• Alessandro Di Marzo

Bye bye Bynum



Questo articolo, scritto da Sean Guest per Double Clutch e tradotto in italiano da Alessandro Di Marzo per Around the Game, è stato pubblicato in data 11 novembre 2020.



Quando i Los Angeles Lakers selezionarono Andrew Bynum come decima scelta assoluta nel Draft 2005, avevano appena concluso una delle loro peggiori stagioni di sempre. Solamente 34 vittorie, 11esimo posto nella Western Conference ed assenti ai Playoffs, cosa che non accadeva dal 1994.


La situazione del roster era piuttosto critica: l’esperimento del “Superteam” del 2003/04, che aveva visto sbarcare nella città degli angeli due star ormai “datate” come Gary Payton e Karl Malone, era infatti fallito, con la squadra costretta a sbriciolarsi in 5 partite di Finals davanti ai Detroit Pistons. Subito dopo la disfatta, tutto si sfaldò completamente, e la rivoluzione non risparmiò nemmeno Shaquille O’Neal, passato a Miami.


Kobe Bryant, dunque, si trovò a dover trascorrere una stagione al fianco di Bryan Grant, Devean George, Chucky Atkins e l’ormai 36enne Vlade Divac. I giovani come Lamar Odom, Caron Butler, Luke Walton e Sasha Vujačić rappresentavano ottimi spunti potenziali per il futuro, ma in quel momento non potevano offrire alcuna certezza per il presente.


Con un disperato bisogno di supporto, molto probabilmente Bryant non si aspettava molto da Bynum: non era un rookie qualunque, bensì il più giovane di sempre ad essere scelto in un NBA Draft, alla tenerissima età di 17 anni e 244 giorni. Un record tutt’ora imbattuto, visto che, dal 2006, i giocatori del liceo non possono più dichiararsi eleggibili.


A dimostrazione di quanto poco la squadra credesse nel nuovo centro per il futuro immediato, i Lakers ne ingaggiarono un altro proprio durante quell’estate, ovvero Kwame Brown, prima scelta assoluta del Draft 2001, in cambio di Atkins e Butler. Brown aveva trascorso i primi 4 anni di NBA a Washington, senza brillare, anzi: le sue prestazioni, infatti, gli fecero pian piano guadagnare l’appellativo di “biggest Draft bust ever”. E la fama dei colleghi scelti dopo di lui, come Tyson Chandler, Pau Gasol e Joe Johnson, di certo non lo aiutava.


Ma l’acquisizione più rilevante di quell’estate, per i Lakers, non fu né Brown, né tantomeno il free agent Smush Parker, bensì coach Phil Jackson, che tornò a sedere sulla panchina dei californiani dopo una stagione di pausa. La sua influenza condusse la squadra ad un totale di 45 vittorie in Regular Season, soddisfacenti seppur non sufficienti per vincere Gara 7 deprimo turno di Playoffs contro i Phoenix Suns.


Durante il suo primo anno Bynum giocò solamente 7.3 minuti a partita, esordendo il 2 novembre 2006 e diventando il più giovane di sempre a calcare i parquet della Lega. Un ragazzo determinato e duro, molto duro, come dimostra questo curioso episodio in cui fu coinvolto anche Shaquille O’Neal:



La prima grande opportunità si fece trovare all’inizio della stagione successiva, quando sia Brown che Chris Mihm, centro di riserva della squadra, si infortunarono e furono costretti a saltare la prima parte di stagione. Bynum iniziò dunque a giocare di più, anche da titolare, fin dalla Opening Night contro i Suns, dove si mise in mostra con 18 punti e 9 rimbalzi.

Durante il suo secondo anno giocò tutte le 82 partite, e 53 di queste da titolare, mettendo a segno 7.8 punti e 5.9 rimbalzi a partita. Nuovamente, tuttavia, i Lakers non furono in grado di battere Phoenix al primo turno di post-season.

Anche con queste difficoltà, comunque, non si fermarono, mentre Bynum fu costretto ai box fino a fine anno dopo le prime 37 partite della stagione 2007/08 - in cui i Lakers conquistarono 26 vittorie - a causa di un infortunio al ginocchio. Ed è qui che avvenne la magia, orchestrata dal General Manager Mitch Kupchak, alla disperata ricerca di un centro: il primo febbraio, infatti, Pau Gasol sbarcò a Los Angeles da Memphis, in cambio di Brown, Crittenton, McKie, i diritti su Marc Gasol e due scelte al primo giro (2008 e 2010).


“Gasol, con medie di 18.9 punti, 8.8 rimbalzi, 3.0 assist e 1.44 stoppate di media in 39 partite giocate quest’anno, può giocare come centro fino al ritorno di Bynum, previsto per metà marzo, per poi spostarsi nel ruolo di ala grande”. Così recitava ESPN subito dopo il colpo di Kupchak.


Il ritorno a metà marzo, però, non avvenne mai, perché Bynum dovette sottoporsi a un'artroscopia del ginocchio a metà maggio e fu dunque costretto a guardare i suoi compagni dalla panchina mentre avanzavano verso le NBA Finals, poi perse contro i Boston Celtics in 6 partite.

I Lakers avevano finalmente capito quanto avrebbero potuto beneficiare dell’apporto di Bynum, quindi gli offrirono un contratto da $58 milioni in 4 anni poco prima dell’inizio della stagione 2008/09, in cui tornò a giocare in piena forma al fianco di Gasol. Il suo gioco dominante nel pitturato si completava alla perfezione con quello dello spagnolo, più attivo nella zona del mid range rispetto a lui; accanto ad Odom, ci si trovava davanti a un insieme di lunghi tra i migliori in NBA.


Poi, il disastro, ancora. Bryant sbatté contro Bynum dopo aver sbagliato un appoggio al tabellone e l’incidente gli causò la rottura del legamento collaterale del ginocchio destro, che lo costrinse a saltare le successive 32 partite.


Bynum tornò in campo ad aprile, seppur con un tutore al ginocchio, giocando 17.4 minuti in post-season. Un numero non altissimo, ma che gli permise di dare un contributo molto significativo. Infatti, aiutò moltissimo i compagni sia nella serie contro gli Houston Rockets di Yao Ming in semifinale di Conference, vinta in ben 7 gare, sia durante le NBA Finals, dove fu suo il compito di contenere Dwight Howard. L’incarico venne svolto benissimo: il recente campione NBA segnò “solamente” 15.7 punti a partita nella serie, fattore che permise a Los Angeles di riportare a casa il Larry O’Brien Trophy dopo 7 anni dall’ultima volta.


Nel 2009/10 il suo minutaggio aumentò, con 30.4 minuti, 15 punti e 11.8 rimbalzi in 65 partite di Regular Season. Le vittorie furono 57, un numero che di fatto li obbligava a provare a ripetersi andando alla caccia di un altro titolo. Questa volta, non lo fermò nemmeno un infortunio al menisco rimediato in Gara 6 contro gli Oklahoma City Thunder.


Ironicamente, la sua più importante "giocata" in quella corsa al titolo fu l’aver contribuito all’infortunio di Kendrick Perkins in Gara 6 delle Finals contro i Celtics. Il centro di Boston, nel tentativo di catturare un rimbalzo offensivo, cadde rovinosamente dopo un contatto con Bynum e fu costretto ad uscire, dopo nemmeno un quarto, a causa dell'infortunio al ginocchio. E così si creò l’ennesimo “what if” della storia della pallacanestro...



Alla fine, comunque, i Lakers completarono il back-to-back. Ed escludendo il recentissimo titolo vinto nella bubble, questo fu l’ultimo momento di gloria sia per i Lakers che per Bynum stesso.


Bynum ottenne la sua prima ed unica convocazione a un All-Star Game nel 2012, ma venne poi scambiato pochi mesi dopo a Philadelphia, nella trade a 4 squadre che fece sbarcare Howard a Los Angeles. Con i Sixers, a causa di altri infortuni al ginocchio, non giocò nemmeno una partita; tornò in campo solo nel 2013, con la divisa dei Cleveland Cavaliers, per poi ritirarsi da giocatore degli Indiana Pacers.

Nel 2018 si è vociferato riguardo a un suo possibile ritorno nella Lega, ma alla fine nessuna franchigia ha dimostrato un reale interesse per lui. Capolinea.




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