• Claudio Biolchini

Cosa resterà a San Antonio della Dinastia Spurs?

Per San Antonio è arrivato, dopo tanto tempo, il momento di voltare pagina. Ripartendo dalla cultura vincente costruita nelle ultime due decadi.


FOTO: NBA.com

Dopo 22 anni di apparizioni consecutive ai Playoffs - record ogni epoca per lo discipline sportive professionistiche USA - i San Antonio Spurs quest'anno non si qualificheranno. Una remota possibilità, in realtà, ancora sussiste, ma il dover recuperare su più franchigie (Sacramento, New Orleans, Portland e Memphis) e, soprattutto, un gruppo ormai scarico, spinge i nero-argento a pensare alla ricostruzione.


Cosa ha caratterizzato questo lungo ciclo? Quale sarà il futuro a breve termine? Quale eredità lasceranno tutti questi successi?


Le due stelle della squadra LaMarcus Aldridge e DeMar DeRozan sono degli All-Star, ma non sono stati abbastanza per trascinare la squadra. I loro limiti difensivi e l'incapacità di estendere il raggio di tiro oltre la linea da tre punti ha fatto in modo che l'evoluzione del gioco li superasse. Non più giovanissimi, non dovrebbero rientrare in un progetto di rebuilding.


DeRozan secondo molti non ha particolare entusiasmo all'idea di rimanere in Texas. Il suo arrivo è stato... il meglio che San Antonio è riuscita a ottenere dopo lo strappo con Kawhi Leonard. E il numero 10 sta vedendo sfilare via la sua carriera in un gruppo che non ha chances a breve termine di alto livello. In più, tra l'altro, ha visto trionfare nel 2019 i "suoi" Raptors, dopo tanti anni di militanza.


FOTO: CBSSPORTS.com

Tuttavia la sua "infelicità" potrebbe essere lavata via con i soldi. Possiede infatti una Player Option per la prossima stagione da oltre 27 milioni di dollari. Un'enormità, considerando che la Lega subirà un abbassamento del Salary Cap per la crisi Covid-19, e di conseguenza degli introiti per i giocatori.


Potesse scegliere il front office, lo lascerebbero andare via volentieri. Sia chiaro, DeRozan è stato produttivo, e il sistema Spurs gli ha regalato le sue due migliori stagioni per media assist in carriera; però la squadra senza di lui in campo è migliore: +4.4 punti di Net Rating quest'anno, +5.1 nel 2018/19, e addirittura +23.1 nella serie Playoffs persa 4-3 contro i Nuggets. Sono però i suoi limiti difensivi, evidenti, a sbiadire la sua produzione offensiva.


Vedremo se l'ex USC avrà il coraggio di rinunciare a tanti soldi per cambiare maglia appena possibile.


FOTO: NBA.com

Aldridge, al suo arrivo nel 2015, era uno dei migliori lunghi della NBA. Il suo rapporto con coach Gregg Popovich è stato altalenante, ma ha comunque firmato un'estensione biennale da 50 milioni che scadrà a luglio 2021. L'eta avanzata (34 anni) e un robusto trade kicker del 15% - a cui comunque lo stesso Aldridge può rinunciare - lo rendono difficilmente scambiabile (anche se ha fatto notizia, qualche mese fa, un suo apprezzamento a un tweet di Damian Lillard che lo rivorrebbe come compagno a Portland).


Dalla gestione di questi due contratti dipenderà la velocità del rebuilding di San Antonio, che punterà su Derrick White, Lonnie Walker, Bryn Forbes e soprattutto Dejounte Murray. Nessuno di questi ha prospettive da superstar, ma sono tutti giovani e adatti a un cambiamento anche nella filosofia di gioco.


L'eredità della Legacy


Certo, serve anche fortuna per avere un periodo lungo di prosperità come quello degli Spurs; serve, ad esempio, possedere la prima scelta proprio quando c'è da prendere Tim Duncan - ma tutto questo non è stato ottenuto con la sola casualità, anzi.


I successi raccontano la "culture" Spurs, comandata in maniera militare da Gregg Popovich, uno dei migliori allenatori di sempre. Il collettivo è sempre venuto prima dell'ego, il coaching staff è sempre stato di livello assoluto, così come le capacità e l'ampiezza di reclutamento.


Isole Vergini, Francia, Italia, Spagna, Australia, Brasile, Argentina, Turchia, Serbia, Slovenia, Canada, Lettonia e Austria: questi i Paesi rappresentati dalla franchigia texana, pioniera nel reclutamento massiccio di giocatori "international".


Non è un caso se tantissimi allenatori o dirigenti, a bottega da Coach Pop, sono stati assunti da altre franchgie:


Chi raccoglierà il testimone se il 71enne Popovich dovesse lasciare?


I principali insider indicano Becky Hammon come principale candidata, con Tim Duncan sullo sfondo.


L'ex giocatrice giramondo - vista anche in Italia a Rovereto - ha 15 anni alle spalle come professionista di alto livello, grazie al suo tiro e alla qualità dei passaggi, uniti a un eccellente basketball IQ. Ha già vinto una Summer League dalla panchina, guadagnandosi il rispetto dei giocatori,e viene paragonata a Steve Kerr, come background da atleta e modo flessibile di rapportarsi con la squadra.


Proprio la flessibilità tecnica è stata una caratteristica principale di San Antonio. Dai primi anni delle Twin Towers, con Tim Duncan e David Robinson, si è pian piano arrivati al basket moderno, dove le parole come "spacing", "corner three" o "relocation three" sono pane quotidiano. Si è sempre scelta la soluzione migliore in base ai giocatori disponibili, senza dogmi.


Grandi dirigenti come R.C. Buford e uno staff tecnico con assistenti come Chip Engelland hanno permesso all'organizzazione di poter sfruttare scelte al draft di basso livello, permettendo ai giocatori di svilupparsi al massimo delle proprie potenzialità in un ambiente vincente.


Certo, immaginare i San Antonio Spurs di nuovo alle Finals è molto difficile nel breve periodo. Però nelle ultime due decadi si sono gettate le basi per essere una grande realtà sul lungo periodo pur operando in uno small market. Qualcosa di unico in NBA, e non solo.


Vincere aiuta a vincere, e nessuno lo ha fatto così tanto come i nero-argento in questo millennio.




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