• Leonardo Pini

Bruce Bowen: The Floor to the Defense

Cristoforo Colombo diceva che non si può attraversare l'Oceano se non si ha il coraggio di lasciare la riva. Questa è la storia di chi la riva l'ha lasciata e ha attraversato l'Oceano. Dal rifiuto al Draft 1993, passando per l'Europa e arrivando ai tre Titoli in maglia Spurs. La storia di uno dei migliori difensori passati in NBA.

La toponomastica della California, San Francisco, Los Angeles, San Jose ci consegna una realtà storica conosciuta e che rappresenta il lascito più tangibile di quello che fu il dominio spagnolo “en Los estados unidos”.


Incastonata ai piedi della Yosemite Valley, distante 2 ore e mezza da tutte le grandi città dello Stato, si trova Merced. “Misericordia”. Città di 80.000 anime, con un piccolo torrente che costeggia la città e un delizioso municipio color avorio.


Le strade di Merced, oltre che da turisti di passaggio che vanno verso il Parco, sono state calcate da 5 titoli NBA, di cui 2 vinti da Ray Allen (pure lui di Merced). Per gli altri 3 bisogna citofonare al difensore più fastidioso degli ultimi 20 anni di NBA, un gregario che faceva perennemente la parte del poliziotto cattivo e che più di tutti ha incarnato la filosofia Spurs (continua): Bruce Bowen Jr.

AN UNDRAFTED STORY


La situazione in casa Bowen nella Merced della metà degli anni ’80 è complessa. Padre alcolizzato, madre dipendente da crack e cocaina. Una situazione tragicamente comune nella vita di molti ragazzi che vivono in situazioni di abbandono, dove la forza per andare avanti la si prende dalla famiglia o dalla comunità.


Gli angeli custodi di Bruce sono i Tatum, una famiglia della zona, i quali fanno in modo che vada a scuola, nella vicina West Fresno Edison High School, dove il suo lato migliore lo mostra sul parquet e non a lezione di biologia.

Diventa in poco tempo un attrazione del liceo, ma non emerge. Le offerte recapitate a casa Tatum fanno cifra tonda: 0.

Ha un’idea però: chiama al telefono Coach Donny Daniels della California State Fullerton, università locale nel distretto di Orange County. Spacciandosi per il suo allenatore del liceo, Bill Engel, segnala che Bruce Bowen sarebbe un giocatore da non lasciarsi scappare. Inspiegabilmente Daniels abbocca, va a vedere la finale del torneo della Edison High e il copione è già scritto. Bruce segna 38 punti, vince il premio di MVP e dall’anno successivo sarà un Titan.

A Cal State Fullerton Bruce vive di alti e bassi. Daniels, che ha notato che il ragazzo possiede un atletismo ottimo e una predisposizione fenomenale per la fase difensiva, cerca di renderlo più preparato tecnicamente. Nella metà campo offensiva tutt’altra storia. Difficile da sgrezzare, ma il ragazzo ci lavora sodo, nonostante abbia già scelto la sua strada.

Il suo anno da Senior, quando ormai Daniels non c'è più, finisce con 16 punti e 6 rimbalzi di media, ma la NBA non è interessata. Undrafted, nell’anno di Webber e Hardaway nel ’93.



BRUCE IN WANDERLAND


È dura. Torna a Merced e cammina lungo il Bear Creek, il torrente che taglia la città. Qualcosa si muove. È arrivata un offerta da Le Havre, che Bruce pensa essere in Louisiana in un primo momento. Dopo essersi fatto spiegare che Le Havre è in Francia, ci pensa e accetta l’offerta.

Un ritiro spirituale lontano dagli Stati Uniti che passerà anche da Evraux, qualche esperienza in CBA e dal Besançon, prima che l’NBA tornasse a chiedere i suoi servigi. In Francia le medie erano state superiori ai 25 punti di media, negli Stati Uniti la musica cambierà decisamente.


Foto: L'Est Republicain

PAT RILEY, RICK PITINO E LA VITA DEL GREGARIO

Prima dell’approdo ai Celtics arriva l’opportunità a Miami. Pat Riley gli offre un contratto da 10 giorni avendo l’infermeria piena. Il 16 marzo gioca la sua unica partita, anche se in realtà sarebbe più corretto dire il suo unico minuto. 1 stoppata sibillina, Pat Riley apprezza, ma non ci sono le circostanze. Il 30 marzo è nuovamente “a piedi”.

Nella off-season arriva la chiamata dei sopracitati Celtics. Squadra che alla stagione 1997-98 è lontana anni luce dai fasti dell’era-Bird. Kenny Anderson, Antoine Walker e il rookie Chauncey Billups in campo. In panchina Rick Pitino, già allenatore dei Kentucky Wildcats, e che fino a maggio se ne stava beato nel suo ufficio a pensare a quando i Celtics avrebbero scelto al Draft Tim Duncan con la #1…

L’impatto è frustrante per Bruce. In Francia era un grande realizzatore, sverniciava gli avversari e il tiro dalla media entrava nonostante non fosse la sua tazza di tè. Nella NBA è un rookie, sebbene abbia 26 anni, e in attacco non incide. Anche ai liberi non si sfonda il muro del 65%.

Riesce però a impattare le partite in maniera positiva. L’energia che mette sul perimetro difensivo lo rende un buon ingranaggio nelle rotazioni di Pitino, che lo butta dentro in 61 partite. Inizia ad essere chiaro anche a Bruce: la strada per rimanere nella NBA passa da quanta applicazione metterà nella sua difesa.

La stagione del lockout porta ai Celtics un certo Paul Pierce ed emergere per Bowen diventa ancora più difficile. I bianconeri a fine stagione non lo rinnovano. Un passaggio a Phila. Poi Chicago. Tagliato. Lo riprende Miami che ha bisogno di un alternativa dalla panchina quando Mashburn non è in campo.

Difesa. Difesa. Difesa. Con questa mentalità, a cavallo tra il 1999 e il 2001, Bruce e Pat Riley rinnovano il loro sodalizio iniziato con quella partita da un minuto nel 1997. Nel giro di due anni il numero 12 di Miami inizia a farsi un nome come specialista difensivo, un fossato insuperabile posto sul perimetro. Prima di salutare Palm Beach per andare incontro al suo destino, entrerà nel secondo quintetto difensivo della Lega. Tendenza sempre più marcato negli anni a venire.


BLACK HEART, SILVER SOUL


Ancora una volta Miami non si fida e lascia che si addentri nella selva che è la Free Agency.


Gli Spurs, sconfitti 4-1 in finale di Conference dai Lakers, lo hanno notato e non se lo lasciano scappare. Quella squadra era stata costruita per difendere, e quindi chi meglio di Bruce Bowen Jr. per rimpolpare i ranghi di coach Gregg Popovich.


Una comprensione totale del contesto, di quale era il suo ruolo e di cosa ci si aspettava da lui. Questa è la consapevolezza mentale del giocatore. Quella tecnica era anch’essa psicologica. L’intensità che si mette in difesa, anche con le cattive, innervosisce gli avversari. “Crea una crepa nel loro sistema di attacco. Lo prendo come un orgoglio”.

Tutto questo supportato da una velocità di piedi e di mani davvero notevoli. Shawn Marion, che viaggiava ad oltre 20 di media nei Playoffs 2005, verrà tenuto sotto gli 8. Irritante, ma dannatamente utile se lo hai in squadra.

La filosofia che alimenta gli Spurs è mutuata da Jacob Riis, formalmente giornalista del New York Tribune, nella realtà molto di più. “Non è la singola picconata che rompe la pietra, ma la somma di tutte le picconate” il mantra nero-argento.

La carriera di Bowen agli Spurs segue pedissequamente questo modo di intendere il concetto di squadra. In attacco è irrilevante, è dovunque non ci sia la palla, crea spazio per gli altri. Il suo compito è farsi trovare pronto sugli scarichi. Quello fa.

Tra 5 apparizioni nel primo quintetto difensivo e altre 3 nel secondo, emerge una piccola curiosità. Nella stagione 2002-03 con 3 tentativi a partita e il 44.1% da tre, Bruce Bowen guida la classifica NBA. Una cosa da non tralasciare per uno con quel pedigree difensivo, in un epoca dove il tiro da 3 non era ancora inflazionato e che risulterà decisiva in Gara-5 contro i Suns ai Playoffs 2007. Deve solo stare negli angoli e aspettare gli scarichi.

Sul campo non sono sempre tutte rose e fiori. Viene accusato di essere un giocatore sporco, che cerca di infortunare gli avversari. Al netto di qualsiasi cosa, certi suoi close-out sembrano al limite del codice penale. Non cavalleresco sicuramente, ma dannatamente utile alla causa. Odi, da una parte, amo, dall’altra.

Arriveranno tre Titoli, di cui sarà meccanismo fondamentale. Bruce Bowen non era la motivazione principale delle vittorie di San Antonio. Era l’archetipo di giocatore di squadra, il picconatore che nonostante la stanchezza continuava a battere la pietra perchè fosse più facile per gli altri dargli il colpo di grazia.




THIS IS THE END:


Nel 2009 gli Spurs lo scambiano decisi a dare una nuova conformazione al loro reparto di esterni. Bruce, Fabricio Oberto e Kurt Thomas in cambio di Richard Jefferson (ai tempi un Buck). Non è più la solita cosa. Quando un giramondo trova finalmente una casa ripartire non è mai semplice e Bruce decide che per lui è abbastanza. I Bucks lo lasciano andare a luglio del 2009. Un mese più tardi annuncia il ritiro e il gioco perderà uno dei suoi interpreti più controversi.

A fine carriera arriva la consacrazione nell’Olimpo del Basket Spurs. Inaspettato per lui e per chi osserva da fuori. Non per chi lo ha allenato e per chi ha avuto la fortuna di dividere lo spogliatoio con il nativo di Merced. Gli Spurs di Bruce non erano quelli del “The Beautiful Game”, ma una squadra che vinceva per i meccanismi difensivi spietati e ben oleati. Se questo è il contesto, allora non è un caso che insieme a George Gervin, Sean Elliott, David Robinson, Tim Duncan, Manu Ginobili e Tony Parker, ci sia anche il suo nome che pende ad imperitura memoria dal soffitto dell’AT&T Center.