• Andrea Lamperti

Da una parte all'altra dell'Oceano: intervista a Cecilia Zandalasini




E' passato quasi un anno da quando, a maggio 2020, Cecilia Zandalasini condivideva su Twitter una riflessione sui due mesi precedenti, i primi della sua vita "senza giocare una partita di pallacanestro". Maledetto virus.


Ai tempi, Cecilia era reduce dalla selezione nell'All-EuroLeagueWomen First Team e aveva da poche settimane annunciato il suo ritorno negli States per la stagione 2020 di WNBA, che l'anno prima aveva dovuto saltare per un infortunio. "CECI IL GRANDE", twittavano le Minnesota Lynx per celebrare il suo ritorno, dopo le due estati insieme nel 2017 (con vittoria del titolo) e nel 2018.


Poi, l'arrivo della pandemia e lo stravolgimento improvviso di ogni orizzonte. Come diverse altre giocatrici del vecchio continente, infatti, Cecilia ha scelto di non attraversare l'Oceano in un momento del genere. Niente bubble. Ma, come ci ha raccontato lei stessa, "nessun rimpianto".


Nessun rimpianto perché Zandalasini, 25 anni compiuti il mese scorso, ha ancora tanta pallacanestro davanti e tanti traguardi da inseguire. A partire dai prossimi mesi, in cui con il suo Fenerbahce si giocherà il titolo europeo nelle Final Four di Eurolega (16-18 aprile, Istanbul); poi, sarà il momento di EuroBasket 2021 con la maglia azzurra, e, chissà, forse anche di un'altra Playoff run di WNBA.


Riavvolgendo nuovamente il nastro al periodo di stop forzato di un anno fa, per questa intervista siamo voluti ripartire dalle parole con cui Cecilia ha commentato il suo viaggio al di qua e al di là dell'Oceano:

"Con la pallacanestro ho avuto una sorta di privilegio di poter girare il mondo, ma la cosa più bella restano le persone che incontri e le storie che condividi."

Girare il mondo, incontrare persone, condividere storie... Buon viaggio!



La scorsa settimana il tuo Fenerbahce ha conquistato l’accesso alle Final Four di EuroLeague, dopo aver superato nel derby il Galatasaray. Che effetto ti fa giocare partite del genere in ambiente neutro, con un numero limitato di spettatori? Com’è, in campo, questa nuova normalità?


Essere riuscite ad arrivare alle Final Four è un gran traguardo, ma non è finita qui: il nostro obiettivo è vincere l’Eurolega.


Per quanto riguarda l’ambiente pubblico, devo dire - a malincuore - che personalmente mi sono un po’ abituata. Ormai è davvero tutta la stagione che giochiamo a porte chiuse e avere silenzio in campo è quasi diventata la normalità, a cui non ci si fa più caso. Certo, dei vantaggi ci sono: sentirsi meglio tra compagne e con l’allenatore. Ma spero che presto i tifosi potranno tornare al palazzetto, anche se magari ci sarà di nuovo un piccolo disagio dovendosi riabituare alla cosa.



Come arrivate alle Final Four? Che sensazioni hai?


Devo dire che arriviamo bene. Siamo molto in fiducia, la squadra lavora bene tutti i giorni, tutte le settimane. Ovviamente adesso stiamo iniziando anche i Playoff del campionato turco, quindi abbiamo un po’ di impegni ed è difficile riuscire a trovare tanti giorni consecutivi in cui allenarsi ad alto livello. Ma le sensazioni sono buone e onestamente non vedo l’ora.


Tra l’altro, le Final Four quest’anno sono organizzate a Istanbul e noi siamo molto contente che club, squadra, società, board member e presidente ci abbiano dato la chance di giocare a Istanbul. Giocare in casa ci potrebbe sicuramente aiutare, a partire dalla semifinale contro Ekaterinburg.



Dopo aver chiuso la stagione, testa a un'estate ricca di impegni. Inevitabilmente ci sarà da fare delle scelte: cosa ci possiamo aspettare dai tuoi prossimi mesi?


Al momento sto vivendo molto giorno per giorno. Sicuramente, una volta finita la stagione qui in Turchia, la mia testa sarà totalmente su EuroBasket, quindi sulla Nazionale. Per la WNBA, se verrà il momento, sarà sicuramente dopo gli Europei. Mi lascio quel tempo di mezzo per prendere una decisione.


Purtroppo la stagione del nostro basket è così, ed è necessario fare delle scelte. Sono dell’idea che non si possa fare tutto nel giro di un anno e quindi che possa capitare di dover lasciare indietro qualche cosa. Come sempre, io ho dato la mia priorità alla Nazionale, penso che sia giusto così. Quindi, se sarà WNBA, sarà per metà stagione, dopo gli Europei. In ogni caso, nulla di deciso per il momento.



A proposito di WNBA. Nel 2017 hai vinto il titolo e nel 2018 sei riuscita a ritagliarti un ruolo in quintetto, sempre con la maglia delle Minnesota Lynx. Poi, nelle due annate successive, l’infortunio alla caviglia e la pandemia ti hanno convinto a non riunirti alla squadra. Hai rimpianti per il tuo trascorso negli States?


No, non ho assolutamente rimpianti. Anzi, devo dire che dell’anno e mezzo in cui ho giocato con le Minnesota Lynx ho dei ricordi bellissimi tra compagne, allenatrici e staff. È un ambiente dove mi sono trovata fin da subito molto bene e devo ringraziare chi lo ha reso possibile. Anche perché ci sono arrivata che ero davvero giovane: quando sono stata catapultata in questo mondo, avevo solo 21 anni.



Mi dispiace non essere potuta tornare nelle ultime due stagioni, però a volte bisogna fare delle scelte. La pandemia e l’infortunio alla caviglia che ho avuto l’anno prima - che dovevo per forza curare nel migliore dei modi - mi hanno obbligata a prendere delle decisioni. Fa parte del gioco. E ho scelto di essere pronta al 100% per la mia stagione in Turchia.


Avendo queste due stagioni - quella “normale” e quella della WNBA, che si svolge d’estate - e in mezzo l’impegno con la Nazionale, ci può stare e credo sia giusto in caso di infortuni prendersi il proprio tempo per guarire bene e non portarsi dietro acciacchi fisici.



Rimaniamo Oltreoceano. Guardi molto basket NBA? C’è una squadra per cui tifi, o qualche giocatore che apprezzi particolarmente?


Io sono molto appassionata di NBA, qualche partita di stagione regolare la guardo. Devo ammettere che con tutti questi giocatori che cambiano maglia non sono troppo attaccata a una squadra in particolare, però mi piace molto guardare alcuni giocatori individualmente. Due nomi su tutti: Luka Doncic e Jayson Tatum. Come squadra, invece, direi i Brooklyn Nets: anche se ultimamente tra infortuni e assenze varie non sono quasi mai al completo, aspetto di vedere come se la caveranno quando saranno in campo tutti insieme. Sono molto divertenti da guardare.



Una (precoce) previsione: quali saranno secondo te le NBA Finals 2021?


Non saprei, probabilmente ci arriverà la squadra che rimarrà più sana. Comunque la finale più “telefonata” di tutte - e che forse vorrebbero tutti - penso sia Lakers-Nets. Che sarebbe davvero molto divertente, anche perché si scontrerebbero due squadre che praticamente potrebbero essere quelle di un All-Star Game. È sicuramente la finale che vorremmo vedere tutti, per il resto è difficile da dire in una stagione in cui ogni squadra sta avendo alti e bassi… lascio a voi le previsioni, che è meglio.



Nella tua carriera hai giocato in Italia, negli Stati Uniti e in Turchia. Quali differenze, a livello ambientale e cestistico, ti vengono in mente per prime, relativamente alle tue esperienze?


Sicuramente tra giocare negli Stati Uniti e giocare in Europa c’è molta differenza. A livello mediatico, ma non solo. Alla fine la WNBA è sulla falsa riga dell’NBA, le cose si svolgono più o meno allo stesso modo. Puoi immaginare le differenze anche nell’organizzazione, dove la WNBA è davvero al top, poco da aggiungere.

Per quanto riguarda Italia e Turchia, per me la differenza è più a livello ambientale, ma devo dire che Istanbul è una città molto internazionale, dove in questi ultimi tre anni mi è piaciuto vivere. Mi trovo benissimo. In squadra, poi, abbiamo delle giocatrici turche ma anche tante straniere, quindi pure all’interno dello spogliatoio è un mix, e chiaramente si parla sempre in inglese.


Per quanto riguarda la pallacanestro, sicuramente negli Stati Uniti hanno un gioco molto fisico e veloce. Ma anche qui in Europa, soprattutto a livello Eurolega, c’è un gioco sempre più fisico e veloce, anche perché ci sono tante stelle WNBA che vengono a giocare in Eurolega. È anche un gioco sempre più rapido a livello di decisioni e di scelte - e solitamente la squadra che pensa meglio e più velocemente è quella che vince.



A Minneapolis hai diviso lo spogliatoio con Maya Moore, un grande esempio in campo e anche fuori, come dimostra la determinazione - a costo della sua stessa carriera di giocatrice - per una causa sociale (la scarcerazione di Jonathan Irons, avvenuta lo scorso luglio - QUI il racconto completo). Come ti sei trovata con Maya, che personaggio è?


Ho fatto un anno e mezzo con le Minnesota Lynx e ho avuto la grande, grandissima fortuna di giocare con Maya Moore. Credo che lei e Diana Taurasi siano le due migliori giocatrici della storia, a mani basse. Si può preferire una o l’altra, ma sono loro due.


Io con Maya mi sono sempre trovata bene, è una persona davvero splendida e super umile. Quando entri in spogliatoio e sai che sei con Maya Moore, inizialmente hai quasi paura a parlarle. Invece era sempre lei la prima - ciao, come stai, come va? Super. E ovviamente in campo una grandissima lavoratrice, ma sono dell’idea che quando arrivi a quel livello lì, a parte il grandissimo talento, devi aver lavorato tanto. Ma tanto, tanto, tanto. Non ci sono scorciatoie. Grandissima Maya.


Ha scelto un’altra strada della sua vita, facendo capire a tutti di che persona si tratti. Non solo la grande giocatrice che è stata, ma anche il fatto di avere il coraggio di lasciare alle spalle una carriera per una causa sociale è qualcosa di fantastico. Fa capire la sua determinazione, che è una parte della sua personalità, per questa causa, cioè la scarcerazione di Jonathan.


È una persona che ammiro e ammirerò sempre. Ne porto un bellissimo ricordo.



Il 2020 di NBA e WNBA, nelle bubbles soprattutto, è stato fortemente permeato da messaggi sociali come quelli del Black Lives Matter. Quanto pensi sia importante l’esposizione di sportivi di alto livello?


Quello del Black Lives Matter è stato un tema molto vissuto nelle bubbles NBA e WNBA. Giocatori e giocatrici hanno fatto un grandissimo lavoro, alzando la voce, esponendosi. Specialmente in America, credo che questo sia molto importante per la comunità e per le persone. In America gli sportivi sono davvero seguitissimi sui social, forse sono le persone con più seguito a livello mediatico, quindi penso che sia giusto che usino la loro voce per raggiungere i loro obiettivi, esprimere le loro idee e i loro messaggi.


Avendo vissuto il mondo al di là dell’Oceano, capisco benissimo perché tanti atleti si sentano in dovere di alzare la voce in questo modo. Tantissimo rispetto.



Tornando alla tua avventura europea. Cosa vuol dire vestire i colori del Fenerbahce?


Il Fenerbahce è senza dubbio la polisportiva più seguita nel Paese, quindi farne parte ti porta a sentirti dentro una grandissima famiglia. Noi siamo la squadra di basket femminile, ma c’è un collegamento tra tutte le realtà sotto questo nome, il che porta a un’enorme esposizione mediatica. Ti posso giurare che tifosi del Fenerbahce ne trovi davvero a ogni angolo della Turchia.



Quest’anno non ci sono tifosi che ci vengono a vedere, ma nelle stagioni scorse avevamo un tifo che ci sosteneva ovunque, anche quando andavamo a giocare in trasferta. Insomma, quello del Fenerbahce è un mondo a parte, è un po’ come se fosse una religione. Va davvero oltre lo sport, non esiste una realtà paragonabile in Italia.



A proposito: a che punto siamo in Italia con la crescita del basket femminile e della sua visibilità?


Sono tre anni che non gioco più in Italia, però vedo un movimento in costante crescita. Sempre più persone seguono il basket femminile. Ovviamente, poi, quando arriva la Nazionale, quando giochiamo le qualificazioni e gli Europei, è un’altra cosa.



È più un onore o una responsabilità, per te, essere la giocatrice più rappresentativa della Nazionale?


In realtà non vedo l’ora di fare un altro Europeo con la maglia azzurra. Per me è sicuramente un onore, sempre, e non ho mai sentito il peso della responsabilità. Giocare per la tua Nazione è una delle cose più belle per un’atleta, e uno dei grandi sogni della mia carriera è vincere qualcosa con la Nazionale italiana.


Ogni volta spero sia quella buona per fare quello step in più che ci può portare a essere una Nazionale di alto livello. Vedere l’Italia tra le migliori in Europa è il mio più grande sogno. Nel basket femminile Spagna e Francia sono al top da un decennio, la Serbia è appena dietro di loro. Poi c’è il Belgio, che negli ultimi anni si è guadagnata il posto tra le migliori quattro del continente. L’obiettivo è raggiungere questo livello.




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