• Nicola Zapparoli

Chris Paul, solo contro tutti


Chris Paul è tante cose.


Intelligentissimo, diabolico, ladro di destrezza con propensione all'umiliazione, sadico, infinitamente ambizioso. Dotato di spiccata personalità e di una pericolosa propensione al comando.

Unanimemente considerato una delle più grandi point guard della storia, dieci volte All-Star, otto volte All-NBA, otto volte All-Defense, sei volte leader della Lega per numero di palle rubate a partita e quattro volte re della classifica degli assist. Point god.

Unico rookie di sempre a guidare la Lega a fine stagione per numero totale di palle rubate, è riuscito con tutte le squadre per cui ha giocato prima dei Thunder a battere almeno una volta il record di vittorie della franchigia in una singola stagione (a New Orleans, ai Clippers, con i Rockets).

Presidente dell'Associazione Giocatori dal 2013, due volte medaglia d'oro olimpica.


La sua carriera è - come quelle di molti altri grandissimi - fatta anche di contraddizioni. Guardandolo giocare mi è venuta spesso l'idea - chiaramente paradossale - che il problema principale di Paul fosse la presenza stessa di altri esseri umani sul parquet. Compagni, avversari, arbitri. Fattori accidentali che non fanno altro che allontanare il gioco dalla sua perfezione teorica (che Paul naturalmente conosce e frequenta) e lo rendono nella pratica caotico, condiviso, soggetto a eventi e variazioni, difficile da controllare. Anzi, incontrollabile.


Chris Paul questo non lo può accettare. Da qui la sua fatica e la sua missione. Il suo modo di stare in campo, e forse di vivere, è una lotta costante contro tutto e tutti. Una lotta per il controllo, a cui è condannato ogni volta che scende in campo. Deve rimetterli a posto tutti lui. L'ha sempre fatto.


Paul non vuole vincere, vuole vincere come dice lui. Come sa lui.

Sbruffone, brontolone, geniale, ossessivo e maniaco del controllo, pericoloso tanto per i compagni quanto per gli avversari - che lo detestano: Chris Paul ha faide aperte con mezza NBA e una tendenza a odiarsi in particolare con giocatori che un po' come lui si sentono soli e contro tutti (Boogie Cousins e Rajon Rondo per dirne due). Da quando ha raggiunto per la prima volta i Playoffs con gli allora New Orleans Hornets (che portò alla sua terza stagione in NBA al secondo miglior record della Western Conference, mentre lui terminava secondo nella graduatoria per il titolo di MVP) ci è tornato in ogni singola stagione, eccezion fatta per il 2009/10, quando un infortunio lo limitò a 45 apparizioni nella stagione regolare.


L'ha fatto a modo suo. Controllando il gioco come nessun altro e dominandolo a tratti - in attacco e in difesa, cercando di imporre la propria volontà su compagni, avversari e arbitri. Disposto a tutto pur di vincere, incapace di perdere e condannato a farlo. Ha sempre dettato lui il ritmo, e ha sempre perso l'ultima partita della stagione.

Molte volte in modo spettacolare.


In una realtà sportiva dominata da concetti (forse recentemente appena un po' superati) come "legacy" e "narrativa" - termini che andrebbero aboliti per la loro deformità estetica, oltre che per la loro vuotezza - CP3 è uno di quei giocatori che abbiamo (avete, hanno) rischiato di etichettare con troppa fretta e ingenerosità, uno di quelli che potremmo aver corso il rischio di sottovalutare perché "sì è fortissimo ma...", uno di quelli che potremmo aver dato per scontato. Uno che non ha vinto, e quindi vale meno di altri.


Invece no.


Chris Paul è un re, assoluto. Attaccabile e criticabile quanto tutti, ma alla fine no: inattaccabile. Zero titoli, pace. Paul è un gigante. Un genio. Un vincente se vincente vuol dire qualcosa. Ce lo dice ogni passo della sua carriera. Poco importa se alla fine le sconfitte saranno più delle vittorie.


Quante volte ho pensato, guardandolo giocare, che più dominante di così non si potesse essere. Che da quell'altezza, sui due lati del campo, non potesse essere permesso condizionare così tanto il gioco. Che meglio di così non si potesse fare. Che fosse il più grande. Non più grande degli altri, non meglio di. Ma semplicemente, unicamente, irraggiungibile e intoccabile. Grande a modo suo, e almeno in quel momento, il migliore.


Stavo guardando Chris Paul, e vedevo grandezza. Una grandezza che non sempre è apparsa così ovvia, una grandezza che conosceva fin troppo bene il sapore della sconfitta. Eppure, grandezza. Mai più evidente che nel secondo tempo della partita delle finali della Western Conference del 2018 tra Houston Rockets e Golden State Warriors.


Quel giorno la vita ci ha ricordato di saper essere una gran bastarda, Chris Paul uno dei più grandi campioni dell'era moderna.





Se negli anni a New Orleans Paul diventa il miglior playmaker della NBA, la carriera dell'ex giocatore di Wake Forest arriva a una svolta nel dicembre 2011. Il suo destino condiziona quello della Lega.

La NBA si ritrova ad essere temporaneamente in controllo dei New Orleans Hornets dopo aver acquistato la franchigia per 300 milioni di dollari da un proprietario che non riusciva più a coprirne le perdite. Paul, il miglior giocatore della squadra, è a un anno dalla scadenza del contratto e ha chiesto di essere ceduto. Los Angeles, New York. CP3 vuole vincere e vuole un grande palcoscenico.


Dell Demps, GM degli Hornets, trova un accordo per mandare Paul ai Lakers in una trade a tre che prevede lo sbarco in Louisiana di Kevin Martin, Luis Scola, Lamar Odom e Goran Dragic. David Stern, in qualità non di commissioner della NBA ma di proprietario degli Hornets, blocca la trade e obbliga il suo General Manager a trovarne una più vantaggiosa per il futuro della squadra. Pochi giorni dopo Chris Paul diventa un giocatore dei Los Angeles Clippers. A New Orleans vanno Eric Gordon (ancora nel contratto da rookie), Chris Kaman (con contratto - pesante - in scadenza), Al-Farouq Aminu, la prima scelta dei Minnesota Timberwolves nel Draft 2012.


I risultati più o meno immediati sono interessanti: David Stern viene accusato di ogni genere di male attribuibile a un essere umano (ma il tempo ci dirà che negli interessi degli Hornets la sua fu una decisione giusta, oltre che legittima). Veniamo privati prima ancora della sua nascita del backcourt più forte della storia della NBA. I Los Angeles Clippers promettono di non essere mai più quelli di prima. La carriera di Lamar Odom, probabilmente da sempre appesa a un filo, sostanzialmente finisce - nel momento in cui la squadra a cui aveva dato i suoi migliori anni decide di renderlo sacrificabile.


Gli anni di Paul a LA sono neanche a dirlo i più gloriosi della storia della franchigia (non che ci volesse molto, fino all'arrivo di CP3 i Clippers erano statisticamente la peggior squadra della storia degli sport nordamericani), eppure agrodolci. Alcuni considerano i Clippers della Lob City una delle migliori squadre a non aver mai raggiunto le Finali NBA. Altri pensano che non siano mai stati, in fondo, così forti. Io penso che con quel soprannome i giochi fossero già fatti prima di iniziare... e che Blake Griffin non fosse all'altezza.


Paul rimane forse incastrato in quel terribile gioco al massacro che prevede che o sei un campione, e per dimostrarlo devi portare i tuoi fino in fondo, oppure sei il colpevole.


Nel corso delle sei stagioni di Paul a Los Angeles, i Clips vedono il proprio proprietario venire radiato dalla NBA, diventano la migliore squadra della città e una perenne contender per il titolo (sarebbero i Clippers!!), ma vincono appena tre serie Playoffs (tutte di primo turno, tutte in sette partite) e non riescono mai a raggiungere l'obiettivo del titolo o anche solo le Finali di Conference (ok, in fondo sono ancora i Clippers).


JJ Redick ha recentemente dichiarato che quello dei Clippers era uno spogliatoio pieno di meschinità ("There was Donald Trump level pettiness", per dirla con le sue parole), in cui tra compagni non era difficile andare d'accordo fuori dal campo ma poi sul terreno di gioco qualcosa sembrava mancare proprio nello spirito della squadra. Nessuno aveva voglia di dire agli altri le cose in faccia. Atteggiamenti passivo-aggressivi la facevano da padrone. Si è ipotizzato e raccontato di rapporti tesi all'interno dello spogliatoio, tra compagni, con l'allenatore. Doc Rivers ha detto che ciò che è accaduto a Los Angeles durante gli anni di Paul è l'opposto di quello che ci si augura quando si dà tempo a una squadra e a un gruppo di giocatori di crescere insieme e di conoscersi bene. Anziché avvicinare e creare legami, migliorare gli automatismi, il tempo ha logorato i Clippers, allontanato i compagni, li ha spinti ad andare gli uni contro gli altri, a perdere e alla fine a perdersi.


Le campagne Playoffs dei Clippers di Paul sono state diverse tra loro, accomunate dal fatto di essere considerate, alla fine, tutte deludenti.


I Clippers sembravano avere tutto (e hanno pensato di avere davvero tutto un po' troppo a lungo) eppure arrivavano regolarmente corti. Poco importa che a minarne le ambizioni potessero essere stati infortuni occorsi proprio al loro playmaker o ad altri componenti chiave del roster. Poco importa che tutte le statistiche avanzate indicassero come le prestazioni di Paul nei Playoffs e nel clutch time fossero migliori di quelle della maggior parte delle superstar NBA di ogni epoca, poco importa che la sua efficienza fosse quasi ogni anno irreale (sesto per Player Efficiency Rating nella storia dei Playoffs NBA). La colpa non poteva che essere di Paul. Egoista, non empatico, difficile. Forse che quella point guard non fosse davvero una point god - come lui stesso amava definirsi? Forse che con Paul si fosse stati troppo generosi in passato?


La voglia di tirare conclusioni conduce spesso all'errore. Non è che Paul sia stato unanimemente indicato come la disgrazia di quella squadra, anzi, ma è come se le cose straordinarie (e quelle meno straordinarie) che ha fatto nei suoi anni a Los Angeles fossero alla fine state considerate un tutt'uno, e semplicemente non abbastanza.


Nel 2013 gioca una clamorosa serie di primo turno contro i Grizzlies e vince Gara 2 sulla sirena, ma Blake Griffin si infortuna e Memphis vince in sei partite.


Nella decisiva Gara 5 del secondo turno della stagione successiva, contro i Thunder, Paul gioca il peggior minuto di pallacanestro della sua vita e i Clippers, che grazie a un suo fadeway erano saliti sul 104-97 a meno di un minuto dalla fine, perdono partita e sostanzialmente serie.


E' il momento più buio della carriera di CP3.


Un anno dopo, da infortunato, Paul segna il canestro della vittoria nella Gara 7 di primo turno contro San Antonio, per poi saltare le prime partite della serie successiva, contro Houston, che i Clippers perdono dopo essere stati avanti 3-1, a un passo da quella maledetta finale di Conference.


Le ultime due stagioni di Paul in California si concludono con due uscite al primo turno dei Playoffs, contro Portland e Utah. A rompere l'impasse dei Clippers è lo stesso Paul. Per la prima volta in carriera è lui a decidere la squadra per cui vuole giocare.


Lascia LA, Paul, da eroe assoluto, eppure non celebrato come tale. E' riuscito a fare della franchigia qualcosa che non era mai stato anche solo ipotizzabile, fino al suo arrivo. Doc è lì per lui. La dignità acquisita è tale grazie a lui. I Clippers di oggi, senza Chris Paul, non sarebbero, ovviamente, mai esistiti. Eppure, gli anni di Paul a Los Angeles per alcuni non solo non rappresentano un grande risultato, ma anzi sarebbero la prova dell'incompiutezza del giocatore.


Nell'estate 2017, con il coltello dalla parte del manico grazie a un contratto da cui può uscire, CP3 forza una trade dai Clippers e raggiunge James Harden a Houston.

Le due stagioni di Paul in maglia Rockets sono caratterizzate dal prosieguo della ricerca del titolo mai arrivato a Los Angeles, ma anche dall'ingresso in un sistema molto particolare, costruito non intorno a lui e volto a valorizzare al massimo Harden, la prima opzione offensiva della squadra, e la pallacanestro analitica che passerà alla storia come "Moreyball". Paul eccelle in difesa e combatte contro i suoi istinti per adeguarsi a ciò che D'Antoni gli chiede.


Raggiunge le Finali di Conference nel 2018 dopo aver eclissato gli Utah Jazz nel turno precedente con una prestazione da 41 punti, 10 assist e 7 rimbalzi nell'ultima partita della serie.



In una notte in cui James Harden tira 0/11 da tre, Paul gioca la miglior partita della carriera, segna 18 dei suoi 20 punti nel secondo tempo, porta i Rockets avanti 3-2 nella serie, a una vittoria dalle Finali NBA. E' l'uomo a capo della squadra che più di qualunque altra va vicina a sconfiggere i Warriors di Kevin Durant a pieno regime.


Si fa male verso la fine della partita. Salta Gara 6 e Gara 7. Golden State vince serie e titolo.


Nell'estate 2018 firma un nuovo contratto con Houston: 160 milioni per quattro anni. Troppi, diranno subito in molti. E in effetti sì, sono troppi. Morey però pensa di avere la squadra giusta per vincere subito, e sa che sotto pressione CP3 non ha sostanzialmente eguali. Se pagarlo certe cifre non avrà più senso nel 2021 e nel 2022 (il nuovo contratto di Paul scade nel 2022 - a 36 anni guadagnerà più di 44 milioni di dollari), nell'immediato non se ne può fare a meno. E' un sovrapprezzo futuro che vale la pena accettare. Le cose, però, non vanno bene.


Per Paul: il CP3 di Houston, ancora dominante quando serve, non è più il giocatore di qualche anno prima. Non può più esserlo, non gli viene chiesto di esserlo. E' la squadra di Harden, e Paul che pure continua a essere un'enciclopedia di basket con gambe e braccia è meno necessario di quanto non sia mai stato in carriera. Ha meno la palla in mano. Si adegua, sapeva che avrebbe dovuto farlo, ma insomma è un po' meno Chris Paul di prima. E' una condizione in cui fa fatica a stare. Perde qualcosa in campo, un passo, un mezzo tempo; anche la sua difesa scende di livello, soprattutto nella seconda stagione con i Rockets.


Per la squadra: Golden State - senza Durant - elimina Houston in sei partite nelle semifinali della Western Conference. La stagione dura meno di quella precedente, il titolo non arriva. Arriva invece l'estate.


Si dice di un rapporto - quello tra Paul e Harden - ai minimi storici, forse irrecuperabile. I Rockets si trovano in un limbo e con una situazione salariale senza vie di fuga. CP3 e il suo orrendo contratto vengono mandati, insieme a un gruzzolo di prime scelte, a Oklahoma City. Chris Paul viene scambiato per Russell Westbrook.


Mentre i Rockets decidono coraggiosamente di abbracciare fino in fondo il loro credo (nell'ultima stagione garantita sulla panchina dei Rockets dal contratto di D'Antoni - e con anche Morey non così sicuro di avere lunga vita in Texas) e allestiscono una squadra in un certo senso unica nella storia della NBA, Paul viene mandato senza troppi rimpianti in una cittadina della periferia dell'Impero, terra di allevamenti e promettenti scelte future. Non il posto in cui immaginereste di veder giocare la vostra 34enne superstar NBA tipo. Meno che mai il posto in cui immaginereste il suo mito risorgere, forse più forte che mai.


Lo danno tutti di passaggio, CP3, a Oklahoma City. Potrebbe non presentarsi al training camp? Chissà dove lo manderanno a giocare, sempre che qualcuno lo voglia, con quel contratto.


Sam Presti gioca a collezionare draft pick, il futuro della franchigia è legato a un giocatore molto più giovane di Paul che gioca nel suo stesso ruolo e su cui i Thunder hanno appena messo le mani: Shai Gilgeous-Alexander. Paul non serve a niente, anzi al massimo rischia di farti vincere qualche partita di troppo e non è proprio il caso. Buyout? Forse è l'unica. Ma sarà difficile. Anche perché Paul, che è orgoglioso come pochi, non ha nessuna intenzione di lasciare anche solo un dollaro sul tavolo e non rinuncerà mai all'ultimo anno di contratto, che sarebbe opzionale, per favorire una trade, diciamo direzione Miami. Quei soldi, quello status, Paul li ha guadagnati sul campo. Non ci rinuncia.

Quindi, OKC sia. Anche perché Paul un'occhiata al roster l'ha data, e non gli sembra poi così male. E poi comunque lui è convinto, sa, che finché sta bene e può scendere in campo, la sua squadra avrà sempre una possibilità di vincere. Anzi: dovrebbe vincere.


Per la prima volta dopo otto anni, a settembre inizia la stagione con una squadra che non punta apertamente al titolo e in un momento in cui nessuno si aspetta più molto da lui, decide di ricordare a tutti chi è.

A 34 anni, carattere difficile, compagno sospetto, ceduto dall'unica squadra per cui avesse mai scelto di giocare, considerato prima che CP3 il titolare di uno dei peggiori contratti della Lega e dato per fatto dai più, tira fuori una stagione incredibile, viene nominato per l'All-Star Game per la prima volta dal 2016 (tra il 2008 e il 2016 non ne aveva saltato uno), contribuisce a stabilirne le regole rendendolo il più godibile dell'ultima decade, lo domina. Guida l'NBA per punti segnati nel quarto quarto, trascina OKC, la riporta in zona Playoffs, rende i Thunder una delle possibili mine vaganti della postseason; al momento dello stop, una delle squadre più in forma della Lega. Sempre con quell'atteggiamento da bullo di quartiere cui non riesce a rinunciare, dirigendo il traffico, Chris Paul si rimette dove merita di stare: al centro del campo e del discorso, della NBA e del Mondo.

Si inventa una nuova forma di transizione che potrebbe essere una delle cose più geniali viste da parecchio tempo a questa parte su un campo di gioco, negli ultimi due secondi di una partita quasi persa contro Minnesota che i Thunder finiranno per vincere ai supplementari fa notare all'arbitro che Jordan Bell è entrato in campo con la maglietta fuori dai pantaloncini e “Ehi ref! That's a delay of the game!". Secondo della partita, tecnico. "Damn right!".


Riguarda insieme a Shai Gilgeous-Alexander tutte le partite dei Thunder per aiutare il compagno a migliorare.


Continua ad aggiungere pezzi a un gioco che è da anni sostanzialmente senza debolezze, trucchi a un repertorio senza pari. E' avvolto, ora più che mai, da una sensazione di intoccabilità. Meritata.

Non ha mai avuto la squadra migliore, Chris Paul. Non ha mai avuto la colpa di non vincere. E' andato vicino a farlo. Avrebbe potuto ottenere di più, a volte. Certamente. Ha vinto partite impossibili e ne ha perse altre più facili. Ma se domani cominciassero i Playoffs NBA, il vecchio Chris vorresti ancora averlo dalla tua parte. Mentre, come Billy Beane, aspetta di vincere l'ultima partita dell'anno, continua a sembrare l'uomo giusto per vincere la partita che sta per iniziare.


Lo troverai lì, al centro del campo, concentrato al punto da sembrare arrabbiato, in effetti arrabbiato, a urlare contro compagni arbitri e avversari. Al comando delle operazioni, sempre. Alla ricerca del controllo, solo contro tutti.


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