• Nicola Ripari

Cosa possono imparare i media da Kyrie Irving?

Se i media vogliono che i giocatori si comportino meglio, anche loro stessi dovrebbero iniziare a farlo.



Questo articolo, scritto da Martenzie Johnson per The Undefeated e tradotto in italiano da Nicola Ripari per Around the Game, è stato pubblicato in data 11 dicembre 2020.



Nessuno può essere incolpato di reagire al più recente ciclo di notizie legate a Kyrie Irving con un sospirato: “Non capisce proprio...”


Kyrie Irving e i Brooklyn Nets sono stati entrambi multati dalla NBA con un’ammenda di 25mila dollari in seguito al rifiuto della guardia di parlare con i media, a partire dal primo dicembre, giorno inaugurale dei training camp.


Tre giorni dopo, Irving ha rilasciato una dichiarazione che suonava così:

“Invece di parlare oggi con i media, rilascio questo comunicato per essere sicuro che il mio messaggio venga trasmesso correttamente. Mi impegno a presentarmi a lavoro tutti i giorni, a essere pronto a divertirmi, a competere, a rendere al massimo livello, a vincere campionati insieme ai miei compagni e colleghi dei Nets. In questa stagione il mio obiettivo è quello di lasciar parlare per me il mio lavoro dentro e fuori dal campo”.

Irving, facendo il contrario di quello che si è promesso, venerdì ha postato sui social una apparente reazione alla multa:

“Prego affinché i soldi della multa vengano utilizzati per le comunità bisognose, soprattutto considerando le condizioni in cui versa il mondo. Io sono qui per la Pace, l’Amore e la Grandezza. Quindi smettete di distrarre me e la mia squadra, e apprezzate l’Arte. Noi qui siamo diversi. Non parlo con delle Pedine. Non meritano la mia attenzione”.

Oh. Ci risiamo, fratello.


La via di uscita più semplice per tutti - media e fan NBA - sarebbe quella di etichettare la cosa come Kyrie che fa Kyrie, ignorando la sostanza di quello che la 28enne guardia dei Nets ha detto, per criticare ulteriormente, o addirittura deridere, il suo ego tronfio e il suo ancora più gonfio pacifismo.


(Irving ha citato anche Malcolm X nel suo messaggio di venerdì.)


Irving ha ripetutamente compromesso la sua reputazione durante gli anni, soprattutto a causa dei rapporti tumultuosi che ha avuto con i suoi compagni sia a Cleveland sia a Boston, e per alcune bizzarre uscite pubbliche, prime fra tutte quelle legate al terrapiattismo.


Tuttavia, come spesso accade, la situazione legata a Irving è più complessa.


FOTO: NBA.com

Da una parte, Irving ha un obbligo nei confronti dei media. Non che si debba tirare in ballo lo schiavismo, ma la Lega ha un accordo da 24 miliardi di dollari con ESPN, Turner Sports per trasmettere le partite; e ha delle linee guida che richiedono ai giocatori di parlare ai media dopo le partite e gli allenamenti.


Kyrie è perfettamente conscio di questo, giacché è vice presidente della National Basketball Players Association. Irving, quindi, potrà anche essere annoiato dai reporter, e dalle loro domande. Ma il minimo che possa fare - veramente il minimo sindacale - è rispondere per 5 minuti. (Per i non addetti ai lavori, le sessioni di domande dei reporter durano quel lasso di tempo.)


Irving fa braccio di ferro con i giornalisti, non rispondendo alle loro domande.


Ma provate a immaginare se Kyrie non avesse parlato con i media in occasione del season opener della scorsa stagione, quando si è reso protagonista di una prestazione da 50 punti, nell’anniversario della scomparsa di suo nonno. Quel momento, molto significativo per la sua carriera, avrebbe perso un po’ del suo lustro, senza la sua collaborazione.


Per non parlare del fatto che, così facendo, Irving potrebbe dare il cattivo esempio ad altri giocatori che potrebbero decidere, a loro volta, di smettere di comunicare con i media. Collaborare con i media significa ottenere dichiarazioni come quella di Lillard: “l’anno scorso Paul George è stato spedito a casa da me”; oppure LeBron James che chiede un po’ di “dannato rispetto”.


Un minor accesso ai media non è ideale per nessuno.


Allo stesso tempo, i membri che compongono i media, incluso me stesso, avrebbero bisogno di guardarsi allo specchio e fare un esame di coscienza. Irving non ha deciso di etichettarci come “pedine” per caso.


Prima dell’avvento dei social media e dei canali mediatici sostenuti dai giocatori, i giornalisti detenevano il monopolio sulla copertura degli atleti. Quando si voleva conoscere qualcosa circa il proprio atleta preferito o riguardo la propria squadra, o viceversa quando gli atleti stessi volevano chiarire qualcosa, il punto di riferimento era il reporter locale.


Gli editorialisti dei quotidiani, un tempo, erano considerati le persone più influenti all’interno del mondo sportivo, perché erano in grado di indirizzare le opinioni su giocatori e coach.


Tuttavia, durante gli ultimi dieci anni - in particolare, da quando LeBron James ha deciso di dichiarare, in diretta TV, la sua scelta di andare ai Miami Heat - le cose sono cambiate.


FOTO: NBA.com

Dove, una volta, c’erano il reporter locale e nazionale o qualche blogger, ora ci sono UNINTERRUPTED, la piattaforma di Lebron, Thirty Five Ventures di Kevin Durant e Players' Tribune di Derek Jeter, che nel 2016 ha avuto l’esclusiva della notizia sulla scelta di Durant di firmare per i Warriors.


In più, ci sono tutti gli account social degli atleti.


I giocatori si sono resi conto che non hanno più bisogno dei giornalisti. Si può, per caso, farne loro una colpa? Molti di noi hanno spesso abusato del potere che avevamo in qualità di dispensatori di notizie. Abbiamo etichettato Durant come “Mr. Inaffidibile”. Abbiamo trasformato James in un cattivo solo perché aveva deciso di non voler giocare più per i Cavaliers di Dan Gilbert. Abbiamo insultato Irving in tutti i modi possibili per aver messo in discussione la circonferenza della terra.


I trolls su internet e i tifosi nelle arene hanno fatto esattamente la stessa cosa. Ma noi appartenenti ai media, dovremmo essere diversi. La linea che separa la critica dalla cattiveria è stata oltrepassata di molto, da molto tempo. E queste sono le conseguenze.


Sarebbe facile ignorare le dichiarazioni di Irving, solo perché lui è il messaggero sbagliato. Noi - società intera, non solo media – abbiamo fatto proprio così durante l’estate, quando Kyrie ha protestato pubblicamente contro la ripresa della Lega nel mezzo della pandemia da Covid-19 e dei tumulti sociali seguiti all’assassinio di George Floyd.


Solo perché Irving, così come milioni di altre persone negli Stati Uniti, in passato non ha parlato di questioni razziali e di disuguaglianze, la sua opinione sul fatto che la NBA costituisse un distrazione in un momento così delicato è stata coperta di ridicolo.


Parliamo di un Uomo di Colore che pratica uno sport dominato dalla presenza di Persone di Colore ma seguito da una stampa a dominanza bianca, che minimizza la sua dedizione alla giustizia sociale. Non dovrebbe suonare come una sorpresa per il corpo di stampa bianco, che questo Uomo di Colore non voglia più parlare con loro.


Se i media (reporter, giornalisti, scrittori, blogger, podcaster, analisti, opinionisti) vogliono che i giocatori si comportino meglio, anche loro stessi dovrebbero iniziare a farlo. Se questo non accadrà, non sarà più questione di essere "pedine" su una scacchiera.


Il problema sarà che rimarremo gli unici a giocare.