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Buzz to the future



Questo articolo, a cura di Igor Ferri e Matteo Vezzelli, è stato realizzato dalla community Teal & Purple per Around the Game.



Intro


C'era una vota un mondo antico, lento e particolareggiato. Quel mondo si è dissolto progressivamente negli ultimi trecento anni: la modernità ha portato enormi benefici e ancor di più irrisolvibili problemi per una società lanciata ormai follemente oltre la velocità della luce. L'illimitatezza rischia di far scomparire anche questo fragile panorama.


Nella NBA gli Charlotte Hornets hanno deciso di affidarsi al moderno: gioco veloce, small ball, una cornucopia di molti altri attuali (o appena passati, vedi Houston) progetti NBA, ma ogni team ha le proprie caratteristiche e peculiarità.


Lo scorso anno i Calabroni hanno resettato la propria recente storia, ripartendo da zero con un nuovo giovane allenatore che per il primo anno ha fatto bene, facendo crescere e sviluppare i giovani. Quest'anno tuttavia il coach ha deciso che per svilupparli seguirà i suoi credo e pare essersi infilato in un personale, stanco e difettoso progetto, che il suo ego non consente di modificare.


C'è una differenza fondamentale però tra sviluppo e progresso - che identificava bene Pasolini - poiché lo sviluppo è fine a sé stesso e non è detto che sia positivo, mentre il progresso porta benessere diffuso. Qualche parziale similitudine latente con un altro team c'è - andiamo a vederla, facendo un passo indietro.

Uno young team che aveva grandi aspettative per il proprio futuro ed era sostenuto da un pubblico folle, che ogni sera gremiva il “The Hive”.


Al vecchio Charlotte Coliseum gli Hornets 1.0 (li chiameremo così per differenziarli da quelli nuovi, viste le note e travagliate vicende) pagarono nei primi anni (a cavallo tra fine '80 e gli albori degli anni '90) il dazio d'essere una franchigia d'espansione. Stare sul fondo della classifica, però, portò in dote anno dopo anno il pezzo mancante.


Kendall Gill, Larry Johnson e Alonzo Mourning, tre nomi conosciuti anche al di fuori dalle lande del North Carolina, che fecero sognare i fan dell'epoca.


A gestire i palloni sul parquet il piccolo Tyrone “Muggsy” Bogues (il piccolo per eccellenza, 158 cm misurato senza scarpe); in panchina un ex giocatore e GM: Allan Bristow, un allenatore con uno stile di gioco ante-litteram, mezzo precursore di quello attuale. Già per natura il nickname Hornets dava l'idea di qualcosa di preciso e veloce, idea che ricalcava sul parquet Bristow.


Lo spiritato coach praticava questo stile di gioco rapido, adatto per i suoi piccoli playmaker (Tony Bennett, Anthony Goldwire e Kenny Anderson tra gli altri) e atto a favorire anche i tiratori da tre (Dell Curry su tutti, ma anche Glen Rice e Hersey Hawkins). Un gioco moderno e meno gassoso della Charlotte attuale, perché l'arrivo di Alonzo Mourning e poi del veterano centro di riserva Robert Parish garantivano solidità nei pressi del ferro e un gioco impostato anche sui lunghi nel pitturato.


Potremmo dire che quegli Hornets, in continua trasformazione (il progetto del proprietario originale George Shinn era più votato a guadagnare che a vincere - vedi Larry Johnson spedito a NYK per Anthony Mason e Brad Loahaus, non appena i suo contratto multiyear si impennò), rimasero comunque competitivi e solidi in una NBA che valorizzava diversamente in base ai credo e alle regole del gioco dell'epoca (vedi la zona, vietata e sanzionata) i suoi lunghi.


Passiamo ora all'attualità, andando a mostrare le differenze tra quel tipo di gioco e quello che Charlotte pratica oggigiorno.



Sistema di gioco


Ovviamente, come avrete già capito dall'introduzione, stavamo scrivendo del coach James Borrego, il quale - prima dell'inizio della stagione - aveva chiaramente fatto intendere che quest'anno anche gli Hornets si sarebbero uniti a quel novero di squadre intenzionate a giocare ciò che viene definito "il basket del futuro", ovvero, la cosiddetta small ball.


Questo sistema di gioco per funzionare ha bisogno di un'alta intensità difensiva e di buone capacità in versatilità e adattabilità dei suoi interpreti: sono i suoi mantra, i suoi punti cardinali.


I quattro giocatori esterni devono essere abili nel correre e ad aprire il campo, mentre l'unico interno, in questo caso un lungo "adattato" o di ruolo, deve saper giocare sia nel pitturato che sul perimetro.


Ora, proviamo a verificare quanto di ciò scritto sopra possa adattarsi all'attuale roster degli Hornets in modalità small ball.


Il primo problema è nella posizione del lungo, dell'interno. Charlotte negli anni ha perso il big man, il rim protector, scegliendo volutamente o per esigenze di privarsi di un big man (Al Jefferson e Dwight Howard gli ultimi due funzionali), andando a potenziare sempre di più il reparto "esterni". Una scelta da ritenersi coerente se l'intenzione è quella di passare circa mezza partita con un sistema di gioco che prevede la rinuncia al lungo di vecchio stampo, a favore di un giocatore più atletico e versatile.


Tra i titolari né Cody ZellerBismack Biyombo possiedono queste caratteristiche, nonostante Borrego avrebbe bisogno di "imporgli” quel ruolo per avere un five-out che possa aprire il campo.



Attacco


Il playbook di coach Borrego è generalmente piuttosto semplice.


Solitamente, dalla disposizione iniziale di 4-1 si entra in azione con un pick&roll centrale o in posizione di guardia, con il lungo che rolla a canestro. Il portatore di palla ha poche multi-opzioni:


A) Penetrazione diretta/scarico al rollante (secondo la lettura della difesa);


B) Hand-off con una "mezza ruota" che prevede la possibilità per un esterno di penetrare e/o scaricare ribaltando l'azione per un tiro da fuori.


Questo modo di attaccare, se sviluppato con il giusto timing e le giuste spaziature, potrebbe portare enormi vantaggi sia con palla che senza - ma nella Charlotte attuale la cosa non accade quasi mai.


La situazione non cambia quando nel ruolo di lungo andiamo a collocare Miles Bridges o PJ Washington, i quali, per decisione di Borrego, sono slittati un ruolo avanti nelle le rotazioni (Miles da SF a PF, e PJ da PF a C). Offensivamente parlando, la loro principale mancanza è tecnica, poiché “palla in mano” non sono ancora estremamente affidabili, specialmente il primo.


Bridges è molto atletico, ma da solo rimane un mediocre "incursore". PJ mostra a tratti buone doti nei movimenti, ma è scostante e attacca il ferro non sempre in maniera appropriata, prediligendo colpire dal perimetro nonostante qualche problema ad aggiustare il tiro - come abbiamo visto nell'uscita della squadra a Toronto, quando PJ ha mancato il buzzer beater per il pareggio. In sostanza, i due non sempre riescono a essere un fattore in attacco.


I loro limiti incrementano una già spasmodica ricerca nel tiro da fuori, che diventa abuso di sovente, quando ciò avviene con con mancanza di ritmo o in situazioni non consigliabili. Gli esterni però sono il fulcro della squadra: grazie alla visione di gioco del rookie LaMelo Ball, Charlotte è riuscita a indirizzare un maggior numero di palloni buoni ai suoi esterni, innalzando anche le statistiche negli assist; mentre per incrementare l'apporto realizzativo, rispetto alla scorsa annata, Gordon Hayward sembra l'uomo giusto, sebbene spesso agisca in solitaria.



Difesa


Nel parlare dell'aspetto difensivo ci soffermeremo soprattutto sugli aspetti che non funzionano.


Nel sistema difensivo voluto da Borrego, Charlotte sui P&R avversari di solito cambia, soprattutto quando questi avvengono tra esterni. Differente discorso quando si tratta di un lungo che, da bloccante o in azione personale, il più delle volte viene raddoppiato da un esterno:



Qui basta la minaccia di un Vucevic spalle a canestro per attirare il raddoppio di Rozier e lo spostamento della difesa: sul ribaltamento si aprono spazi, che Orlando sfrutta.


Il raddoppio comporterebbe rotazioni difensive, che in alcune serate sono state lente o totalmente assenti, con il risultato di concedere tiri aperti all'attacco, soprattutto da oltre la linea dei tre punti.




Qui notiamo come Caleb Martin a zona in una posizione ibrida vada a flottare in raddoppio verso Siakam (prima immagine), per poi gettarsi con un balzo su VanVleet dopo lo scarico del lungo di Toronto (seconda immagine). La finta di VanVleet manda a vuoto Caleb e Rozier è costretto a reagire, ma a quel punto il tiratore ha già molti metri disponibili.


Altra tendenza degli Hornets è quella di collassare nel pitturato quando gli avversari accennano una penetrazione, non avendo intimidatori sotto canestro. Si crea così densità in area, ma se arriva uno scarico fuori sono dolori. Questo l'abbiamo visto bene contro i Raptors nella prima partita tra i due team, ma anche questa situazione contro Memphis ne è un esempio lampante:



I due gemelli Martin vanno a chiudere entrambi su Dieng e a quel punto basta poco a Konchar: finta, passaggio orizzontale per ribaltare il gioco e la zona di Charlotte salta sul peggior passaggio possibile, venendo colpita da tre punti.



Va ancora peggio in questo possesso, quando la partenza di Gordon in spin provoca uno smottamento difensivo: l'ala quadruplicata scarica fuori per un tre contro zero.


Alcune squadre avversarie giocano tantissimo su questa carenza, portando sul perimetro i lunghi di ruolo (Orlando e Memphis come esempi) e attaccando i centri degli Hornets, lenti e poco pronti.



Qui Dieng porta fuori “Biz”, sfruttando la sua lentezza, e lo batte colpendolo da tre punti.


Oppure andiamo a vedere il mismatch quando sul parquet vengono utilizzati PJ Washington e Bridges. Gli avversari vanno ad attaccare con facilità nel pitturato.



Marjanovic in girata usa esperienza, kg e cm per superare facilmente PJ Washington, che tenta un anticipo in ritardo e lascia strada troppo facilmente al centro dei Mavs.


Nonostante la densità in area, i centimetri mancanti di questa small ball si fanno sentire. Qui Toronto cattura ben 5 rimbalzi offensivi con PJ Washington schierato come centro:



Analisi di fondo


Queste carenze offensive e difensive portano il “pro-fan” a porsi molteplici domande. Perché costruire un intero sistema di gioco avendo giocatori inadatti? Tra l'altro, Miles e PJ sono stati ri-firmati dagli Hornets, che sperano di vederli sviluppare considerandoli buoni giocatori in proporzione al loro ancora basso salario.


Perché andare a saturare un reparto che oggi conta molti giocatori (alcuni inadeguati) che hanno poco minutaggio (Borrego sta diminuendo gli uomini in rotazione, scendendo a nove per partita), trascurando un reparto nelle due metà campo? Il mistero si infittisce considerando le ultime due seconde scelte al Draft: Nick Richards e Vernon Carey. Sono sicuramente lunghi acerbi, ma possono contribuire a creare uno scudo migliore nel pitturato. Tuttavia, hanno trovato pochissimo spazio finora.


La bravura di un front office dovrebbe essere quella di fornire all'allenatore gli interpreti più adatti (se non si ha la possibilità di reperire i migliori) alle esigenze del coach. A sua volta l'allenatore deve essere capace di plasmare un sistema di gioco funzionale al team che gestisce; essere disposto in caso di difficoltà a mettere in gioco le sue convinzioni; intervenire con aggiustamenti che migliorino la solidità di un team apparso troppo spesso "gassoso" e in balia delle individualità.


Terry Rozier sta continuando a lievitare in fase offensiva, mostrando atletismo e abilità nel finire le azioni al ferro o con tiri da tre punti (44,3% da fuori al momento), anche se a volte esagera; mentre Devonte' Graham, il quale ha un ruolo meno predominante da playmaker rispetto lo scorso anno, sta trovando qualche difficoltà, soprattutto nel tiro da fuori, che prende troppe volte in pull-up senza aver creato vantaggio o non in ritmo, abbassando così le sue percentuali - che si elevano notevolmente, invece, quando ha spazio o è "assistito".


Charlotte ad oggi ha tirato 1228 volte dal campo, con 727 tiri effettuati da due punti e 501 da tre: il 59,2% sono tentativi da dentro l'arco (49,8% realizzati), il che mostra come il tiro da tre al 40,8% (36,7% realizzato) sia una soluzione gettonatissima.


Borrego, scelto a inizio scorsa stagione, dal mio punto di vista ha fatto bene lo scorso anno, facendo crescere i giovani. Quest'anno, però, sta rimanendo fedele alla sua mono-opzionale linea, che non garantisce certezze con questo roster. Quando l'imprevedibilità in attacco aumenta, diminuisce la solidità difensiva in caso di small ball.


Gli Hornets attuali sono un miscuglio di cose - un "mappazzone" come direbbero in Emilia Romagna - con evidenti problemi tattici e tecnici, con i secondi paradossalmente più risolvibili dei primi.


Emblematici in questo senso i due piccoli gemelli Caleb Martin e Cody Martin, che pur con ruoli secondari e bassi minutaggi (Caleb, più dotato offensivamete, ha guadagnato più spazio del fratello e invertito le gerarchie con questo sistema di gioco), influenzano con le loro buone o scarse prestazioni talvolta il risultato nella small ball di Borrego.


Eppure, in tutto questo, un po' di talento c'è. Parliamo dell'uomo del momento:



LaMelo Ball


Aprendo il sipario su LaMelo Ball al Future Theatre, possiamo dire che la Dea bendata per una volta ha sorriso agli Hornets, portando a MJ in dote la pick numero 3 all'ultimo Draft.


Tutti i Mock Draft indicavano con certezza i tre giocatori che sarebbero saliti sul podio virtuale. E in North Carolina erano sicuri che uno dei pezzi da novanta sarebbe finito nella città regina, anche perché il GM Mitch Kupchak aveva detto che Charlotte avrebbe perseguito il giocatore con più talento e non scelto per ruolo.


Inutile nascondere che l'interesse e le speranze di poter inserire nel roster un lungo come Wiseman fossero enormi, visti i cronici problemi nel froncourt; ma una volta accasatosi ai Warriors, era chiaro che alla corte di MJ sarebbe arrivato il figlio di quel LaVar Ball un po' inviso a Jordan.


Il talento di LaMelo si sta esprimendo e sta dissipando i dubbi, e la recente tripla doppia (è il più giovane giocatore di sempre in NBA) contro gli Hawks ne ha mostrato le qualità come passatore, scorer a anche lottatore. Il tiro è davvero particolare, ma non sta andando malissimo (33.4% dall'arco), e abbiamo visto deep 3 dalle parabole incantate e runner dal mid-range che disegnano arcobaleni ipnotizzanti.



LaMelo fatica un po' a difendere sulla palla e in attacco esagera a volte, cercando la giocata sensazionale ed esponendo la squadra a pericolosi TO e transizioni avversarie. Gli Hornets, però, sono primi nel numero di assist smistati a partita, e Ball in questo è fondamentale.


Al contrario, Charlotte è al 21esimo posto per quel che riguarda i TO. La libertà concessa agli interpreti principali nella gestione della palla non è certo quella di cliffordiana memoria, che portava gli Hornes a fine stagione spesso sul podio per minor numero di turnover.


La Queen City, a distanza di anni, ha per le mani un possibile diamante grezzo, un giocatore che potrebbe diventare un fattore importante se sarà in grado di inserirsi al meglio nel gioco NBA. LaMelo rappresenta la luce in fondo al tunnel per i charlotteans - facendo male agli occhi ai fan ormai disabituati alla sunlight da Playoffs.


Ball potrebbe dare una spinta, ma la squadra ha bisogno anche di altro. E per oggi ci sono tanti dubbi sul progetto di questa Charlotte 2.0: difficile scrollarseli di dosso, dopo anni di mediocrità.


Anche per quest'anno tutti gli analisti non hanno creduto a MJ, piazzando Charlotte - forse troppo ingenerosamente - in fondo alla classifica a Est (fuori dal Play-In, andando dall'11esima alla 14esima posizione).


I Calabroni attualmente girano con un record di 6-8, il che pone degli interrogativi sul futuro: se gli Hornets collasseranno come si pensava a inizio stagione, probabilmente si potrebbe aggiungere un altro giovane importante dal prossimo Draft; mentre se la squadra dovesse confermarsi a un medio livello e non esser baciata dalla fortuna in Lottery, la paura è quella di rimanere nel solito limbo delle scelte non di primissima qualità.


Considerando un Malik Monk in scadenza e attualmente considerato quasi in esubero, l'ultimo anno di contratto di Zeller e quel margine attuale ad arrivare al salary cap, qualcosa d'interessante potrebbe anche arrivare. Il front office sarà determinato nel perseguire le opportunità di mercato, ma la prossima offseason si preannuncia affollata e caotica come una sessione di borsa.


Dati alla mano, il valore del brand (termine pessimo per i tifosi) è aumentato in maniera esponenziale da quando la franchigia è passata nelle le mani di Michael Jordan, soprattutto dal rebrand come Hornets; ma è altresì palese che il progetto sia lento e difficoltoso.


I tifosi vorrebbero tornare a vedere un progetto solido e credibile, e smettere di vedere questa speranza come un'utopia.