

Kyrie Irving è stato il primo a dire: “Tutto questo non fa per me”.

LeBron non ci è rimasto bene, verosimilmente la sua stima nei confronti del giovane commilitone è aumentata, le loro strade si sono separate, il resto è Storia.

Se fino a un paio di anni fa sembrava impossibile che qualcuno non volesse giocare con James, oggi il partito di quelli che “preferisco provare a cavarmela da solo” pare nutrire numerosi adepti.

Al di là di Phil Jackson e di chi mal sopporta la “posse” che circonda LeBron e ne denuncia l’eccessivo potere - a proposito delle dichiarazioni di LeBron su Anthony Davis un anonimo General Manager di una squadra della Western Conference ha dichiarato: “Non mi preoccupa LeBron che parla – contro le regole – di Davis con la stampa, il problema è che LeBron e Paul –Rich, il suo agente (ndr) – sono una sorta di boss mafiosi della NBA al momento” – sono i giocatori stessi, soprattutto le star, a chiedersi se vogliano essere parte di un simile baraccone. Se vogliano (ne hanno parlato Durant e Tyson Chandler) adattare il loro gioco a LeBron come hanno dovuto fare negli anni Chris Bosh prima e Kevin Love poi, se vogliano essere parte di un ambiente in cui inevitabilmente “ruota tutto attorno a Bron”. Sono sacrifici necessari per stargli vicino, per provare a vincere con lui.

Durant ha detto che l’atmosfera intorno all’attuale numero 23 dei Lakers può essere “tossica”, e che capisce molto bene perché diverse star possano preferire non averci a che fare. “Non tutti in questa Lega sono dei Kyle Korver”. Già solo chi ama giocare con la palla in mano, forse non è adatto a essere compagno di James.

LBJ è una multinazionale vivente. Le sue prese di posizione non sono mai casuali e affrettate, è molto raro che dica qualcosa di non precedentemente studiato e calcolato.

Se il suo modo di intendere il proprio ruolo all’interno della squadra, delle Lega e della comunità è stato di riferimento per molti altri, James rimane prima di tutto un giocatore di basket con una disperata fame di vittoria. Pronto a tutto pur di vincere, voglioso di condividere il campo con i migliori compagni possibili. Se oggi esistono i superteam, probabilmente è perché è esistito LeBron James.

Negli ultimi giorni il Re ha riportato volutamente la stampa sulla questione Anthony Davis dicendo che lui è sempre stato così, che giocare con i grandi gli è sempre piaciuto e che pratica il recruiting, con fortune alterne, dal 2007. Certamente LeBron voleva far sapere ad AD che è sempre, eccome, nei pensieri dei gialloviola, e il fatto che Davis da quest’estate sia rappresentato dallo storico amico di LeBron Rich Paul non lascia dormire sonni tranquilli a più di venti GM di questa disgraziata Lega (gli altri amministrano franchigie sufficientemente sgangherate da non doversi preoccupare di cose che avvengono ad altezze così elevate).

Rispetto al passato, LeBron ha deciso di legare il proprio nome a quello di una franchigia che già di per sé attrae campioni, e ha deciso di legarcelo per i prossimi quattro anni, senza la necessità di avere una squadra pronta subito, senza pretendere l’acquisizione immediata di un’altra superstar. Convinto che l’aiuto necessario, prima o dopo, sarebbe inevitabilmente arrivato.

Ora: è normale, giusto, che un giocatore di una franchigia celebri la firma di un giocatore di un’altra franchigia con la sua (stessa) agenzia di rappresentanza? È normale che prima di tornare a Cleveland annunci in una lettera quanto è entusiasta di andare a giocare con una serie di giocatori (incluso Dion Waiters!) escludendo la prima scelta assoluta dell’ultimo draft che guarda caso verrà tradata nel giro di un mese? È normale che sovverta l’esplicita chiamata del suo capo allenatore nei secondi finali di una partita di Playoffs, e che poi lo dica? È normale che Kentavious Caldwell-Pope abbia guadagnato più di 20 milioni di dollari negli ultimi due anni? Che Phoenix tagli Chandler (finalmente in scadenza) a mesi dalla trade deadline?

Gli esempi potrebbero proseguire, copiosi. Il succo è: è normale che un giocatore sia così potente da essere più importante della franchigia in cui gioca, anche se è la più gloriosa della storia della NBA, e talmente potente da rischiare di diventare più grande dello sport stesso che pratica? Insomma, è normale che LeBron James tenga l’NBA per le palle?

Certo che no. Non è normale, e le contraddizioni, che ci sono, fanno storcere il naso a molti. Oggi se ne parla più che in passato. Qualche collega di rango non approva. Ma non è colpa di nessuno. Perché LeBron James e “normale” sono due parole non comprese nello stesso dizionario. Giusto o non giusto, l’universo di LeBron James muove su terreni diversi rispetto a qualsiasi altro universo, e nell’analizzarlo siamo costretti a cambiare le scale di valori che tendiamo solitamente ad applicare. Perché la realtà ci obbliga a farlo, e la grandezza di quest’uomo rende l’operazione legittima.

Hanno chiesto a Gregg Popovich delle dichiarazioni di Durant sull’ambiente tossico intorno a LeBron e se non sia controintuitivo che le star possano preferire non giocare con James. L’allenatore dei San Antonio Spurs ha risposto: “Non mi interessa”. E poi ha aggiunto che gli sembra che LeBron abbia avuto un impatto positivo ovunque sia andato.

E in effetti è proprio così. Le chiacchiere stanno a zero. LeBron James è LeBron James, al di là del normale e del giusto, al di là del bene e del male.

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