• Riccardo Fadani

Brad Stevens è il coach giusto per gestire una superstar?

Jayson Tatum sarà una delle più luminose superstar della Lega, ma il coach dei Celtics ha sempre avuto risultati altalenanti con i grandi giocatori. In che modo il loro rapporto influirà sul futuro della franchigia?


FOTO: Celtics Blog

Questo articolo, scritto da Adam Taylor per Celtics Blog e tradotto da Riccardo Fadani per Around the Game, è stato pubblicato in data 1 maggio.



Brad Stevens, avendo sempre portato la sua squadra a raggiungere e superare gli obiettivi di inizio stagione, è ormai riconosciuto come uno dei coach più talentuosi della Lega, considerando anche la sua giovane età. L’unica macchia su una carriera così promettente riguarda lo scarso feeling nel gestire le superstar e il loro ego, avendo avuto problemi a gestire il roster 2018/19 dei Celtics, formato da una superstar come Kyrie Irving, e All-Star come Gordon Hayward e l’esperto Al Horford.


Di quella fatidica stagione si vocifera di diversi favoritisimi all’interno dello spogliatoio, che quindi appariva “spaccato”, con una conseguente confusione riflessa poi in campo. Diversi giocatori, infatti, hanno pubblicamente espresso il loro disappunto avendo dei dubbi sul proprio ruolo in squadra, portando alla luce il fallimento della pallacanestro “egualitaria” che è marchio di fabbrica del coaching di Stevens.



"Mi sento come se Terry Rozier sia stato messo in un angolo, o in panchina." (Terry Rozier a First Take)

Lamentarsi attraverso i media non è di certo un comportamento nuovo per i giocatori che, secondo loro, non hanno i minuti che meritano; ma la cosa interessante è che questi rumors intorno a Stevens sono emersi non appena ha avuto modo di guidare una squadra che vantava una lineup di superstar. Problemi mai avuti, infatti, con le squadre “try hard” del coach in precedenza.


Di conseguenza, la domanda da un milione di dollari è: vista la crescita esponenziale e il prossimo status di star di Jayson Tatum, riuscirà Brad Stevens a gestire il corollario di problemi e sfide che potrebbero presentarsi gestendo un giocatore di questo calibro?


Non appena Stevens ha fatto il grande salto in NBA, ha impostato il gioco dei Celtics sulla transizione. La squadra 2013/14 era totalmente priva di talento, con Rajon Rondo, unico giocatore di livello superiore, infortunato per gran parte della stagione. Così è stato fino all’esplosione di Isaiah Thomas e l’aggiunta di Al Horford, che hanno portato Stevens a gestire per la prima volta giocatori di un livello superiore.

“Non avrei portato qui Brad con un contratto di sei anni se non avessi creduto che fosse speciale. Sono stato il primo a riconoscere quanto lo fosse. È soddisfacente per me vedere quanto il suo talento sia riconosciuto ora: tutti concordano che sia uno dei coach più intelligenti della Lega, sta facendo davvero molta esperienza. Sono davvero fiero di tutti i complimenti che gli vengono fatti, ma noi l’abbiamo sempre saputo. E credo che tra 10 o 20 anni parleremo di Brad come uno dei più grandi coach NBA.” (Danny Ainge alla NBC Sports)

Durante la stagione 2016/17 con Isaiah Thomas nel suo prime, si nota chiaramente come Stevens utilizzi la sua star rimanendo fedele ai suoi principi ugualitari. La gerarchia è chiara: in campo bisogna cercare IT ed Horford regolarmente. Secondo NBA Stats, Thomas viaggiava a 85.1 possessi a partita ed Horford intorno ai 67; dietro di loro, il resto del roster contava su altri cinque giocatori con una media di 20 possessi ad allacciata di scarpe. Stevens, però, continuava ad utilizzare una rotazione a 12 giocatori con almeno 10 minuti di media ciascuno, giocando tutti un numero di possessi necessario a mantenerli “in partita” e con un ruolo preciso


Isaiah Thomas è stata senza dubbio la star di quella squadra, avendo una stagione da simil-MVP, in un team con un gioco corale e ogni elemento del roster valorizzato. Il pallone sempre in movimento, la ricerca dell’uomo più aperto come prima opzione in attacco: quell’anno Stevens ha dimostrato di essere uno dei top coach NBA.

“È una parte importante della mia carriera, il miglior coach da cui sia mai stato allenato.” (Isaiah Thomas a NBC Sports)

FOTO: Celtics Blog

Tornando velocemente alla scorsa stagione. Terry Rozier aveva ragione? I Celtics erano davvero stati progettati per assecondare Kyrie Irving e Gordon Hayward, o Stevens si è attenuto al suo credo di gioco?


Le statistiche riguardo le rotazioni e i possessi disegnano uno scenario simile a quello degli scorsi anni; Kyrie guida la squadra per punti, possessi e minutaggio, con Horford subito dietro e la classica gestione delle rotazioni. Stevens ha approcciato alla scorsa stagione come sempre, dando alle sue star tutti gli strumenti necessari per eccellere e assicurando loro un supporting cast che garantisse "rifornimenti" continui.

Un argomento che è stato discusso a lungo: è stato un problema di adattemento, scontri personali, dei nuovi arrivati o la somma di questi fattori? Indipendentemente da ciò, tutto comunque era sulle spalle di Stevens: è parte dei compiti di un head coach quello di motivare, unire e tenere concentrato un gruppo di giocatori sull’obiettivo finale, l’anello. Abbiamo visto parecchi esempi riguardo la gestione di spogliatoi impegnativi, ad esempio Phil Jackson con i suoi Bulls in “The Last Dance”.


Spezzando una lancia in favore di Stevens, lo scorso anno ha cambiato il suo approccio, cercando di far capire ai propri giocatori dove e quando non fossero in linea con le sue aspettative, cosa che è diventata piuttosto frequente durante la caduta dei Celtics a gennaio.


Che impatto ha tutto ciò su Tatum, giocatore che ha infiammato la Lega prima e dopo la sua prima apparizione ad un All-Star Game?


Jayson è stato consacrato al gioco di Brad Stevens dal suo primo giorno nella Lega; escludendo una breve esperienza con Team USA la scorsa estate, Stevens è stato il primo e unico coach NBA da cui Jayson è stato allenato. Questo gli ha permesso di capire la filosofia di gioco dei Celtics, dove ogni giocatore deve essere risposto a sacrifici per il bene collettivo della squadra.


Il gioco di Tatum si è evoluto ed è cambiato, così come il suo usage rate; Cleaning the Glass riferisce che dal 18.5% della sua stagione da rookie, quest’anno è passato a un 27.9%, il che lo porta al 93esimo percentile tra le ali dell'NBA. Un’altra statistica interessante riguarda la capacità di Tatum di crearsi, e concretizzare, soluzioni offensive in modo autonomo; infatti la percentuale di canestri realizzata da assist dei compagni è calata dal 66% della sua prima stagione al 47% di quest’anno, portandolo al 96esimo percentile tra le ali.

“Jayson cerca di migliorare ogni partita e, come potete vedere, la voglia e la fame aumentano di continuo. Credo che stia avendo un anno degno della sua nomina per l'All-Star Game, crescendo sempre di più da quando ha partecipato alla partite delle stelle a Chicago; questa è la parte migliore della storia, e di solito è anche un buon segno...” (Brad Stevens a Yahoo! Sports)

All’inizio di questa stagione, Tatum era considerato la seconda opzione dietro al nuovo arrivato Kemba Walker. Ad ogni modo, Jayson è diventato la prima opzione all’inizio dell’ultima parte disputata di Regular Season. Tra ottobre e gennaio, Kemba viaggiava a 74.4 possessi a partita, con Tatum secondo a 68.7; da gennaio fino alla sospensione dell'11 marzo, Walker ha visto diminuire i possessi a vantaggio di Marcus Smart e Gordon Hayward, mentre per Jayson sono rimasti sostanzialmente gli stessi.


FOTO: Celtics Blog

Stevens sta trovando nuove opzioni per renderlo ancora più incisivo, creandogli occasioni in post, utilizzandolo in situazioni di pick&roll e lasciandogli giocare isolamenti quando necessario.


Il marchio di fabbrica di Stevens, che permette ai suoi giocatori di sbagliare durante la crescita e che stimola la coesione sia in campo che fuori, portando tutti sulla stessa linea d’onda, ha portato Tatum ad avere opportunità e libertà che non aveva avuto durante i suoi anni da sophomore e rookie.


Va ricordato, però, che nonostante Tatum stia viaggiando spedito verso lo status di superstar, lui non è Kyrie Irving e non porta il “fardello” che Kyrie ha dovuto portare, e porta tutt’ora. Non è stato ottenuto via trade e non si è auto-proclamato leader; è stato draftato, allenato ed educato seguendo i dettami che Stevens ha dato alla franchigia. Sarebbe più giusto un paragone con Isaiah Thomas, trasferitosi a Boston grazie a una furba trade di Danny Ainge poco prima della deadline. IT era considerato un sesto uomo con punti nelle mani, ma durante la stagione succesiva, già dopo poche partite, stava costruendosi una candidatura come MVP. L'ascesa di Thomas è stata pianificata e coordinata da Stevens, garantendo alla squadra un’atmosfera perfetta per "accogliere" il suo talento e le sue caratteristiche.


Durante la sua carriera, comunque, Stevens ha gestito e allenato diverse star tra college ed NBA e, tralasciando il disastro della scorsa stagione, ha sempre avuto successo nel far sentire apprezzati tutti i giocatori del roster, chiarendogli sempre il proprio ruolo all’interno del progetto della squadra.


La risposta alla domanda da cui siamo partiti potrebbe essere ancora ignota, ma la storia di Stevens ci suggerisce come possa approciarsi alla crescita di Tatum. Le prime pennellate di questo quadro storico ci riportano alla stagione 2007/08, quando Stevens era capo allenatore per la squadra collegiale dei Butler Bulldogs.


In questa prima stagione, il roster era privo di ciò che molti considererebbero star; al contario, Stevens fece molto affidamento sulle sue guardie Mike Green e A.J. Graves per guidare e farsi carico dell’attacco. Nessuna sorpresa, quindi, per le statistiche in termini di minutaggio durante quella stagione. Ma ciò che sorprende è il fatto che Stevens abbia comunque mantenuto una rotazione ampia con almeno 10 o più minuti a partita per ciascun giocatore coinvolto. Questo tipo di gestione ha permesso ai giocatori meritevoli di guadagnare minuti sul campo, e ci ha dato un primo flash del "mantra delle pari opportunità" di Stevens.


Nelle successive due stagioni, nonostante il maggior talento a disposizione grazie all’aggiunta di due futuri giocatori NBA come Gordon Hayward e Shelvin Mack, Stevens ha comunque optato per l’uso di rotazioni profonde. Durante la permanenza di Hayward ai Bulldogs, infatti, il coach ha ruotato sempre almeno otto giocatori con più di 10 minuti a partita, concedendo il resto dei minuti agli altri membri del roster. Certo, le star vedevano più spesso il campo, ma le rotazioni puntavano a una gestione ben miscelata e distribuita in attacco, sottolineata dalla distribuzione dei punti durante l’era-Stevens.


Riguardo Tatum, possiamo dire che la giovane stella è nella miglior situazione possibile: ha preso la squadra in mano, il coach si fida ciecamente di lui e i due hanno un passato comune insieme.



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