• Lorenzo Lecce

Come eravamo: Boston Celtics 2007/08

Il ritorno al titolo di una grande franchigia, rimasta nell'ombra per un ventennio, si rende possibile grazie all'avvento dei Big Three. E grazie a un coach capace di creare una vera e propria famiglia.



«In Africa esiste un concetto noto come Ubuntu, il senso profondo dell'essere umani solo attraverso l'umanità degli altri; se concluderemo qualcosa al mondo sarà grazie al lavoro e alla realizzazione degli altri». (Nelson Mandela)

Cosa c'entra una frase di Nelson Mandela con i Boston Celtics? Tutto.


Ubuntu è il concetto dietro al quale Doc Rivers costruisce i Celtics 2007/08. Come fare a gestire tre superstar che non hanno mai giocato insieme? Come si fa a convincere ognuno dei tre che sia necessario fare un passo indietro e aiutarsi a vicenda? Che l'individualità non basta e che si può vincere solo grazie alla collettività?


Ubuntu, ovvero una regola di vita che esorta a sostenersi e aiutarsi reciprocamente.



Il roster


Grazie alla coesione e al rapporto umano creato all'interno dello spogliatoio, Doc Rivers trasforma una squadra che l'anno prima aveva chiuso con un record di 24-58 in una delle migliori della storia recente dell'NBA.


Gran parte del successo è chiaramente dovuto all'arrivo in Massachusetts di Ray Allen e Kevin Garnett.


La prima trade di Danny Ainge avviene la notte del Draft e porta Allen e la 35esima scelta, corrispondente a Glen "Big Baby" Davis, dai Sonics in maglia bianco-verde, in cambio di Delonte West, Wally Szczerbiak e la quinta scelta assoluta con cui viene selezionato Jeff Green.


Tre giorni dopo i Celtics ottengono Garnett dai Timberwolves in cambio di Al Jefferson, Ryan Gomes, Sebastian Telfair, Gerald Green, Theo Ratliff, cash considerations, la prime scelte di Boston e Minnesota nel Draft 2009 (quest'ultima ottenuta nello scambio Ricky Davis-Wally Szczerbiak del 2006). Questa trade da sette giocatori per uno è il più grande scambio per un singolo giocatore nella storia della NBA.


Oltre a Paul Pierce, dopo le trade, erano rimasti a roster solamente Rajon Rondo, Brian Scalabrine, Kendrick Perkins, Tony Allen e Leon Powe. Con solo otto giocatori in squadra, la priorità a quel punto diventa profondità, e così vengono firmati James Posey, Scot Pollard ed Eddie House.


A metà dicembre arriva il veterano PJ Brown e a marzo, prima della trade deadline, viene messa la ciliegina sulla torta con Sam Cassell.



Come giocavano



Il gioco dei Celtics rispecchia pienamente la filosofia instillata dall'allenatore. In attacco si cerca sempre la soluzione migliore, la squadra ama passarsi la palla e mettere ogni giocatore in una situazione di vantaggio.


Ray Allen viene spesso utilizzato in uscita da doppi blocchi sulla linea di fondo, con un altro blocco a scendere - in pratica, a parte il palleggiatore, tutti cercano di creare spazio per Jesus Shuttlesworth. Allen in questa ricorrente situazione parte sempre da uno dei due angoli e può sfruttare i blocchi per andare in quello opposto; oppure, usarli per liberarsi in guardia o con un taglio verso il centro dell'area.


Kevin Garnett sfrutta la sua fisicità e la sua tecnica per attirare raddoppi e scaricare per i tiratori sul perimetro. Anche perché, senza raddoppio, è pressoché incontenibile: concedergli spazio per proteggere il ferro si traduce automaticamente in un jumper dalla media, che di solito non sbaglia.


Paul Pierce, invece, ama ricevere spalle a canestro al gomito. Succede piuttosto spesso, ed è una zona dalla quale risulta letale in arresto e tiro.


Oltre a ciò, il vero punto di forza della squadra è la difesa, ispirata dall'allora associate HC Tom Thibodeau. Grazie ad alcuni specialisti sulla palla, all'ottima protezione del ferro e a una grande organizzazione, i Celtics concedono pochissimo e si fanno guidare dall'estro di Rondo in transizione.


Il Defensive Rating a fine stagione (98.9) è uno dei migliori nella storia della NBA.



La Regular Season


I C's nonostante i grandi innesti in offseason non sono certo la squadra favorita agli occhi dei bookmaker. Di norma serve almeno un anno di assestamento ad una squadra che rivoluziona così tanto il proprio roster.


La partenza (7-0), invece, lascia intender che la banda di Doc Rivers è competitiva da subito. Il ruolino di marcia è impressionante e bisogna attendere fino al 9 gennaio per assistere alla quarta sconfitta, a fronte di 29 vittorie.


Alla pausa per l'All Star Weekend il record è 41-9 e Boston ha già battuto con agio tutte le dirette avversarie nella Conference. Le tre sconfitte dopo il break rappresenteranno la più lunga (si fa per dire) striscia di sconfitte di tutta la stagione. Da quel momento ne perderanno solo altre quattro.


I Big Three e i loro Celtics terminano la stagione con 66 vittorie, il primo posto in assoluto nella Lega e un Net Rating elevatissimo (+11.2). Kevin Garnett viene nominato Defensive Player of the Year, Danny Ainge è invece l'Executive of the Year.



I Playoffs


Dopo due anni di assenza Boston è di nuovo ai Playoffs. Si inizia contro gli Atlanta Hawks di Mike Bibby, Joe Johnson, Josh Smith e del rookie Al Horford. Il primo turno sulla carta dovrebbe rappresentare una passeggiata per i dominatori dell'Est.


I Celtics partono in controllo e si aggiudicano Gara 1 vincendo di 23 e Gara 2 di 19. La serie sembra già finita dopo le larghe vittorie maturate nelle prime due gare, ma gli Hawks sono un'avversaria da non sottovalutare.


Grazie a una serata di fuoco dalla lunga distanza (10/18 da 3) e ai 60 punti messi a segno dal duo Johnson-Smith, gli Hawks si aggiudicano Gara 3 alla Philips Arena. Nella partita successiva, Johnson ne mette 35 e Smith ne aggiunge 28. Altra vittoria per Atlanta.


Gara 5 a questo punto è fondamentale per il controllo della serie e Boston sa di non poter sbagliare. Torna a difendere per davvero e impartisce una dura lezione agli Hawks: 110-85, con Pierce autore di 22 punti. Ancora una volta la serie sembra chiusa, ma ancora una volta Atlanta non molla un centimetro. Sopra di 3 a 8 secondi dalla fine, Rondo ha la possibilità di pareggiare in G6, ma sbaglia la tripla decisiva.


Gara 7 è una prova di forza dei Celtics. Difensivamente non concedono nulla agli Hawks, che riescono a mandare solo Iso Joe in doppia cifra. Finale 99-65.


A fatica, ma la pratica Hawks è archiviata. Alle semifinali di Conference, quindi, si presenta la finalista dell'anno passato: i Cleveland Cavaliers di LeBron James. Uno dei matchup più attesi di quella post-season.


La prima partita della serie, con un punteggio veramente basso e brutte percentuali al tiro da entrambe le parti, finisce nelle mani dei Celtics: 76-72. LeBron segna solo 12 punti.


Anche in Gara 2 la difesa di Rivers riesce a contenere James e Boston vince 89-73. Ma come nella serie precedente, i Celtics sentono la lontananza dal TD Garden e perdono entrambe le gare alla Quicken Loans Arena di Cleveland.


Il fattore campo continua ad essere rispettato. Si torna a Boston e cambia la musica, con Gara 5 saldamente nelle mani dei Celtics. Poi, di nuovo nell'Ohio e serie in parità: 3-3, per il secondo turno consecutivo.


Si va a Gara 7, dove Paul Pierce e LeBron James mettono in scena un duello epico.



"Il Prescelto" conclude con 45 punti. "The Truth" risponde con 41, non sbagliando quasi mai dalla media e tirando 4/6 dalla lunga distanza - e soprattutto conducendo i suoi alla vittoria, 97-92.


Due turni, 14 partite, ma i Celtics sono alle Eastern Conference Finals. Trovano i Detroit Pistons, che invece hanno superato con pochi problemi Philadelphia e Orlando.


In casa, come di consueto, Boston fa valere il fattore campo in Gara 1. Vince di 11 lunghezze, grazie ad un KG da 26 punti. Sarà la sua serie. In Gara 2, però, arriva la prima sconfitta casalinga dei Playoffs, nonostante i 75 punti combinati dai Big Three. Detroit torna a casa col fattore campo e consapevole che andare a vincere al Palace of Auburn Hills non è un'impresa semplice.


In Gara 3, trascinati ancora da un sontuoso Garnett (22 punti, 13 rimbalzi e 6 assist), i ragazzi di Coach Doc ristabiliscono nuovamente il fattore campo e torneranno al TD Garden per Gara 5 sul 2-2.


Ancora una volta è "the Big Ticket" a guidare la squadra con 33 punti, cui se ne aggiungono 29 di Ray Allen. Il vantaggio per 3-2 nella serie regala ai Celtics due matchpoint per raggiungere le Finals, ma la squadra non ha ancora vinto una Gara 6 in questi Playoffs, ha strappato una sola partita in trasferta e sa che andare ancora una volta a Gara 7, questa volta contro i Pistons, è molto pericoloso.


E' il momento della Verità. Ci pensa Paul Pierce (27 punti, 8/12 dal campo) a chiudere i conti, dopo tre partite non da protagonista. Boston vince 89-81 e torna in Finale per la prima volta dal 1987, quando gli allora Celtics di Larry Bird, Kevin McHale e Danny Ainge persero 4-2 contro i Lakers di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar.


21 anni dopo, si ritrovano in finale Celtics e Lakers.


I Lakers arrivano alle Finals 2008 in gran forma. Dopo aver ottenuto Pau Gasol da Memphis, hanno avuto un record di 29-7 in Regular Season e di 12-3 nei Playoffs.


Gara 1 parte subito sul filo dell'equilibrio, con Boston in svantaggio di cinque lunghezze all'intervallo e tenuta in vita grazie al solito Garnett (16 punti nei primi due quarti). Nel secondo tempo si accendono Pierce e Allen (autori fino a quel momento di 3 e 6 punti), che chiudono rispettivamente con 22 e 19. Vittoria i Celtics.


In Gara 2, oltre al solido contributo dei Big Three, è Leon Powe ad essere in serata di grazia. Con la sua energia riesce a segnare ben 21 punti in appena 14 minuti di utilizzo: è lui l'X factor del secondo atto. Finale 108-102 per i verdi e doppio vantaggio nella serie.


In Gara 3, Kobe Bryant non si riesce ad arginare. Ne mette 36, mentre dall'altro lato Pierce non è in serata (2/14 dal campo, 6 punti). I Lakers vincono 87-81 e accorciano sul 2-1.


In Gara 4 la partenza di Boston è davvero al rallentatore. A metà secondo quarto, la squadra di Rivers è sotto di 24 punti. L'allenatore chiama timeout. Guarda i suoi ragazzi negli occhi. "Quando arriva il momento di affrontare avversità irreali, questo è il momento in cui Ubuntu, giocare collettivamente, arriva per voi. Questa è l'avversità che supereremo e vinceremo".


Dopodiché, accade questo:



E' chiaramente lo spartiacque della serie. Una rimonta come questa lascia il segno nelle menti di tutti i Lakers e li porta sotto 3-1 nella serie. Tre championship point in arrivo per Boston.


Mancano il primo, in Gara 5, ma Gara 6 è una festa per i Celtics. I giallo-viola vengono letteralmente travolti, sotto ogni punto di vista. 131-92 alla sirena finale.


21 anni dopo, la vendetta è compiuta. Boston si aggiudica il tanto agognato Larry O'Brien.


Per Danny Ainge, che allora era in campo da giocatore, si chiude un cerchio, con quel titolo che gli era mancato nel 1987.


Paul Pierce, nativo di LA, trionfa per la prima volta dopo 10 anni da Celtic. Riesce, con due All-Star come Kevin Garnett e Ray Allen (anche loro al primo anello), nell'impresa di trasformare Boston in una squadra da titolo già alla prima stagione.


Infine, celebra il suo primo titolo anche Doc Rivers, cui va prima di tutto il merito di aver costruito in pochi mesi un ambiente vincente. Anche grazie a una filosofia africana, appresa per caso da una signora per strada...


I Boston Celtics 2008 sono un esempio eccezionale di collettività e lavoro di squadra. Ed è grazie a questo che sono di diritto tra le (poche) migliori squadre NBA del nuovo millennio.