• Jacopo Di Francesco

Clippers, è storia. E ora le prime WCF in 50 anni

Una serie che è sempre andata all'opposto di come ci si poteva immaginare, ha visto trionfare LA su Utah in sei gare. Dolore e rimpianto in casa Jazz, con decisioni da prendere.


FOTO: ESPN

Per una volta, no, non c'è scritto Clippers sulla maglia. O forse c'è scritto e ricorda un altro insegnamento, sempre di un avvocato ma un po' più risalente di Federico Buffa, ovvero faber est suae quisque fortunae.


Perché è stato facile per tutti pensare - dopo le notizie relative a Kawhi Leonard - all'etereo che tiene lontani i Velieri dalla gloria, in particolare dal loro traguardo più prestigioso nei 50 anni di storia iniziati col nome di Buffalo Braves.


Ed è stato facile anche collegare questo "cattivo tempismo" dell'infortunio di Leonard con il test positivo al Covid di Chris Paul. Sarebbe davvero tarantiniano, e quindi nulla di nuovo per questa Lega ed in particolare per la Western Conference, vedere l'uomo che ha creato Lob City, e che è ad oggi il più importante Clipper di sempre, scontrarsi con chi era in campo durante la sua pennellata meglio riuscita, e ha preso la missione rossoblù con i gradi della campagna del Canada. Ad oggi, di entrambi non si sa se riusciranno a prendere parte alla serie.



Contro ogni logica, LA our way


Eppure, arriva un momento nello sport in cui si devono mettere da parte tattiche, numeri e storie degli individui, perché semplicemente sembra che stia succedendo qualcosa che gli dèi del basket hanno in programma da tanto tempo, e hanno un loro modo di realizzarlo. Di studiato e di logico, nei Los Angeles Clippers del 2021, c'è - almeno nei momenti decisivi - abbastanza poco:



Rajon Rondo, preso in cambio di un'altra bandiera di quella che fu Lob City - Lou Williams - per i cosiddetti "momenti d'esperienza", fuori dalla rotazione.


Terrence Stanley Mann, fuori anche lui dalla rotazione dopo Gara 2, è stato invece l'eroe assoluto, e Gara 6 verrà ricordata per sempre come la sua partita: 39 punti con 7/10 da tre, nella notte più importante. Non male per un ragazzo di Brooklyn al secondo anno nella Lega (uno l'ha trascorso in G-League), chiamato con la #48 al Draft.



E' stata anche la serie dei due grandi riscatti, quelli di Paul George e Patrick Beverley.


PG ha messo insieme nelle ultime sei partite 28 punti, 10 rimbalzi e 5 assist di media, nonostante le difficoltà nelle prime due e soprattutto considerando l'assenza di Kawhi nelle ultime, dove finalmente sembrava lo stesso giocatore che spaventò i Big Three di Miami in quel dell'Indiana. E siccome l'internet è sempre imbattuto, nel bene e nel male...



Pat Beverley, invece, a detta di Tyronne Lue "ha cambiato la serie".


Di certo la serie è cambiata nel momento di massima difficoltà, quando Lue ha stabilizzato le rotazioni per forza di cose - non avendo più Leonard - e ha trovato risposte concrete da tutti i suoi veterani, continuando con un gioco cagnesco per quanto riguarda la difesa perimetrale e sfinente in attacco per quantità - e va detto, spesso qualità - di tiri dalla distanza.


Si aggiungano le prestazioni mostruose di George in Gara 5 e Mann in Gara 6, e si vince in sei contro la seed #1 senza il tuo miglior giocatore e sotto 2-0. Facile, no?


Si diceva di Beverley. Nello spogliatoio dei Clippers - all'intervallo e sotto di 25, quindi con ogni motivo di iniziare a pensare a Gara 7 - si parlava solo di difesa: 72 subiti nel primo tempo, 47 nel secondo. 11 palle perse causate, da cui 21 punti, contro le 4 (per 2 punti) concesse. La svolta della partita decisiva è tutta qui, ma per farlo contro una squadra top-3 per gestione della palla, serve una difesa èlite. Anche laddove manca il miglior difensore (della squadra, quello dell'anno di grazie 2021 era con gli altri).



La nota stonata


"Non so cosa farò nella prossima settimana. Probabilmente riguarderò le partite, e mi mangeranno da dentro. Questa fa più male dell'anno scorso, e farà male per tanto tempo."

Parole, senza musica, di uno splendido Donovan Mitchell, che ancora una volta ha dimostrato di appartenere a quel ristrettissimo cerchio di atleti che, in post-season, alzano il proprio livello: 32 punti, 6 rimbalzi, 5 assist col 44.8% dal campo e solo 1 palla persa di media nelle 10 partite di Playoffs in cui le ha allacciate quest'anno.


Certo, non è stato lui il problema dei Jazz, anche considerando le eroiche condizioni in cui ha giocato questa Gara 6 - sapremo di più nei prossimi giorni riguardo a questo "leg problem" - ma anche volendo sviscerare tatticamente la questione, bisogna dire cheai ragazzi di Quin Snyder è mancato qualcosa di mentale, senza dubbio. Perché la rimonta subita in Gara 6 (dal +25) è difficile da spiegare fino in fondo; e perché nessuno sa meglio di chi è in campo quanto sia devastante l'impatto di Kawhi - dovresti sempre approfittare della sua assenza, se e quando ti capita in una serie Playoffs.


FOTO: deseret.com

Lo Staples Center in Gara 6 era finalmente pieno - la prima volta da un anno e mezzo - per la partita più importante della storia dei Clippers.

“La spinta del pubblico ci è mancata per tutto l’anno. Tutto l’anno, mentre Dallas e Utah avevano i loro tifosi. E no, non ce l’avremmo fatta stasera senza il loro supporto, credetemi.” (Tyronn Lue nel post-Game 6).

Agevolmente sopra di 22 all'intervallo, il blackout dei Jazz nel secondo tempo, finito 81-47. Niente Gara 7 a Salt Lake City, dunque: la Finale di Conference è dei Clippers.


Auguri allo staff di coach Snyder: capire cosa sia successo nelle teste di tutti, forse con le eccezioni di Royce O'Neale e Bojan Bogdanovic, sarà davvero difficile. 19 palle perse (molte delle quali "vive") ucciderebbero chiunque, e con una fiducia inesistente tirare da tre è diventato un esercizio di stile. E se non riesci a fermare Mann, che ha segnato 20 punti nel solo terzo quarto...


Non hanno aiutato situazioni di questo tipo, per la verità uscite allo scoperto solo con l'estremizzazione tattica dei Clippers in fondo alla serie. Fino a ieri, Utah aveva nascosto questo problema abbastanza bene:



Far vivere l'avversario della scelta su ogni possesso del proprio lungo. Prima dell'avvento di Kevin Durant, ovvero quando ancora giocavano tra gli umani, per ammissione dello stesso Steve Kerr, i Warriors vivevano e morivano con le scelte sui cambi e sui P&R di Draymond Green. Non è nulla di nuovo. E Atlanta ha addirittura optato per un hack-a-Simmons.


Tutto ciò premesso, non può passare in secondo piano che il Defensive Player of the Year diventi una debolezza nei Playoffs.


Ora, per i Jazz, è tempo di decisioni. Se Mike Conley eserciterà la player option, c'è ogni motivo di credere che il core rimarrà intatto, in primo luogo per ragioni meramente finanziarie, fra cui la luxury tax da 75 milioni. E poi, forse è presto per staccare la spina in un progetto in cui, anche in una notte così buia, credono tutti.


L'anno scorso un'eliminazione dal 3-1 contro Denver, quest'anno da 2-0 contro i Clips - che di solito sono loro, dalla parte sbagliata della storia. Poterebbe essere l'ultimo treno, per una squadra che lascia enormi rimpianti anche al più neutrale degli osservatori, per la sua estrema funzionalità in ogni aspetto, senso del dramma, e ovviamente per Mitchell.


Per i Clippers invece la luna di miele è già finita. Domenica si vola a Phoenix per Gara 1, e anche con gli illustri assenti, in Arizona farà molto caldo. C'è voglia di prime volte, anche per i Suns.