• Alessandro Di Marzo

Danny Ainge out


FOTO: Boston Herald

Questo articolo, scritto da Daniel Lubofsky per Celtics Blog e tradotto in italiano da Alessandro Di Marzo per Around the Game, è stato pubblicato in data 8 giugno 2021.


Dopo la veloce eliminazione dei Boston Celtics dai Playoffs 2021, è arrivata l’ufficialità della fine del mandato di Danny Ainge come President of Basketball Operations della franchigia.

Sia chiaro: i Celtics, senza Jaylen Brown, non avevano alcuna chance di battere i Nets. Il punto è il perché la squadra abbia dovuto affrontare la seconda in classifica ad Est nel primo turno. Ovvero, come è andata l'intera stagione 2020/21.


Per molti, la deludente annata dei Celtics deriva proprio dalle scelte di Ainge, che non sarebbe stato in grado di costruire un roster capace di legittimare le aspettative della franchigia. Un discorso che ha circondato Ainge per diversi anni, oscurando la sua immagine: sembra infatti che molti si siano scordati delle sue mosse che permisero a Boston di vincere nel 2008 - dopo 22 anni di digiuno - e di raggiungere le NBA Finals due anni dopo. E ancora: ricordiamoci che i Celtics hanno a roster due dei giovani più talentuosi della lega, Jaylen Brown e Jayson Tatum.


In ogni caso, dopo quel grande scambio che portò le due scelte di Brooklyn nel Massachusetts, Boston era vista come la squadra del futuro. Oggi, però, la situazione sembra lontana da quella immaginata.


Tre Finali di Conference in quattro anni sarebbero un buon bottino per tante squadre, ma i Celtics non sono una franchigia come le altre. I titoli post-Big Three non sono arrivati, ed Ainge ne esce come colpevole. Ma lo è davvero? Meno di quanto si tenda a credere.


FOTO: NBA.com

Quando si dà uno sguardo al recente passato, è importante dare a Ainge i meriti che si è guadagnato. Al Draft 2016, ad esempio, scelse Jaylen Brown alla terza chiamata, la più alta per i Celtics dal 1997: la top-2 Simmons-Ingram era scontata, mentre tutti gli altri prospetti sembravano ancora grezzi. Ma Brown, in pochi anni, è diventato un All-Star e un pilastro del futuro dei Celtics, nonostante i tanti dubbi iniziali degli appassionati NBA, che gli preferivano Kris Dunn o Buddy Hield.

Sam Vecenie, al tempo, ne parlò così:

“Brown è un giocatore solido per loro, ma mi chiedo se questa scelta sia stata usata il meglio possibile o meno”.

L’anno seguente Ainge non esitò a scambiare la prima scelta assoluta, ottenendo la terza, per chiamare Jayson Tatum. C’era Markelle Fultz, altra prima scelta ovvia, ma JT doveva giocare a Boston, e così fu.


Ricordiamo anche vari free agent di alto profilo portati a Boston negli ultimi 4 anni: da Horford a Hayward, da Irving a Walker. Per una franchigia tradizionalmente poco gradita dai giocatori senza contratto, ad Ainge vanno fatti dei complimenti.


Con il senno di poi, non tutto è andato per il meglio. Al Horford è stato un pezzo importante per il raggiungimento di due delle tre finali di Conference giocate, ma dall'arrivo di Gordon Hayward e Kyrie Irving i Celtics non hanno ottenuto quanto speravano. Infine, Kemba Walker negli ultimi due anni è stato una delusione per i tifosi di Boston.

FOTO: The Boston Globe

Ma è proprio il senno di poi che rende le critiche ad Ainge troppo pesanti: è colpa sua se Hayward ha giocato circa 3 minuti prima di subire quel terribile infortunio da cui non si è più ripreso pienamente? Kemba non era visto come il miglior sostituto possibile di Irving nell’estate 2019?


Le parole di Paolo Uggetti, The Ringer:

“Passare da Irving a Walker appare come una mossa neutra: da un solido scorer All-Star ad un altro. Irving sarà anche più forte, ma Walker è un fit migliore”.

Capitolo Irving: ingaggiarlo tramite trade, al tempo, era assolutamente la cosa giusta da fare, a prescindere dal finale amaro. I tifosi adoravano Isaiah Thomas e sicuramente il modo in cui è stato trattato non può far piacere, ma èstato meglio che continuare con una point guard con evidenti limiti, in primis per la stazza. Ainge si è assicurato di alzare (notevolmente) il livello in quel ruolo.

La squadra per provare ad affrontare Golden State sembrava pronta. E anche in questo caso, non è stata colpa sua se la squadra ha avuto problemi di vario genere, in campo e non. Non poteva conoscere i punti deboli di Irving riguardo alla sua leadership, ad esempio.


Un’area in cui Ainge può essere messo al centro delle critiche è la gestione delle tante scelte degli ultimi Draft: con tanti asset, le possibilità di migliorare definitivamente la squadra, già al livello di una contender o quasi, erano molte. Ainge ha voluto scommettere sulle sue capacità al Draft, ma ha fallito. Escludendo JB e JT, la scelta più rilevante negli ultimi anni è stata Robert Williams III, che però, a causa dei molti problemi fisici, non ha ancora trovato il modo di dimostrare a pieno tutto il suo grande potenziale.


FOTO: The Boston Globe

Le scelte al primo giro, negli ultimi due anni, sono state ben sei. Non si sarebbe potuto fare di meglio?


Da dove derivano tutte queste scelte? Alcune sono di Sacramento e Memphis, che le avevano cedute a Boston per due stagioni consecutive (le due squadre, però, conclusero le rispettive stagioni con record più positivi del previsto, dunque quelle scelte persero valore). Rinunciare a qualche Draft pick per tentare di acquisire giocatori importanti sarebbe stata una scelta migliore. Più la Lottery ti premia, più le eventuali contropartite di una trade possono essere attraenti.


Insomma, Ainge avrebbe potuto e dovuto fare di meglio. Avrebbe dovuto muoversi ed essere più intraprendente sul mercato, e questo per vari anni. Giocatori come Nesmith, Pritchard, Langford e Grant Williams potranno forse trasformarsi in solidi role player, ma con Tatum e Brown in squadra (e considerando che anche il numero #0, dalla prossima stagione, percepirà lo stipendio del max contract firmato l’anno scorso) ad Ainge era richiesto più senso di urgenza.


Forse l’immagine di questi Celtics sarà quella che lo accompagnerà in eterno. Dimenticare il suo contributo negli ultimi 20 anni, però, sarebbe un errore ancora più grande di quelli da lui commessi.