• Marco Richiedei

Dove si giocherà la prossima stagione?


FOTO: Raptors Republic

Questo articolo, scritto da Arsenalist per Raptors Republic e tradotto in italiano da Marco Richiedei per Around the Game, è stato pubblicato in data 5 ottobre 2020.



Vedere 16.000 tifosi all'Arrowhead Stadium per la partita tra Chiefs e Titans non può che suscitare un mix di "emozioni contrastanti": è difficile capire se si tratti finalmente di una vittoria contro il Coronavirus, di un tentativo o di un necessario compromesso finanziario.


Vedere i tifosi presenti allo stadio fa sicuramente sperare in un graduale ritorno alla "normalità", anche se queste speranze potrebbero essere deluse dai recenti picchi di casi, tra le altre zone, in Ontario. Con 80 casi al giorno la situazione potrebbe forse essere sotto controllo e i tifosi potrebbero finalmente tornare nei palazzetti, ma con più di 500 casi le cose si complicano un po’.

La mancata presenza di fan negli stadi ha creato senza dubbio enormi problemi finanziari alla Maple Leaf Sports & Entertainment (MLSE). In base ai dati del 2018/19, la società sta perdendo circa 110 milioni di dollari di entrate annuali - senza contare le entrate derivate, per esempio, dalla vendita di cibo e abbigliamento durante le partite.


La società si ritrova quindi a dover recuperare una grande quantità di denaro: un tentativo di ricavare almeno una percentuale della somma persa è già stato messo in atto. I Chiefs, così come le sei squadre della NFL che hanno scelto di far tornare i tifosi sugli spalti, puntano per esempio a riempire all’incirca il 20-25% della capacità complessiva delle loro strutture (che, ricordiamo, sono comunque all'aria aperta).

Per i locali al chiuso, invece, le cose si fanno molto più rischiose e complicate.


Tutte le valutazioni per un’eventuale riapertura della Scotiabank Arena di Toronto devono essere fatte nel rispetto dei programmi e delle procedure di riapertura stabilite dall’amministrazione dell’Ontario:



Il grafico mostra le tre fasi previste dall’amministrazione provinciale dell’Ontario per un graduale ritorno alla normalità. Ciò che si sta facendo al momento è essenzialmente fingere di essere in fase 3 (“ripresa definitiva”), quando la realtà quotidiana dimostra che si è ancora in piena fase 2 (“lenta e graduale riapertura”).


In questo contesto risulta davvero difficile immaginare che i fan possano tornare nei palazzetti. In fase 2, teoricamente, non sarebbero nemmeno permesse le partite di basket:

Gli sport di squadra in cui il contatto corporeo tra i giocatori è parte integrante dello sport o si verifica spesso durante lo sport, non sono ancora permessi, a meno che l'approccio non possa essere modificato per evitare un contatto fisico prolungato o intenzionale.

In qualche modo si è riusciti a superare queste questioni burocratiche, ma anche se la provincia dell’Ontario riuscisse a raggiungere un numero relativamente basso di casi entro dicembre, ci sarebbe comunque un altro problema, forse ancora più grande.

Il calendario della prossima stagione, visto il livello di organizzazione e coordinamento delle 30 squadre, creerebbe di fatto delle situazioni piuttosto rischiose. I viaggi sarebbero probabilmente la maggiore causa di esposizione al Covid-19, ma anche l'organizzazione tempestiva e puntuale dei test e dei relativi risultati rappresenterebbe una sfida non da poco.

E se non ci sono nemmeno i tifosi sugli spalti, che senso avrebbe viaggiare? Perché correre tali rischi, se si può incassare solo il 20% delle entrate totali (probabilmente anche meno, visto che si tratta di ambiente chiusi)?


Bisogna poi considerare che, in un contesto simile, i costi fissi per il mantenimento di un palazzetto potrebbero persino superare le entrate. Si potrebbe allora prendere come esempio il settore turistico: la strategia adottata in questo ambito sembra essere quella di tagliare i costi variabili e di ridurre i costi fissi dal 40% al 20% circa, in modo da poter sostenere le uscite senza ulteriori perdite.

La principale differenza tra l’ambito turistico e quello sportivo consiste nel fatto che le strutture ricettive non dispongono di molte opzioni per recuperare il denaro perso. In NBA, invece, ci sono ancora i diritti televisivi che, se rispettati, possono generare abbastanza profitto per far fronte alle spese nel breve termine.

Aprire i palazzetti ai tifosi è quindi una scelta rischiosa, in quanto va a compromettere gli introiti “sicuri” e garantiti dai diritti televisivi.


Una buona soluzione potrebbe essere quella di giocare la prossima stagione in più “bubble”, sparse eventualmente in tutta la nazione, dove la situazione può essere controllata e monitorata costantemente.


È anche possibile che le squadre ricevano delle esenzioni per giocare nelle arene, ma sarà comunque difficile ottenere un consenso.


Adam Silver ha recentemente parlato del suo desiderio di giocare di nuovo nei palazzetti, piuttosto che in una bolla:

"Continuo a credere che sarà meglio iniziare la nuova stagione a gennaio. L'obiettivo per noi è quello di giocare una stagione standard con 82 partite e Playoffs. E poi, l'obiettivo sarebbe quello di giocare in casa davanti ai tifosi, ma c'è ancora molto da fare..."

Questo equivarrebbe a replicare l’esperienza della bolla di Disney World in 30 città, progettando però anche un piano per far entrare i tifosi, cosa che non è stata possibile a Orlando.


In un comunicato precedente era stato proposto di disputare la stagione da marzo a ottobre, il che garantirebbe la possibilità di vedere i tifosi (magari anche già vaccinati) nei palazzetti. Da un punto di vista economico potrebbe essere l'opzione più redditizia.


Per ora, in ogni caso, possiamo affermare con certezza che:

  • La bolla di Orlando ha funzionato

  • La presenza di più bolle potrebbe essere una buona soluzione, in quanto si tratterebbe di replicare procedure già sperimentate

  • Giocare nei palazzetti senza i fan potrebbe produrre risultati bivalenti: dipende molto dalle scelte politiche e il beneficio finanziario potrebbe non esserci

  • Giocare nei palazzetti con un numero ridotto di fan potrebbe rappresentare un rischio per la diffusione del virus e dipenderebbe dalla capacità di ogni singola città di gestire i contagi

  • L’idea di giocare nei palazzetti senza limitare o ridurre il numero di fan non è nemmeno da prendere in considerazione