• Alberto Dagnino

Cosa ci stiamo perdendo

Un'analisi semiseria di cosa sarebbe potuto succedere nella stagione NBA, se il maledetto virus non avesse costretto alla sospensione.


FOTO: NBA.com

È passato poco più di un mese dall’inizio della quarantena forzata causa Covid-19, al punto che, chi vi scrive, comincia a percepire una sinistra aria di abitudine in tutto ciò, che di abitudinario non ha proprio nulla. Uscire di casa con guanti e mascherina solo ed esclusivamente per andare a fare la spesa; compilare autocertificazioni improbabili per portare viveri ai propri genitori; concepire come passeggiata più lunga quella dalla camera al soggiorno; vedere amici ed amiche solo in coda al supermercato o nelle insopportabili videochiamate.


Tutto questo NON È normale, vale la pena ripeterselo di tanto in tanto.


Aggiungerei: mai dovrebbe esserlo, se come diceva il buon vecchio Aristotele l’uomo è un’animale sociale.

Il tempo libero scaturito giocoforza da questa emergenza è quanto di più fastidioso ci possa essere, perché figlio di una criticità che ha contemporaneamente bloccato la maggior parte delle nostre attività di svago. L’ultima volta che ho controllato, questo era un sito che si occupava di basket NBA e nel caso non ve ne foste accorti: sì, l’NBA è ormai sospesa da tempo. Niente più dirette notturne, niente highlights rubacchiati la mattina durante la colazione prima di andare al lavoro, niente polemiche via Twitter tra i giocatori.

Negli ultimi anni avevo avuto la netta sensazione che la mia passione nei confronti della Lega andasse scemando. Guardare le partite, controllare i risultati, scandagliare il Draft alla ricerca di nuovi talenti, aspettare Finals e All-Star Game come un bambino la mattina di Natale: mi sembrava che tutto fosse diventato un esercizio meccanico, dato esclusivamente dalla mia ventennale abitudine nel farlo. Sono bastati meno di dieci giorni senza tutto questo per capire quanto mi sbagliassi.

In questo momento non è dato sapere se la stagione ripartirà o meno, e se lo farà a che condizioni e con quali modalità di svolgimento. La gravità della situazione, in termini di infezioni e deceduti, non permette di correre il minimo rischio e per quanto possa valere in merito l’opinione di un laureato in lettere, credo sarebbe giusto chiudere qui con la maledetta annata 2019/2020.

La scelta sarebbe particolarmente dolorosa per la NBA, alla quale, rispetto ad altri sport e campionati, mancavano meno di una ventina di gare per concludere la Regular Season. Consci del fatto che non può piovere per sempre, speriamo tutti che le autorità diano il via libera il prima possibile per un ritorno a una simil-normalità, ma con il mio consueto ottimismo voglio preventivamente arrendermi all’idea che ciò non accadrà: quantomeno sarò pronto, psicologicamente.

Nel caso fosse finita qui, quante cose ci siamo persi? Cosa sarebbe potuto succedere dal 12 marzo in poi? Cerchiamo di snocciolarlo di seguito, con leggerezza e fantasia.

GRIZZLIES AI PLAYOFFS

FOTO: NBA.com

Alla riunione di redazione di Around The Game di inizio anno, un esimio collega si lanciò in una predizione: “Quest’anno Memphis va ai Playoffs sicuro”. Stacco di montaggio: risate e grandi colpi di gomito tra i presenti, ritenendo l’affermazione del tutto iperbolica. Ora: tecnicamente, dovesse concludersi qui la stagione, la scommessa l’avremmo vinta comunque noi detrattori, ma resta il fatto che il nostro autore - che resterà anonimo - ci aveva visto giusto.

Nonostante la corsa all’ottavo posto fosse ancora apertissima - entusiasmante la risalita in acqua 4 dei Pelicans - ci piace pensare che alla fine la franchigia del Tennessee avrebbe potuto farcela a resistere alla concorrenza. Il processo di crescita dei Grizzlies quest’anno è stato rapido ed elettrizzante, andato di pari passo con le gesta di Ja Morant - cui sono bastate una manciata di partite per farci capire di avere qualcosa di speciale - e Jaren Jackson. In due sfiorano i 40 anni, sul campo hanno la calma dei veterani e l’entusiasmo dei bambini, una miscela pericolosissima. Oltre al talento dei ragazzini terribili, la crescita di Dillon Brooks e la solidità di Valanciunas e Crowder - prima della trade, il vero segreto del salto di qualità di Memphis quest’anno è l’arrivo di Taylor Jenkins, astro nascente del coaching NBA, già assistente dei Milwaukee Bucks.


“Le sue capacità organizzative sono clamorose. Non penso ci sia nessuno, né a Wall Street, né nel sistema giudiziario o nella sanità al suo livello: figuriamoci nella NBA...” (Mike Budenholzer, head coach dei Bucks)

Sarà anche la Marie Kondo del mondo cestistico, ma la grande dote di Jenkins, il secondo coach più giovane della Lega e l’unico a non aver mai giocato al college, è stata quella di fidarsi e lasciare totale libertà al rookie dell’anno - non ce ne voglia Zion... - dandogli le chiavi del secondo roster più giovane della Lega. L'appuntamento dei Grizzlies con la post season, comunque, è solo rimandato, che sia in questa o nella prossima stagione.

LA FINE DEL RECORD DEGLI SPURS


Fino all’anno scorso, i San Antonio Spurs condividevano con i 76ers - dal 1950 al 1971 - il record NBA di 22 partecipazioni consecutive alla post season, la più lunga striscia aperta nella storia degli sport americani. Un record che sembrava non dovesse mai finire, finché alla guida dei texani ci fosse stato il burbero condottiero di origini balcaniche. Già dalla stagione precedente, segnata dal traumatico addio di Kahwi Leonard, si era evinto che la forza motrice degli Spurs, in grado di rigenerarsi misteriosamente ogni anno, stesse perdendo intensità.

Credo di interpretare un sentimento comune nell’affermare che l’arrivo di Aldridge e DeRozan non abbia particolarmente convinto. Il loro impatto è stato sì discreto, in termini di numeri, ma deficitario per quel che riguarda la leadership, così necessaria dopo la capitolazione dell’era Duncan/Ginobili/Parker.

Altra chiave del crollo verticale degli Spurs nelle ultime due stagioni è la mancata esplosione di Dejounte Murray: il giovane figlio di Seattle aveva illuminato nei primi mesi del 2018, facendo credere ai tifosi neroargento di aver trovato in breve tempo la nuova point guard del futuro. Purtroppo un tremendo infortunio al crociato l’ha messo KO per l’intera stagione scorsa, e il suo rientro a mezzo servizio ha smorzato decisamente gli entusiasmi - con tutte le attenuanti del caso.

Difficile intravedere un futuro prossimamente roseo per gli Spurs, dato anche il grande numero di franchigie giovani e affamate che affollano la Western Conference.

Ma se c’è una cosa che abbiamo tutti imparato negli ultimi vent’anni è non sottovalutare mai il disegno di Popovich e RC Buford.

LEBRON MVP DELLA STAGIONE


FOTO: NBA.com

L’attribuzione del Maurice Podoloff Trophy è in assoluto il momento che suscita il maggior numero di polemiche: “Eh, ma Tizio ha segnato di più”, “Eh, ma Caio è più decisivo”, “Sì, ma Sempronio difende anche...” eccetera eccetera. Tutti sono intitolati ad avere la propria opinione e tutte le opinioni hanno pari nobiltà: ma onestamente, chi più di LeBron avrebbe meritato il premio di MVP quest’anno? La locuzione è fondamentale. C’è chi lo avrebbe meritato tanto quanto il Re - penso soprattutto a Giannis, che sarebbe andato per uno storico back-to-back; penso a Leonard, che a tratti sembra davvero inarrestabile in attacco e in difesa; penso ai numeri, folli per la nostra era, di Harden - ma credo si possa tranquillamente dire che tout court nessuno è andato oltre le prestazioni del 23 durante la sessantina di gare disputate nel 2019/2020.

25.7 punti, sfiorando il 50% dal campo, 10.6 assist - primo nella Lega - e 7.9 rimbalzi a uscita: numeri pazzeschi che non sono neanche il motivo principale per cui credo il Prescelto meritasse il riconoscimento.

Il recupero dall’infortunio all’inguine e l’approdo di Anthony Davis in maglia gialloviola erano variabili tutt’altro che banali da considerare. Invece, fin dalla prima palla a due, LeBron ha dimostrato di avere tutto perfettamente sotto controllo. L’ingresso di Ciglione negli ingranaggi della squadra è stato favorito a meraviglia dalla capacità di James di fare un passo indietro a livello realizzativo, spingendolo a esplorare ulteriormente il lato da point guard pura del suo Gioco. Una dimensione che non avevamo mai visto così spiccata e così ad alto livello nella sua ormai quasi ventennale carriera. Quando sembrava impossibile, LeBron è riuscito a compiere un ulteriore salto di qualità, all’alba dei 35 anni, trascinando con sé tutti i compagni e trasformando i Lakers da un’accozzaglia di figurine, messe insieme in un’estate, a una vera e propria squadra in pochissimo tempo.

Una squadra che aveva tutte le carte in regola per portarlo all’anello già quest’anno.

I PLAYOFFS DELLA EASTERN CONFERENCE



Dalla fine dell’era Bulls negli anni ’90, la Western Conference è sempre stata un epicentro di attrazione maggiore per i tifosi NBA, rispetto alla costa Atlantica. Al di là di chi finisse per vincere l’Anello, a Ovest da anni ci sono più squadre competitive, più progetti a lungo termine e più giocatori di talento: tenendo conto delle eccezioni, la tendenza resta innegabile. Anche quest’anno è difficile non vedere la netta superiorità di appeal della costa Pacifica, tra le squadre di LA, Denver e Utah sempre più credibili, le sorprese OKC e Dallas e la coppia più chiacchierata in quel di Houston.

Sarà che sono stato educato al bastian contrarirsmo fin dalla tenera età, ma proprio quest’anno ho avuto un interesse maggiore per ciò che avveniva sulle rive dell’Oceano Atlantico, provando grande curiosità per le sorti della stagione di diverse franchigie.

Tralasciando le ultime due del ranking, i Magic e i Nets da work in progress, le prime sei squadre per record sono tutte molto interessanti, ognuna per ragioni diverse. Vederle lottare in post season sarebbe stato intrigante e, a mio modo di vedere, dall’esito tutt’altro che scontato.

A tirare il gruppo ci sono sicuramente i Bucks, i più seri candidati alle Finals: Giannis confermatosi a livelli apicali, Middleton e Bledsoe molto solidi, un supporting cast rinforzato e pronto a contribuire in attacco e in difesa, tra Korver, Matthews, Hill e gli altri. Con un anno in più di esperienza, gli uomini di Budenholzer avevano tutto quello che serviva per tentare l’arrembaggio al capitolo finale e, perché no, qualcosa di più.


Molti tifosi già pregustavano una prima serie di Playoffs tra Boston e Philadelphia. Entrambe vittime di alcuni alti e bassi, restano comunque due franchigie con moltissimo talento nel loro roster, quindi particolarmente imprevedibili in post season.



Da una parte Tatum ha lanciato un segnale importante alla Lega, dimostrando di non essere più solo un elegante e talentuoso prospetto, ma una superstar pronta a prendersi il palcoscenico: veniva da un mese di febbraio da fantascienza, e Dio solo sa cosa avrebbe potuto dare nel prosieguo della stagione. Dall’altra parte, i 76ers hanno uno dei quintetti più temibili di tutta Eastern Conference, con l’unica pecca forse di non essere all’altezza di altre contender dal sesto uomo in poi. Ma nella zona calda della stagione, con le rotazioni che si stringono, chi può dire cosa avrebbero combinato Embiid e compagni?

Oltre a Indiana, che grazie all’esplosione di Sabonis Jr è rimasta, eccome, in linea di galleggiamento anche in contumacia Oladipo, le due grandi sorprese della stagione, almeno ai miei occhi, sono state Miami e Toronto. I campioni in carica, orfani di Kahwi, sono ripartiti come se nulla fosse, con un roster invariato che al 12 marzo contava 46 vinte e 18 perse, in linea col record della gloriosa stagione precedente. Siakam si è impossessato del ruolo di franchise player col suo carisma gentile, ma la vera forza dei Raptors è il collettivo: tanti punti nelle mani di ognuno, tanta corsa e la miglior difesa della Eastern Conference.

Ultimi ma, lo ammetto, forse i primi nel mio cuore quest’anno sono i Miami Heat.

I ragazzi di Spoestra venivano da una deludente stagione senza Playoffs, chiusasi col commiato a uno dei suoi uomini simbolo, Dwyane Wade: le premesse per un futuro fatto di lenta ricostruzione e anni di delusioni c’erano tutte. Invece dal rientro delle vacanze estive hanno dimostrato di non aver sbagliato praticamente nulla, partendo dalla trade che ha portato Jimmy Butler in Florida. Da allora si sono ritrovati in casa il giocatore più migliorato della Lega in Bam Adebayo, un tiratore mostruoso come Duncan Robinson e uno altrettanto devastante, e con la cazzimma giusta, come Tyler Herro, scelto al Draft.

Con loro un rigenerato Goran Dragic e la storia più bella del 2019/2020: Kendrick Nunn, undrafted, scelto dopo una buona stagione in D-League con i Santa Cruz Warriors e una preseason strepitosa che ha convinto Spoestra a dargli un posto in quintetto.

Poco prima della sospensione erano arrivate le aggiunte importanti di Iguodala, Crowder e Solomon Hill (riuscendo anche a liberarsi del problema Dion Waiters), segno della volontà di Pat Riley giocarsi delle chance di Finale già quest’anno. Perché quest’anno, ai Playoffs della Eastern Conference, poteva succedere davvero di tutto.

GARA 7 LAKERS VS CLIPPERS WESTERN CONFERENCE FINALS



Il 26 gennaio, tra le colline di Calabasas, ci lasciava Kobe Bryant, come se i drammi e i traumi in questo 2020 non fossero bastati...

Se c’è un luogo sulla faccia della terra che più di ogni altro ha subito il contraccolpo di questa immane tragedia è stata proprio Los Angeles, dove il Mamba era da decenni venerato come Maradona a Napoli o Federer in Svizzera.

Città degli Angeli che quest’anno era tornata sotto i riflettori di tutto il mondo cestistico: per la prima volta nella storia, sia Lakers che Clippers sono diventate contemporaneamente le due favorite al titolo NBA.

Tra estate 2018 e 2019, prendendo in prestito un termine calcistico, le due franchigie sono diventate le regine del mercato: lo sbarco di LeBron da una parte, il tira e molla con Davis, il dubbio su quale sponda avrebbe scelto Kahwi, l’arrivo a sorpresa di Paul George...

Due roster costruiti con nomi altisonanti e veterani di spessore: sembrava davvero tutto apparecchiato per un epico showdown al penultimo capitolo dei Playoffs.

Nella fetta di stagione che ci è stato permesso vedere, le due squadre hanno fatto in tempo a incontrarsi tre volte: se all’opening night e a Natale avevano prevalso i Clippers, l’ultima sfida, andata in scena mentre in Italia veniva promulgato il primo decreto restrittivo, era andata ai Lakers.

Tutte e tre le sfide sono rimaste abbastanza in equilibrio, il che lasciava presagire che nel momento caldo della stagione, entrambe si sarebbero fatte trovare pronte per una battaglia all’ultimo sangue.

Tra me e me penso che una Gara 7 fosse già scritta nel destino.

Me la sono visualizzata così: delle prime quattro, due decise con pochi punti di scarto - magari anche un overtime - e due vinte con ampio margine, una per parte, per poi giocarsela di nervi nelle ultime tre. Impossibile, senza aver visto il percorso di entrambe, predire chi avrebbe potuto accedere alle Finals. Ma se questa stagione dovesse non essere recuperata mai, nessuno mi toglierà dalla testa il pensiero di quello spareggio decisivo. L’inno nazionale, un pensiero a Kobe, la palla a due carica di emozione: LeBron e Davis che giganteggiano, Leonard e George pronti a rispondere colpo su colpo. Un’intensità che affatica anche lo spettatore, la tensione e le difese che sporcano le percentuali. Qualche coup de théâtre di Patrick Beverley, che applaude in difesa sul Re. L’exploit di qualche uomo a sorpresa, pronto a rompere l’equilibrio: Harrell o Shamet da una parte, Bradley e Green dall’altra.

Vedere Lou Williams salire in cattedra nell’ultimo quarto, leggere l’ultima pagina della favola Caruso. La sirena finale.

Vaccino, ti prego, fai presto.




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