• Leonardo Micheli

Len Bias: Death of a dream

Storia di una superstar collegiale destinata, tra futuri Titoli in maglia Celtics e una rivalità già scritta con Michael Jordan, ad una carriera stellare morta tragicamente appena 40 ore dopo la scelta al Draft 1986.




È presto. Anzi, prestissimo. Il sole è sorto da qualche minuto, ma in una delle tante camere dell’UMD - University of Maryland – c’è un ragazzone di 203 centimetri disteso sul pavimento. È tutto sudato, senza maglietta, incosciente. Ha appena avuto delle convulsioni. Ora è fermo. Immobile.

Il suo nome è Leonard Kevin Bias, ha solo ventidue anni, eppure un istante prima era l’uomo più felice sulla faccia della Terra. Ma per un arresto cardio-respiratorio morirà da lì a poco.

Quella di Len - tutti lo chiamano così - è una di quelle strane e tristi storie che finiscono troppo presto per iniziare. E, come accade spesso, la protagonista è la regina delle droghe.

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Ma tutto ciò Len non lo sa. È un bravo ragazzo, soprannominato “Frosty” dal pastore della sua chiesa per quanto sia tranquillo, ama la pallacanestro come nient’altro e disprezza ogni tipo di stupefacente.

Sta vivendo il miglior momento della sua vita. Meno di 48 ore prima di trovarsi in condizioni così critiche era sul palco del Madison Square Garden al Draft NBA del 1986, con un cappellino dei Celtics e un sorriso smagliante.


E allora cosa c'entra con la sua vita la droga?

Purtroppo siamo negli Stati Uniti degli anni ’80, un Paese che dal decennio precedente soffre particolarmente di due enormi malattie: il narcotraffico e la tossicodipendenza.

L’eroina prima – più comune negli anni ’70 - e la cocaina dopo – più popolare dal 1980 – arriva a tutti. Dai più poveri ai più ricchi. Dai “signor nessuno” alle più grandi celebrità hollywoodiane o della musica internazionale.

Le star colpite sono tante. Forse troppe: Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison e John Belushi per citarne solo alcuni.

Prendiamo John Belushi, il fratello tarchiato dei Blues Brothers. Uno degli artisti più incredibili che siano mai esistiti. Attore, cantante, comico. Un uomo capace di segnare la storia del cinema... e di lasciare troppo presto orfana la settima arte. Per colpa di una dose di troppo.

«Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare»: una frase recitata da Belushi in Animal House, nei panni di John “Bluto” Blutarsky, ma anche la filosofia di vita del nostro protagonista.

Perché Len Bias nel suo breve cammino di difficoltà ne ha avute, eccome. Ma spesso ha saputo reagire, specialmente sul parquet, dove ha dominato come pochi.

Non è sempre stato così.

Le prime volte con la palla a spicchi in mano, al Columbia Park Recreation Center di Landover - sua città natale, nel Maryland – è scoordinato e impacciato.

«Da bambino nessuno lo voleva nella propria squadra. Tutti ridevano di lui», racconta Wharton Lee Madkins, uno dei suoi primi coach.

Ma Len non è da tirarsi indietro facilmente. È un tipo duro, non si abbatte.

Quindi non molla, continua a giocare e a 13 anni prova ad entrare nella squadra della sua scuola. Ma anche questa volta il risultato è negativo: non viene preso.

Non può fermarsi subito. Si è promesso che diventerà il miglior giocatore di sempre. Quindi si allena giorno e notte, cresce e ha l’opportunità di giocare per i Wildcats della Northwestern High School.

Qui migliora, realizza delle buone stagioni pur senza brillare mai veramente. Ma l’ultimo anno porta la sua squadra alle Maryland State AA Finals, segnando più di 20 punti e 12 rimbalzi a partita, tenendo il 68% dal campo.

Così, oltre ottenere innumerevoli trofei personali, si fa notare dalle più grandi università della nazione.

Dove andrà Bias? Syracuse, Georgetown, Illinois, Indiana o Duke?

Nessuna di queste. In fondo lui è il solito Frosty, un ragazzo timido e umile, tanto legato alla sua famiglia quanto alla sua terra: sceglie la UMD, i Maryland Terrapins, e lo fa pur di stare accanto a papà James e mamma Lonise.

Il primo anno è complicato: solo 7 punti e 4 rimbalzi di media.

«Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare». Durante la seconda stagione il suo livello sale: sono 15 punti e 4.5 rimbalzi.

Quell'anno, l'‘83/’84, è anche l’ultimo al college di His Airness.

Già: Michael Jeffrey Jordan e Leonard Kevin Bias.

«Questo è il mio ventiquattresimo anno a Duke – racconta il leggendario coach Mike Krzyzewsky – e in tutto questo tempo ci sono stati due giocatori che si sono distinti da tutti gli altri: MJ e Len Bias».

«Lenny - parla il suo amico ed ex compagno a Maryland Keith Gatlin - era straordinariamente forte, atletico come pochi e con un jumper che Jordan, a quel tempo, non aveva ancora».

Quando parliamo di Len, parliamo di un giocatore completo già dai tempi dell’università. Di un cestista di grande velocità, potenza, coordinazione ed eleganza, con a pedigree due caratteristiche distintive: un tiro infallibile dalla media, ma soprattutto una cattiveria agonistica fuori dalla norma.

Il tutto in un corpo da poco più di due metri e cento chili.

Poteva tirare da ovunque, volare in cielo a prendere qualsiasi rimbalzo, difendere su chiunque e andare a canestro con una facilità tremenda.

Semplicemente immarcabile. Non a caso, come racconta l'ex Duke Jay Bilas, tutti lo chiamavano Superman.

Il 12 gennaio 1984, in una splendida partita tra Maryland e North Carolina li abbiamo potuti vedere insieme, uno contro l’altro. E quella volta Len dimostrò forse di essere un passo più avanti grazie a una grande prestazione condita da 24 punti. Pur avendo perso la partita.


Così gli altri due anni al college continua a stupire e scrivere la storia segnando più di 20 punti per partita.


Diventa il più grande scorer in maglia Terrapins fino a quel tempo con 2149 punti, vince due volte consecutivamente il premio miglior giocatore dell’Atlantic Cost Conference e viene inserito nell’All American First Team. È il giocatore sulla bocca di tutti.

Arriva il momento dell'NBA Draft del 17 giugno 1986. Il momento che aspetta da una vita.

Dopo aver fatto una serie di test fisici e anti-droga per una serie di squadre, Len sa già che finirà in Massachusetts, a Boston.

È contento. Anzi, contentissimo. Andrà subito in una squadra che lotta per il Titolo, reduce dal sedicesimo anello vinto, il terzo in cinque anni. Quei Celtics sono la squadra di Larry Bird, Kevin McHale, Robert Parish e Red Auebarch, allora già presidente, che s’era letteralmente innamorato di Bias.

«With the 2nd pick of the NBA Draft 1986, the Boston Celtics select Len Bias, from Maryland University».

FOTO: Pinterest

Len sale sul palco del MSG e stringe la mano a David Stern. In quell'attimo gli vengono in mente quei brutti momenti da bambino, quando veniva preso in giro da tutti.

Ma ora è lì, in NBA.

È l’uomo più felice sulla Terra ed è pronto a diventare il migliore di sempre.

Il giorno dopo firma un contratto da 3 milioni di dollari con Reebok, pronta a fare lo stesso investimento che fece Nike con MJ due anni prima. Poi vola a Boston per fare diverse interviste e shooting fotografici. Infine, finalmente, torna a casa, a Landover, da tutta la famiglia.


Atterra nel Maryland alle 21.54 del 18 giugno 1986, saluta, bacia e abbraccia tutta la famiglia e alle 23 è già al dormitorio del college per festeggiare.

È lì tranquillo, con gli amici di una vita, mentre mangia del granchio e sorseggia una birra rispondendo a ogni curiosità come se fosse stato un semplice ragazzo qualunque.


«Allora Len, com’è stato? Figo?»

«Ma sì, normale»

«Sei sempre il solito…»

«Gli altri ragazzi come sono?» «In che senso?» «Ti sembravano dei montati?» «Qualcuno sì, ma neanche troppo»

«E Stern com’è?»

«Cosa vuol dire com’è?» «È un tipo a posto?» «È un nano. Come vuoi che sia?»

Poi, però, verso l’1:30 di mattina accade qualcosa. Qualcuno lo chiama. Così liquida i ragazzi e le loro infinite domande per raggiungere una festa.

E da qui tutto è un punto interrogativo. Nulla è certo, se non che farà il suo ritorno nelle camere della UMD solo un’ora e mezza dopo, alle 3 del mattino.

Le teorie sono troppe, la chiarezza poca, la paura che possa essere un caso irrisolvibile tanta.

Ma durante le indagini preliminari del processo per la morte di Len Bias, Arthur Marshall Jr, pubblico ministero, trova un nome: Brian Tribble – un vecchio amico d’infanzia.

Chi ha telefonato Len mentre era con i compagni di squadra? Proprio Bryan. I due vanno insieme a una festa. Musica a palla, un odore misto di alcol e cannabis, ma nulla di più.

Così decidono di tornare al dormitorio alle tre del mattino. E proprio nelle ore successive accade quella che Larry Bird – sconvolto - avrebbe descritto come: «La cosa più atroce di sempre».

Len Bias fa il suo errore fatale una volta tornato nella sua stanza.

«Giuro sulla mia vita: spero di morire se il ragazzo ha fatto utilizzo di droghe prima d’allora», racconta Lefty Dressell, il suo coach alla Maryland University.

«Mi ricordo di quando parlavo con Len di tutte quelle volte che ci siamo trovati quasi forzati a drogarci. Ma resistevamo. Non ho idea di come sia potuto accadere», dice Brian Waller, grande amico del nostro protagonista.

«Non ho mai visto Lenny - parla l’ex compagno Keith Gatlin - prendere qualcosa in più di un semplice drink».

In camera ci sono i compagni di squadra Terry Long, David Gregg, l’amico Bryan e degli specchietti con strisce di cocaina sopra.

Len si avvicina, arrotola una banconota da cinque dollari e tira su chissà quante volte.

Perché Lenny? Perché?

Forse è solo una bravata giovanile, una grande curiosità, oppure è stato forzato da qualcuno. Non lo sappiamo e, con ogni probabilità, non lo sapremo mai.

Le ore avanzano, il sole pian piano sorge e Len, intorno alle 6:15 di mattina, ha delle convulsioni sempre più forti, finché non collassa, sul pavimento, madido di sudore.

Inizialmente nella camera si crede che abbia solo perso coscienza. Ma il tempo passa e Bias è lì, fermo: non si riprende.

Così, alle ore 6:32 del 19 giugno ’86, Tribble nel panico più totale chiama il 911.

«Questo è Len Bias. Dovete farlo tornare in vita. Vi prego. Non può morire. Per favore venite presto!»

Dieci minuti dopo i paramedici sono all’appartamento numero 1103 del Washington Hall: lo trovano sdraiato, senza maglietta, incosciente.

Cominciano a tentare di tutto: ma niente da fare. Usano un defibrillatore: di nuovo nulla, nessun movimento. Alle 6:50 il ragazzo viene portato via in un’ambulanza al Leland Memorial Hospital, a pochi chilometri dal dormitorio.

All’ospedale una squadra di medici d’emergenza continua il lavoro dei colleghi per rianimarlo. Ma è troppo tardi.


Len Bias, alle 8:50, appena ventidue anni, il 19 giugno 1986 si spegne per un arresto cardiovascolare causato da un’overdose di cocaina. Dopo solo circa 40 ore dall'essere stato scelto per secondo dai Boston Celtics al Draft NBA.

Le conseguenze per l’università sono terribili.

Tutti, dal primo all’ultimo, nel dipartimento sportivo dell’UMD sono ritenuti responsabili. Lefty Driessel dopo 17 stagioni è costretto ad abbandonare il posto di Head Coach dei Maryland Terrapins. Mentre l’NCCA non permette all’università di apparire in televisione per almeno un anno.

«Remember John Belushi», dice il pubblico ministero durante il processo.

Così, come Cathy Smith fu condannata di omicidio volontario ai danni del fratello tarchiato dei Blues Brothers per avergli fornito la dose fatale, Bryan Tribble viene dichiarato colpevole e punito con 10 anni di reclusione in un penitenziario americano.

Eppure questa storia è un grande mistero, con troppe domande senza risposta.


Durante le indagini della polizia vengono trovati diversi grammi di cocaina nascosti nell’auto di Len.

Che cosa ci fanno lì? Che cosa c’entra Bias con quegli stupefacenti? Chi li può aver messi sotto al sedile? Ma soprattutto, perché Lenny, pulito e senza precedenti, avrebbe dovuto drogarsi?

Insomma, un mistero in un Draft che si rivela maledetto.


Perché in quello del 1986 non solo vengono scelti Dennis Rodman, Dell Curry, Arvydas Sabonis, Mark Prices e Drazen Petrovic, tutte future star che in un modo o nell’altro cambieranno la storia NBA.


Ci sono anche Chris Washburn, Roy Tarpley, squalificati a vita dalla Lega per aver violato il regolamento anti-droga, William Bedford che ha dovuto lasciare l’NBA per problemi di tossicodipendenza e Leonard Kevin Bias, morto il 19 giugno per overdose di cocaina.

FOTO: TheUndefeated.com

Eppure anche Len ha lasciato un’impronta nella “Storia”.

È vero, avrebbe potuto vincere ed essere il vero rivale di Michael Jordan, ma il suo nome è legato a qualcosa di profondamente diverso: il 27 ottobre di quel 1986 viene infatti firmata dal presidente Ronald Reagan la “Len Bias Law”, una legge contro le droghe tutt’oggi in vigore.

La famiglia Bias continuerà a essere tormentata dal destino, perché quattro anni dopo la perdita del primo figlio, nel 1990, Jay Bias, uno dei fratelli, muore durante una sparatoria.

Quello che rimane, ad ormai 34 anni dalla sua scomparsa, è l'amarezza di non aver mai potuto vedere il suo talento illuminare i parquet d'ogni angolo d'america; l'amarezza di non aver mai goduto di quella che, dopo Magic-Bird, sarebbe potuta essere una delle più grandi rivalità di sempre. L'amarezza di non aver mai saputo chi fosse e chi sarebbe potuto davvero essere Leonard Kevin Bias.

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