• Andrea Lamperti

Dame Out: quello che (non) sappiamo sul possibile addio di Lillard


FOTO: NBA.com

Lo scorso 3 giugno, alla sirena di Gara 6 contro i Nuggets, la stagione 2020/21 dei Blazers arrivava al capolinea. E con essa arrivava istantaneamente al capolinea, come previsto, anche il lungo mandato di Terry Stotts sulla panchina di Portland.


Nell’Oregon, però, più che un nuovo capitolo per la franchigia, potrebbe essere iniziata un’improvvisa, drammatica e indesiderata transizione verso una nuova era. Quella del post-Lillard.


A scoperchiare il vaso di Pandora è Chris Haynes - fonte decisamente attendibile parlando di Damian Lillard - che ha raccontato su Yahoo Sports come il “dramma” venutosi a creare intorno alla successione di Terry Stotts, unito allo scetticismo sulla capacità del front office di costruire una squadra da titolo con questo roster, potrebbe “aver spinto Dame fuori dalla porta”.


La richiesta di una trade da parte del giocatore, quindi, sarebbe ora una concreta possibilità, nello scenario descritto da Chris Haynes.


Dopo un’eternità in maglia Blazers, 9 anni (tutti con coach Stotts), fatale per le speranze di mantenere viva la sua voglia di vincere con questa maglia potrebbe essere stata la scelta di Chauncey Billups, in uscita dallo staff dei Clippers, per il ruolo di head coach. Una scelta diventata ufficiale proprio questa notte:



Negli ultimi giorni Woj aveva raccontato su ESPN come il legame pregresso con Lillard potesse essere uno degli aspetti decisivi per la candidatura di Billups come successore di Stotts. Una candidatura che Dame stesso aveva appoggiato: “I like J-Kidd and Chauncey”, imprimatur. La trama della vicenda, però, si è complicata.


Non era un mistero che per Lillard la scelta del nuovo head coach fosse una questione scottante, con il 31esimo compleanno in arrivo e un’altra deludente Playoffs run dei Blazers alle spalle. “Sta diventando ansioso su questo tema. C’è un palpabile senso di urgenza da parte sua: vuole vincere, e vuole vincere ora”, twittava Jason Quick (The Athletic) settimana scorsa.


L’intenzione di prendere una strada gradita alla propria superstar sembrava quasi scontata per l’organizzazione, e il nome di Chauncey Billups sembrava andare proprio in quella direzione. Sembrava.


Secondo quanto emerso nella serata di ieri, infatti, Lillard sarebbe insoddisfatto per non essere stato consultato (abbastanza) da Neil Olshey, President of Basketball Operations dei Blazers, in merito alla decisione. Probabilmente avrebbe preferito Jason Kidd (“the guy I want”), forse avrebbe apprezzato che la candidatura di coach David Vanterpool (a lui gradito, da sempre) venisse considerata, magari avrebbe semplicemente voluto sentirsi più centrale nel processo decisionale. O forse c’è dell’altro, che ancora non sappiamo.


Nel weekend, un utente su Twitter - e dopo poco, una marea di utenti - ha chiesto a Lillard spiegazioni sul fatto che i suoi due nomi per la panchina, Kidd e Billups, in passato siano stati coinvolti entrambi in scandali legati a violenze sulle donne.


La vicenda del divorzio di Jason Kidd è nota da anni al pubblico e nell’ambiente NBA. L’episodio relativo a Chauncey, invece, molto meno. Risale al ’97, quando giocava per i Celtics, a 23 anni, e fu accusato, insieme (tra gli altri) a Ron Mercer, di aver abusato sessualmente dell’allora compagna di Antoine Walker, Jane Doe. Billups e Mercer hanno sempre negato e la controversia è stata risolta con un accordo tra le parti, senza mai sfociare nel penale. Il riemergere di alcuni dettagli e di alcune dichiarazioni su quella vicenda (che potete leggere in questo articolo), però, ha rapidamente circondato di inquietanti punti interrogativi la figura dell’ex stella dei Pistons.


Secondo ESPN, questo episodio era noto fin dall’inizio ai Blazers, che hanno condotto un’indagine privata in merito e hanno ascoltato la testimonianza del diretto interessato, prima di mettere sul tavolo, venerdì, il contratto per il ruolo di head coach. Lillard, invece, ignorava completamente la faccenda, come espresso in risposta a quella domanda sul suo profilo Twitter:

“Davvero? Mi è stato chiesto quali allenatori mi piacciano maggiormente tra quelli in corsa, e ho fatto dei nomi. Ma non ero a conoscenza della loro storia, non leggevo i giornali quando avevo 7/8 anni.”

Quale che sia il motivo della presunta frustrazione di Lillard, il punto ora è capire se l’epilogo di tutto ciò sarà, o meno, una richiesta di trade da parte del sei volte All-Star. I motivi della rottura, in tal caso, passerebbero quasi in secondo piano, di fronte alla domanda su cui è già avviata la macchina delle speculazioni. Quali sono le possibili destinazioni, per Dame?


Mi accomodo nel dibattito, con qualche - precoce - considerazione.


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TRADE DESTINATIONS?


Tra due settimane Lillard compirà 31 anni. Spostare il suo contratto via trade richiede un’operazione enorme, considerando che Dame porta in dote un max abbondantemente superiore ai 40 milioni all’anno ancora per quattro stagioni, ovvero fino al 2025. Per l’esattezza, secondo le proiezioni: $39.3M / $42.5M / $45.6M / $48.8M. La selezione sulle squadre che possono considerare un'offerta è già notevole.


Lillard non ha una storia di infortuni preoccupante, anzi, ma a 31 anni un contratto così lungo e così ingombrante, e soprattutto così costoso da acquisire, è desiderabile per pochi, pochissimi giocatori in NBA. E non è detto che Dame rientri necessariamente tra questi per tutti i GM della Lega. Anche perché, ovviamente, un all-in sarà necessario per chiunque voglia portare in città il Dame Time.


Scorer terrificante con la palla in mano, Lillard è carente in due aspetti che lo rendono un profilo non ideale (per il costo che ha, s’intende) per tanti contesti. Evidenti limiti difensivi e inconsistenza off ball possono escludere alcune contender dai giochi.


I Warriors, ad esempio, impacchettando Wiggins, Wiseman e delle scelte al Draft (ne hanno due di valore il mese prossimo, la 7 e la 14) potrebbero avere delle buone carte per convincere i Blazers. Ma i motivi di cui sopra non lo rendono, nel parere di chi scrive, il profilo giusto per cui spendere tutti questi asset. Un discorso che, rimanendo nella Western Conference, si può estendere anche ad altre contender, sempre ammesso che ce ne siano con Draft capital e contratti attraenti (spostabili) con cui pareggiare quello di Lillard.


A Est ci sono delle possibilità che sembrano, sulla carta, più concrete.


Portland non avrà una first round pick al Draft 2021 e in caso di addio di Lillard cercherà di ottenere in cambio il punto di partenza per il proprio futuro. Quattro franchigie sembrano “attrezzate” per sedersi a questo tavolo: New York, Boston, Miami e soprattutto Philadelphia.


I Knicks hanno uno young core con tanto potenziale (in situazioni contrattuali diverse: RJ Barrett, Immanuel Quickley, Obi Toppin, Mitchell Robinson, Frank Ntilikina). Difficile, però, immaginare che - nonostante l’annata oltre le aspettative, lo spazio salariale e le solite pressioni della fanbase - Leon Rose sia intenzionato a cambiare improvvisamente il proprio approccio e andare all-in, smantellando il proprio nucleo di giovani e presumibilmente sacrificando le due scelte al primo giro (19 e 21) di quest’anno. Rose non vuole avere fretta, senza la realistica possibilità di competere per il titolo. Ha già saputo dire “non è il momento”, nell’ultimo anno a New York.


Sulle intenzioni dei Celtics è più difficile farsi un’idea, dopo la rivoluzione delle ultime settimane che ha portato Brad Stevens dalla panchina alla scrivania, e Ime Udoka al suo posto come head coach. C’è stata la trade Walker-Horford, in cui Stevens ha già sacrificato una prima scelta al Draft, e ora per Lillard ci sarebbe presumibilmente da comporre un pacchetto intorno a Jaylen Brown e Marcus Smart.


Poi ci sono i Miami Heat, che in questa offseason saranno attivi per cercare il terzo da affiancare a Jimmy Butler e Bam Adebayo. Il contesto, anche umano, sarebbe il più adatto tra quelli considerati finora, in primis per le caratteristiche di Jimmy e Bam nelle due metà campo. Con diversi contratti pesanti in scadenza (Oladipo, Iguodala e la team option di Dragic su tutti), e gli spostabili Tyler Herro (il cui valore di mercato, però, è notevolmente ridotto rispetto al 2020) e Duncan Robinson, Pat Riley ha i requisiti per un serio tentativo (pur non potendo contare su diverse prime scelte future).


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Infine, la possibilità che sembra più spendibile: i Philadelphia 76ers.


Se c’è un’organizzazione che in questo momento sente l’urgenza di cambiare (drasticamente) direzione, quella sono i Sixers di Daryl Morey. Inevitabilmente si passa dal coinvolgimento di Ben Simmons nella trade, un discorso non nuovo e quantomai acceso dopo gli ultimi Playoffs, che hanno ridotto ai minimi storici il trade value dell’australiano.


Le pressioni su Phila, dopo l’eliminazione per mano degli Hawks, sono enormi. La finestra post-Process non sarà eterna, anzi, per i 76ers, e la (giusta) fretta potrebbe spingerli a gettare definitivamente la spugna sul potenziale di Ben Simmons e sulla ricerca di una sua dimensione offensiva. Quantomeno, nella squadra di Joel Embiid.


Daryl Morey è stato la scelta di Phila per provare a cambiare qualcosa, come ha fatto già lo scorso anno. E se necessario, per premere l’interruttore, se e quando si presentasse l’occasione giusta.


L’occasione giusta, i Sixers, l’hanno lasciata passare qualche mese fa. Ed era James Harden, ovviamente. Ora, hanno un’altra chiamata. Per Lillard il trade package da mettere sul tavolo è quello che ormai suona familiare: Simmons, Thybulle e/o Maxey, scelte al Draft. Fiches che Morey potrebbe (dovrebbe) essere pronto a lanciare sul tavolo.


Prima di tutto, però, deve giocare la sua mano Damian Lillard.