• Lorenzo Losa

Dentro la crisi


Crisi vera o temporanea? Flessione fisiologica o preoccupante campanello d’allarme? Un viaggio nelle difficoltà di chi fino ad ora ha deluso le aspettative.

Più di un terzo di stagione è ormai andato, il campo ha parlato e ha già dato importanti indicazioni riguardo la stagione di molte squadre e di molti giocatori. Se da un lato ha confermato il percorso di crescita o suggellato l’esplosione di nuove stelle in rampa di lancio - vedi Siakam, Doncic e Young, per citarne qualcuno - dall’altro ha evidenziato difficoltà più o meno serie nella crescita di giovani promettenti o nell’inserimento di campioni affermati all’interno di nuove realtà.

Ecco, di seguito, uno sguardo al momento di crisi di cinque giocatori da cui ci si aspettava ben altro all'inizio della stagione 2019/20.

Julius Randle

Non è certo un segreto, quest’estate nel mercato dei free agent Randle non era la prima scelta della dirigenza newyorkese; solo una volta sfumati i pezzi più pregiati, i Knicks si sono buttati sul nativo di Dallas.

La scorsa stagione a New Orleans, dopo le tre in maglia giallo-viola, è stata quella della definitiva consacrazione di un talento fino a quel momento ancora inespresso. James Dolan e soci, consegnandogli i gradi di prima stella della squadra, pensavano che Julius potesse ulteriormente migliorare le sue cifre. Ma questo, almeno per ora, non è accaduto. Anzi.

È aumentato il minutaggio, seppur di poco, ma è calata in generale l’efficienza; significativo l’aumento nei tentativi da oltre l’arco, saliti a 4.1 a partita, ma convertiti con un modesto 29%, ben 5 punti percentuali in meno rispetto alla scorsa stagione.

Per capire appieno le difficoltà di Randle nel nuovo sistema un dato è più significativo degli altri: il Pace. Rispetto all’anno scorso questo numero è calato da 104.4 a 99.6. Va da sé che questo è un dato strettamente collegato allo stile di gioco della squadra e che il sistema di coach Alvin Gentry era perfetto nell’esaltare le potenzialità tecniche e soprattutto fisiche di Randle. L’impressionante agilità, vista la stazza, unita a un buon controllo del corpo e del pallone, lo rendono una seria minaccia per le difese avversarie quando è in grado di attaccare in situazioni dinamiche; tutt’altra storia quando si trova a giocare contro difese schierate, come sta succedendo con la sua attuale squadra.

Rispetto alla scorsa stagione ad esempio è cresciuto il numero di isolamenti a partita, da 2.5 a 3.5, ma è diminuita l’efficacia, con i punti per possesso che sono calati da 0.95 a 0.85. Al contrario, è scesa la frequenza di possessi giocati in situazioni dinamiche come rollante in un pick&roll o semplicemente da tagliante - frangenti, soprattutto il primo, che vedevano Randle eccellere: i 1.32 punti per possesso, infatti, lo posizionavano nel 92esimo percentile della Lega la scorsa stagione.

Le attenuanti ci sono tutte. Julius è finito in quella che può essere a tutti gli effetti ritenuta la franchigia più disfunzionale dell’intera NBA. La costruzione dell’attuale roster lascia più di qualche dubbio: sfuggiti i pesci grossi del mercato, la dirigenza si è buttata su Julius e altri free agent di livello inferiore per cercare di costruire un roster più o meno competitivo. Condivisibile l’idea di puntare su un giovane in rampa di lancio come Randle, ma attorno bisogna mettergli giocatori complementari, innanzitutto buoni ball-handler e tiratori pericolosi dall’arco, profili che latitano dalle parti del Madison Square Garden. Al contrario, Steve Mills ha firmato veterani come Morris, Gibson e Portis, che, oltre a non essere dei fit ottimali per l’ex Kentucky, tolgono spazio ai tanti giovani presenti a roster, in primis Mitchell Robinson.

Al momento le prestazioni e le cifre di Randle, complice il calendario favorevole delle ultime settimane, sono in netto miglioramento. Nelle prossime uscite scopriremo se si tratta di un fuoco di paglia o di un cambio di marcia del numero 30; e soprattutto se Julius è a tutti gli effetti in grado di rappresentare la prima opzione offensiva di una squadra NBA. Ciò che è certo, è che i Knicks non lo hanno messo nella migliore delle condizioni possibili per dimostrarlo.

Myles Turner

In Indiana è da ormai tre anni che aspettano la consacrazione definitiva del giovane lungo, che tanto aveva impressionato nelle sue prime due stagioni da professionista. Da allora, però, Myles è solo riuscito a riconfermarsi alle stesse cifre più o meno ogni anno, senza fare ulteriori passi avanti nel suo percorso di crescita.

Quest’anno le cifre sono addirittura calate e sono le peggiori della sua carriera, escluso il suo anno da matricola. Sono evidenti le difficoltà di Turner ed è evidente come il giocatore abbia sofferto l’emergere del compagno di frontcourt Sabonis e la sua conseguente promozione nel quintetto titolare.

Per potersi adattare a questo cambiamento a Myles è stato richiesto di aumentare la pericolosità dal perimetro. I tentativi a partita sono sì saliti, 4.4, ma la percentuale è calata dal 39% della scorsa stagione al 36%.

Guardando poi le statistiche on/off court, si nota come la squadra faccia meglio quando il giocatore non è in campo: Net Rating di 1.6 e Defensive Rating di 105.8 con Myles sul rettangolo di gioco, che diventano rispettivamente 3.9 e 103.2 con lui seduto in panchina. Indiscutibilmente un brutto segnale per il miglior stoppatore della scorsa stagione.

Se queste cifre non miglioreranno durante il corso della stagione e soprattutto se il fit con il lituano non migliorerà, non meravigliamoci se la società decidesse di liberarsi del corposo contratto di Turner ($72M garantiti fino al 2023) in cambio di giocatori più funzionali all’attuale roster di Indiana. Mentre a inizio stagione si paventava uno scambio per Sabonis, con il quale le contrattazioni per il nuovo accordo si dilungavano, ad oggi non vi sarebbero molti dubbi su chi dei due dovrebbe essere sacrificato.

Mike Conley

Il passaggio da Memphis a Utah è stato certamente un bel salto nel vuoto per il veterano classe ‘87. Dopo un’intera carriera passata tra le fila dei Grizzlies, emblema assieme a Marc Gasol e Zach Randolph del periodo migliore nella storia della franchigia, è stato acquisito via trade in estate dai Jazz, convinti che questa fosse la mossa giusta per competere ai massimi livelli. Non a caso a inizio stagione in molti li vedevano come potenziale outsider rispetto alle due squadre di Los Angeles nella competitiva Western Conference; d’altronde le aggiunte di Conley, Ed Davis e Bogdanovic ad un core solido formato da Mitchell, Gobert e Ingles, facevano ben sperare.

Al momento però la squadra ha faticato più del previsto (ad oggi sesti nella Western Conference con un record di 20-12) e soprattutto l’inserimento di “Money Mike” nel sistema di Coach Snyder è stato alquanto difficoltoso.

Come da lui stesso ammesso, sono state più le ore di video passate a studiare i movimenti dei compagni che quelli degli avversari. Un dato è significativo al riguardo: oltre al numero di turnover (2.1 a partita) salito rispetto alla scorsa stagione, il rapporto assist/palle perse (2.18) è il più basso in carriera.

Le difficoltà sono poi evidenti nei frangenti in cui gioca pick&roll da palleggiatore, l’arma principale del suo gioco offensivo e situazione in cui ha sempre primeggiato. Quest’anno gioca 8.4 possessi a partita in questo modo, da cui la squadra ricava solo 0.72 punti per possesso, posizionandosi nel 30esimo percentile. L’anno scorso, con all’incirca la stessa mole di possessi, i punti erano 0.96 (81esimo percentile).

Al momento Conley è a tutti gli effetti un pesce fuor d’acqua e i recenti problemi fisici di certo non sono d’aiuto. In questi casi, quando è la chimica fra compagni che manca, non c’è molto da fare se non aspettare che con il tempo e le ripetizioni si sviluppi un’intesa naturale fra i giocatori. Per fortuna di Utah, Conley ha tutta l’esperienza e il QI cestistico necessario per superare un periodo del genere.

Lauri Markkanen

“Sembra quasi che non siano in campo, che i compagni di squadra non li vedano.”

L’immagine più calzante riguardo l’inizio di stagione del finlandese e di Wendell Carter Jr l’ha fotografata Matt Devlin, il telecronista di casa Raptors, durante una recente sfida tra la sua Toronto e Chicago. E in effetti a guardare le partite dei Bulls è proprio questa l’impressione; due giocatori giovani e di talento che per motivi diversi faticano a imporsi, a mostrare appieno le loro potenzialità.

Per quanto riguarda Lauri, Coach Boylen ha in parte provato a giustificare le sue prestazioni sottotono adducendo un piccolo fastidio muscolare che si è trascinato per le prime settimane di stagione. Non mettiamo in dubbio la gravità di questo problema, ma a guardare le prestazioni del finlandese è chiaro che ci sia qualcos'altro.

Il gioco offensivo di Chicago quest’anno rispetta alla perfezione il dogma tanto in voga del “Moreyball”, ovvero conclusioni esclusivamente da tre e nei pressi del ferro; il mid-range non esiste e da esso infatti i Tori ricavano solo il 4.7 % dei punti segnati, dato in calo rispetto al 10.2% dello scorso anno.

Va da sé che anche la selezione di tiri di Markkanen sia mutata. In particolare è calato il totale dei tiri derivanti dal mid-range, per l’appunto: mentre l’anno scorso erano 2.2 a partita, quest’anno sono 0.6.

Questo cambiamento, seppur fatto nella migliore delle intenzioni, ha per forza di cose penalizzato il gioco del finlandese, forzato ora a cercare con maggiore frequenza il tiro da fuori o la penetrazione al ferro. La terra di mezzo non esiste, e con essa è sparito, letteralmente, anche il gioco in isolamento del numero 24; se si vanno a cercare dati relativi a questa situazione di gioco su NBA.com infatti si trova una pagina desolatamente vuota.

È vero che in questa particolare situazione di gioco l’ex Arizona non ha mai eccelso, come dimostrano i dati dello scorso anno, che lo collocavano nel decimo percentile della Lega; è altresì vero che un giocatore del genere ha bisogno di prendere ritmo e guadagnare dei viaggi in lunetta, per poi giocare con una fiducia e una confidenza diversa.

Come in ogni problema le cause vanno ricercate da entrambe le parti in questione. Markkanen difatti non sembra al top della condizione fisica e questo lo si nota anche dalla poca aggressività con cui scende in campo. Di contro però - mia personale opinione - lo staff tecnico non sta facendo di tutto per metterlo nelle condizioni di esprimere il suo talento, e visto il giocatore in questione è un peccato capitale.

Aaron Gordon

Per l’ala degli Orlando Magic vale più o meno lo stesso discorso fatto in precedenza per Myles Turner. Per anni ha rappresentato la miglior promessa dei Magic, la pietra angolare su cui fondare la ricostruzione della squadra e dopo un incoraggiante inizio di carriera in molti pensavano potesse effettivamente diventare la stella della squadra.

Ciò però, complice l’affermazione di Vucevic lo scorso anno a livelli da All-Star e la continua crescita del compagno di reparto Isaac, non è avvenuto e anzi quest’anno le cifre sono calate sensibilmente. Dopo la stagione 2017/18, che, numeri alla mano, lo aveva visto imporsi come miglior giocatore della franchigia, ci si aspettava un’ulteriore crescita da parte del nativo di San Jose. Già la scorsa annata, però, ha deluso queste aspettative, riuscendo a malapena a confermare le cifre e le prestazioni della stagione precedente.

Quest’anno non solo non si è confermato ai suoi livelli, ma anzi la sua produzione offensiva è calata sensibilmente, passando dai 16.0 ppg del 2018/19 ai 13.2 di queste prime 32 partite. Ciò in parte si spiega con le brutte percentuali dal campo, un 40.4 % complessivo che rappresenta il peggior dato della sua carriera, e in parte con una sempre minor centralità nel sistema offensivo di Orlando.

Viste le percentuali è auspicabile e prevedibile un miglioramento. Ma ciò che già l’anno scorso è diventato chiaro e che questo abbrivio di stagione ha riconfermato, è che difficilmente Aaron Gordon diventerà il giocatore-franchigia degli Orlando Magic.

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