• Emil Cambiganu

Celtics, un passo avanti o due indietro?

Danny Ainge sembrerebbe aver sprecato le potenzialità del roster negli ultimi due anni, e anche le mosse prima dell'ultima trade deadline non convincono.




Torniamo per un attimo indietro nel tempo. Alle porte della stagione 2017/18, i Boston Celtics si presentano con Kyrie Irving, Gordon Hayward, Al Horford, Marcus Morris, Marcus Smart e dei giovanissimi Jaylen Brown e Jayson Tatum, il tutto con il 15esimo payroll della lega. Con un roster già con ambizioni da contender, e molti asset spendibili per il futuro, i Celtics risultavano sicuramente la franchigia con il futuro più luminoso. La fiducia riposta nel GM Danny Ainge era ai massimi storici, all'epoca acclamato, giustamente, per aver ottenuto la possibilità di scegliere al draft Tatum e Brown cedendo solamente Garnett e Pierce a fine carriera, in quella che fu una vera e propria rapina sportiva.


Tre anni dopo, i Celtics di Brad Stevens non hanno giocato nemmeno una volta le Finals, e sono relegati a un misero settimo posto nella Eastern Conference. I favoriti per la vittoria a Est sono proprio i Brooklyn Nets, coloro che sembravano aver ipotecato il loro futuro nella trade di KG e Pierce. Com'è potuto succedere?


Più che mosse sbagliate, sono state le non-mosse di Ainge a condannare i Celtics a un destino sempre più lontano dalla vittoria. Si è dimostrato un GM conservatore in tutto e per tutto, non ha mai voluto stravolgere l'ossatura della squadra arrivata a una manciata di minuti dal biglietto per l'Oracle Arena e le NBA Finals, e non l'ha fatto nemmeno nell'ultima finestra di mercato.



Playmaking: problema non risolto


La prima esigenza dei Celtics è il playmaking e in generale creation a tutto tondo. Tatum e Brown, che hanno in questo momento le chiavi della squadra in mano, sono due scorer eccezionali, ma pur essendo migliorati nelle letture, nessuno dei due è un creator di alto livello, capace di gestire un attacco e creare per i compagni da una situazione statica.


In teoria, tale compito dovrebbe ricadere sulle spalle della point guard, che è anche il giocatore con il salario più alto, ovvero Kemba Walker; oltre a esser stato, fino a questo momento, ampiamente deludente in stagione, anche al pieno delle sue possibilità Kemba è un altro ottimo scorer, ma privo delle abilità di playmaking che possano risolvere il problema dei Celtics.


FOTO: NBA.com

Brad Stevens, un po' per credo un po' per obbligo, continua ad affidarsi a un sistema offensivo basato sul playmaking diffuso e sul read&react. L'ultima squadra che ha avuto successo con questi principi sono stati i Golden State Warriors, ma i Dubs avevano a roster due ottimi passatori come Curry e Green, oltre a degli "scienziati del gioco" come Iguodala, Thompson e Bogut: tutti tasselli che mancano a Stevens.


La conseguenza di tutto ciò è un attacco spesso stagnante, che conta solamente 23 assist a partita (dato in cui i Celtics sono 24esimi della lega) e il 55% di assist percentage (28esimi), con isolamenti sempre più frequenti (9 a partita, settimi nella lega). Per intenderci, il giocatore perfetto sarebbe, nemmeno a dirlo, Chris Paul.


Il contratto di Kemba Walker, che l'anno prossimo percepirà 36 milioni, intrappola i Celtics da questo punto di vista, e Ainge non ha trovato soluzioni prima della trade deadline.



Cosa può aggiungere il nuovo arrivato


Gordon Hayward non era la risposta a tutti i problemi di Boston, ma era un ottimo giocatore di sistema, e la sua perdita si è rivelata più pesante del previsto. Da essa i Celtics avevano ottenuto la più ampia trade exception della storia, che ammontava a 28 milioni.


17 di essi sono stati investiti qualche giorno fa per Evan Fournier (ne abbiamo parlato qui), arrivato dagli Orlando Magic. Il francese 28enne non è né Hayward né un buon playmaker, ma non va sottovalutato: 20 punti di media con il 46% dal campo e il 39% da 3 punti su 7 tentativi a partita per lui in stagione. Fournier è un candidato più che legittimo per risolvere un altro grattacapo in casa Celtics: la panchina.


Nonostante il buon impatto del rookie Pritchard, i verdi hanno in questo momento la 25esima panchina della lega per punti messi a referto (23 di media), causa anche l'apporto deludente di Ojeleye e soprattutto Jeff Teague, spedito infatti ai Magic alla prima occasione, e tagliato immediatamente da questi ultimi.


FOTO: NBA.com

Toccherà dunque al francese aggiungere scoring alla second unit, per tenere a galla la squadra nei momenti di riposo delle star. Se però la domanda è: la trade exception poteva essere sfruttata meglio? La risposta è probabilmente sì.


Fournier, come Tatum, Brown e lo stesso Walker, ha bisogno di essere innescato per rendere al 100%. Ma a Boston non c'è nessuno che sappia innescarli nel modo giusto con continuità.



Lunghi: problema bypassato


Ciò che Fournier non porterà alla franchigia del Massachusetts è la difesa, chiaramente non il suo punto forte.


I Celtics sono al 21esimo posto per defensive rating, e le cause sono sì da ricercare nell'assenza prolungata di Marcus Smart, miglior difensore e anima della squadra, ma anche e soprattutto nella mancanza di un lungo di alto livello, ormai diventata cronica.


Forse questo problema non esisterebbe, se Ainge avesse proposto il giusto pacchetto ai Pelicans per Anthony Davis due anni fa. Ma anche senza andare troppo indietro nel tempo, non esisterebbe nemmeno se Ainge avesse accettato l'offerta dei Pacers per Hayward la scorsa estate, che avrebbe portato a boston McDermott e soprattutto Myles Turner, ottimo rim protector e miglior stoppatore della lega (3.5 blocks per game). Si torna quindi all'immobilismo del GM dei Celtics, che ancora una volta non ha chiuso per un centro di livello, dopo gli scarsi risultati ottenuti con Tristan Thompson.



Anzi, con l'obiettivo di scendere sotto la soglia della luxury tax, Ainge ha sacrificato Daniel Theis, pedina importante degli ultimi anni, lungo affidabile difensivamente e versatile offensivamente, ricevendo i soli Kornet e Wagner in cambio. E' questo scambio che consegna questa finestra di mercato alla storia con un voto insufficiente ai Celtics (ne abbiamo parlato qui).


Ora, la scelta obbligata è affidarsi al giovane Robert Williams, Time Lord, di prospettiva e volenteroso.



Quanto tempo rimane?


Nonostante tutte le difficoltà, è prevedibile che il record dei Celtics migliorerà, e di conseguenza la classifica; tuttavia, ai Playoffs le ambizioni non potranno essere troppo alte.


Nella maggior parte dei casi recenti, in NBA, per arrivare alla vittoria si deve passare attraverso il rischio. Non basta una trade azzeccata, non bastano due ottime scelte al draft. Se non hai LeBron James, arriva prima o dopo il momento di gettare il cuore oltre l'ostacolo e provare l'azzardo, pur con la razionalità necessaria a un General Manager. Ainge questo non l'ha mai fatto, sprecando concrete opportunità di rendere Boston una delle favorite, se non la favorita, per la vittoria dell'anello.


Oggi la finestra per raggiungere l'obiettivo finale si è quasi chiusa, e nei prossimi anni i Celtics non hanno più margine d'errore, per evitare di rimanere intrappolati nel limbo in cui sono da due stagioni. Ma per scongiurare il rischio, sarà necessario un cambio di mentalità da parte di Ainge.


Oppure, chissà, un cambio di GM.




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