• Mauro Oltolina

Covid-19: a Great Depression?

Una piccola panoramica dell'impatto economico del Coronavirus sulla NBA, lega sportiva professionistica unica per fatturati a livello globale, e delle soluzioni in cantiere per la ripartenza in prospettiva della stagione 2020-2021.



Con il dilagare della pandemia di Covid-19, la tematica “perdite” ha rappresentato una spina nel fianco più o meno emorragica per numerosissime realtà economiche in giro per il globo. Ivi comprese leghe sportive globalizzate come la NBA.

La National Basketball Association nell’ultimo decennio ha visto uno sviluppo imponente in materia di fatturato, arrivando nel febbraio 2020 (quindi a ridosso dell’inizio della piaga) a sfiorare una crescita del valore medio delle 30 squadre del 14% circa rispetto all'anno precedente, raggiungendo un valore medio per franchigia di circa 2.1 miliardi di dollari – valore pressochè sestuplicato tra il 2010 e il 2020.

Nel 2019 non è cresciuto soltanto il valore per singola squadra, ma anche i ricavi.

I ricavi complessivi delle 30 franchigie nella stagione 2018-2019 si sono attestati a 8.3 miliardi di dollari (+9.5% rispetto agli $8 miliardi dell’anno precedente), con una media di 292 milioni a squadra, secondo Forbes.

Questo è stato frutto di un’oculatissima strategia di valorizzazione dei propri assets.

Patrimonio costituito in primis da superstar di fortissima notorietà globale, capaci di valorizzare sia le proprie franchigie come realtà sportive e come brand sia il marchio NBA ad esse connesse attraverso diverse declinazioni: biglietti, diritti televisivi in patria e non (ivi compreso NBA League Pass, prima piattaforma telematica in circolazione dedicata esclusivamente allo streaming di una singola lega sportiva professionistica), merchandising, eventi speciali legati alla stagione e non, videogames venduti in tutto il mondo, collaborazioni con interessi nel sociale o nell’ambiente a scopo benefico capaci di fungere comunque da vettori amplificatori di visibiltà,...

Una Lega sempre più globale e metamorfica, capace di rendersi appetibile ad ogni tipo di sponsorizzazione tecnica e non. Alcuni - pochissimi - esempi sono:


  • Nike, che dal 2017-18 è sponsor tecnico della Lega con un contratto di 8 anni da circa 1 miliardo di dollari complessivo (e che dalla prossima stagione lascerà spazio sulle canotte al brand satellite Jordan);

  • Stance, affermato marchio di streetwear californiano specializzato in calzini, fornitore ufficiale di calze da gioco dalla stagione 2015-2016 e dall'inzio dell'epidemia anche di mascherine;

  • Beats by Dre (di proprietà Apple), fornitore ufficiale dei dispositivi audio utilizzati dagli arbitri durante le replay reviews nonché sponsor di atleti come LeBron James, Kevin Durant, Ben Simmons e Karl-Anthony Towns;

  • Tissot, dal 2016-2017 sponsor ufficiale del cronometro di gara per un valore di circa 200 milioni di dollari in 6 anni.


Foto: thesource.com

A questi si aggiungano varie partnership per singola squadra, di recente ammesse anche sulle canotte di gioco - prima completamente pulite da qualsiasi tipo di sponsor – capaci di intitolare a proprio nome addirittura le arene: AT&T, Staples, Fed-Ex, Chase, Fitbit, solo per citarne alcune.

Questo enorme volume d’affari è stato nell’ultimo decennio amplificato in maniera straordinaria dall’espansione in nuovi mercati molto appetibili come quello europeo (non sono un caso la versione Eu del famosissimo NBA Store con sede in Inghilterra, nonché l’apertura dell’unico Store fisico del vecchio continente in pieno centro a Milano) e soprattutto asiatico, capace di regalare alla Lega un fatturato, sempre secondo Forbes, arrivato a sfiorare i 4 miliardi di dollari nel solo 2018.

Soldi che ovviamente hanno avuto nel corso degli anni un impatto anche sul salary cap delle franchigie, cresciuto di pari passo con i ricavi della Lega e fissato a 109.1 milioni di dollari per il 2019-2020. Il che, tradotto in termini pratici, significa maggiore disponibilità economica da mettere sul piatto per la formazione dei roster, con contratti più ricchi grazie ai quali accaparrarsi i favori tecnici delle varie superstar.

Al netto di questo molto superficiale tentativo di sviscerare una questione infinitesimamente sfumata, chiedersi che impatto abbia avuto il Covid-19 su una macchina economica così oliata e produttiva è da una parte senz’altro immorale – considerata la gravità sanitaria globale e le vite devastate dalla pandemia – ma dall’altra, seppur in minima parte, una “curiosità” lecita.

Adrian Wojnarowski e Zach Lowe hanno di recente pubblicato per conto di ESPN un breve resoconto sull’impatto economico della Pandemia ai danni della Lega.

Secondo la loro ricostruzione, la NBA avrebbe subìto una perdita dei ricavi di circa 10% rispetto agli 8.3 miliardi del 2019-20, inclusi:

Foto: cbs58.com
  • $800M di perdite dall’indotto fornito dai biglietti;

  • $400M di perdite nel campo delle sponsorizzazioni e del merchandising;

  • $200M di perdite registrate come “impatto negativo netto” a seguito dell’interruzione momentanea dei rapporti con la Cina per il famoso affaire Daryl Morey, reo dei Tweet a favore dei manifestanti di Hong Kong che han spinto Pechino ad imporre in patria un vero e proprio veto nei confronti del brand con successive scuse contrite da parte di Adam Silver e compagnia. Sì, pecunia non olet.


In tutto questo la bolla di Orlando ha avuto un impatto-salvagente di vitale importanza: l’”oasi” di Disneyland ha infatti permesso alla Lega di recuperare 1.5 miliardi di entrate altrimenti persi in caso di definitivo stop della stagione.

Le spese per l’allestimento della NBA Bubble sono invece ammontate a $190M, 10 milioni in più rispetto alle stime iniziali.

Se il bilancio della stagione 2019-2020 è stato negativo, la prospettiva di una stagione 2020-21 senza il pubblico e gli indotti derivanti dai biglietti è stata descritta addirittura come “tombale”, con una perdita in proiezione del 40% sugli introiti totali (Woj&Lowe hanno parlato di circa 4 miliardi di dollari complessivi).

A tener banco in una situazione così delicata v’è anche il rinnovo del contratto collettivo tra NBA e NBPA, con la ridefinizione del Salary Cap e della Luxury Tax (fissata quest'anno a 132.9 milioni). Alla prima voce, se a Gennaio Woj proiettava un incremento del Cap addirittura a 115 milioni di dollari (con adeguamento della Luxury Tax a 139M), ora ESPN riporta un crollo a circa $90M. Questione che può complicare e non di poco le negoziazioni tra Lega e giocatori.

Questo comporterebbe come ovvia conseguenza per praticamente tutte le franchigie un pericoloso avvicinamento allo spauracchio Luxury Tax, garantendo un esiguo margine di manovra durante la free-agency.

Per ovviare alla cosa, NBA e NBPA avrebbero escogitato una strategia per mantenere artificialmente il Salary Cap fisso ai suddetti 109 milioni di dollari.

La soluzione proposta sarebbe quella di cambiare la formula “escrow” per il 2020/21. Allo stato attuale, ogni giocatore deposita in garanzia il 10% del suo Base Salary in un escrow account, un fondo che si assicura che, alla fine di ogni anno, Lega e giocatori ottengano la giusta quota del totale del BRI (Basketball Related Income) per l’anno precedente.

Se il BRI diminuirà, il piano concordato prevederebbe di mettere una maggiore percentuale del salario di ogni giocatore nell’escrow; se alla fine della stagione i salari complessivi dei giocatori per franchigia dovessero superare del 50% le quote di stipendio legate strettamente alla sola attività sportiva, una parte o addirittura la totalità del fondo precedentemente raccolto andrebbe a essere riversato direttamente nelle casse delle franchigie. Abbiamo in precedenza approfondito la questione qui.

Chiaro è che in linea teorica questa soluzione permetterebbe di mantenere il cap sulla linea di galleggiamento, ma potrebbe comportare delle frizioni nelle negoziazioni tra Lega e Sindacato, che vuole escogitare oculatamente una soluzione il più equa possibile per il collettivo giocatori; il che potrebbe anche vertere sullo spalmare la suddetta percentuale su più anni per salvaguardare gli interessi dei giocatori con contratti meno ricchi.


Le previsioni economiche per la prossima stagione sono legate anche alle modalità di ripresa della stessa, coniugate nel famoso trittico “dove-come-quando”.

Nelle ultime ore Adam Silver avrebbe ventilato un abbozzo di schedule che prevederebbe:

  • Draft: 18 novembre 2020;

  • Free-agency: 20-21 novembre 2020;

  • Training Camp: 1 dicembre 2020;

  • Inizio Regular Season: 22 dicembre 2020.

La RS sarebbe composita di 72 partite accompagnate successivamente dalla già vincente formula del play-in tournament per i Playoffs. Garantendo la conclusione della stagione anche in tempi utili per i giochi olimpici di Tokyo 2021.

Foto: celticswire.usatoday.com

Yahoo! Sports, invece, ha parlato di un scarso entusiasmo “da parte di una consistente rappresentanza di giocatori e alcune star” per questa formula, con una controproposta incentrata su di una opening night fissata nel simbolico Martin Luther King Jr. Day (18 gennaio 2021), con inizio di free-agency in corrispondenza del 1 dicembre 2020.

Quasi a supportare indirettamente questa idea, Danny Green ha più o meno volontariamente chiamato in causa LeBron James, affermando che non sarebbe sorpreso se il Re decidesse di non scendere in campo per il primo mese di RS, allungando la propria offseason in ottica di un miglior riposo, viste le 10ime Finals in 17 anni di carriera ancora fresche a gravare sulle sue pur bioniche articolazioni. Pensiero evidentemente condiviso da molti altri veterani anche fuori da LA, interessati alla propria integrità fisica e mentale prima ancora che del circus.

Sulla durata della FA ancora nessuna indicazione, cosa che contribuisce a creare un clima di incertezza generale, specie con una superstar come Giannis Antetokounmpo al centro gravitazionale del mercato.

Sulle circostanze pratiche regna altrettanta incertezza.

Gli interessi sono ovviamente divisi tra necessità di garantire la salute di giocatori e tifosi e introiti, fattori che potrebbero convivere con estrema difficoltà.

La Lega dal canto suo vorrebbe fare uscire al più presto un calendario, che sia però il più flessibile possibile, garantendosi così un paracadute per le tempistiche organizzative su eventuali rinvii causati da nuovi picchi di contagi.

Foto: indystar.com

Silver sarebbe disposto a rinunciare all’All-Star Weekend di febbraio 2021 in scena a Indianapolis, garantendo un break di almeno due settimane ai giocatori per riposare visti i verosimili impegni ravvicinati derivanti da una stagione ultra-condensata.


Scelta fatta certamente a profondo malincuore, essendo da sempre l’All-Star Game un evento importantissimo sul piano economico per il brand.

L’esperienza vincente della Bubble potrebbe essere replicata su larga scala, disseminando delle "mini-bolle" in varie aree prescelte della Nazione che garantirebbero ad un certo numero di squadre di disputare partite calendarizzate all’interno della stessa conference, per ridurre al minimo gli spostamenti e così le potenziali occasioni di contagio. Il tutto con la speranza – molto probabilmente vana – di poter riaccogliere il pubblico al più presto nelle arene.

Bisognerà valutare se i giocatori saranno disposti ad accettare periodi prolungati di isolamento all’interno delle mini-bubble, considerate anche le esperienze non sempre mentalmente facili di alcuni dei “veterani” di Disneyworld; nonostante un team di psicologi e mental coach messi a disposizione dalle franchigie come supporto per superare un’esperienza di così stretto isolamento.

Esempio più ridondante in questo senso è stato quello di Paul George, che ha sofferto di forti crisi di depressione e ansia per l’incapacità generata dal contesto di staccare mentalmente tra una partita e l’altra, senza la presenza di persone care al di fuori dell'ambito cestistico. Questo pur riconoscendo alla NBA la capacità di aver organizzato un ambiente oltremodo protetto, confortevole e sicuro.

In tal senso, interessanti sono state le testimonianze anche di Matisse Thybulle tramite i suoi docuvideo su youtube e del nostro Nicolò Melli, con il suo podcast "N", che hanno saputo raccontare la Bolla in maniera critica affrontando i suoi diversi aspetti sportivi e quotidiani. Melli in particolare ha affrontato a più riprese in maniera molto interessante l’impatto della stagione 2019-2020 sulla free-agency, sui contratti dei giocatori con mercato europeo e sulla ripresa delle operazioni per il 2020-2021.


(Matteo Zuretti parla della NBPA, di come è nata la Bolla ad Orlando e del ruolo dei giocatori nelle varie decisioni durante la stagione e non solo)


Insomma, con il mese di novembre alle porte la situazione NBA sembra un rebus ancora non prossimo alla soluzione. In attesa di ulteriori sviluppi, non possiamo fare a meno di chiederci come ne usciranno Adam Silver, la NBPA e gli altri protagonisti di questa intricata vicenda.

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