• Luca Rusnighi

E se i Bucks non avessero scambiato Marbury con Allen?



Questo articolo, scritto da Mike Konicek per The Lead e tradotto in italiano da Luca Rusnighi per Around the Game, è stato pubblicato in data 18 agosto 2020.



Di recente, Netflix ha aggiunto un nuovo documentario al suo catalogo. A Kid From Coney Island, dedicato a Stephon Marbury, ha fornito ai fan della palla a spicchi l’ennesimo diversivo durante la “stagione della pandemia”.


Non sarà un epopea in dieci parti come The Last Dance, ma ha comunque il suo impatto e solletica la mente degli appassionati di NBA, spingendoli a chiedersi: “What if?” (E se...?)


I tifosi dei Bucks potranno anche essersi scordati dell’effetto-farfalla avuto da Marbury sulla franchigia. Nel bel mezzo di quella che è probabilmente la più surreale stagione di sempre nella NBA, rivisitiamo uno dei Draft più incredibili nella storia della Lega.


Il Draft 1996


Vi ricordate di quando i Bucks scelsero Ray Allen? Ah già, non lo scelsero. I Bucks selezionarono Marbury con la pick n. 4 nel 1996.


Il livello di talento quell’anno era elevatissimo: quattro Hall of Famer nella classe del 2018, tra cui Allen. Il fatto che Charlotte aspettò fino al numero 13 per accaparrarsi Kobe Bryant (classe 2020) è probabilmente la cosa più folle di quel Draft. La maggioranza dei fan dei team precedenti si chiederà: “E se la mia squadra avesse scelto Kobe?”


Ma per i tifosi dei Bucks, pensare a Ray Allen che non viene ceduto a Milwaukee è una cosa ancora più ridicola. I Minnesota Timberwolves avevano messo gli occhi addosso a Marbury con la quinta scelta assoluta e i Bucks ne approfittarono, selezionandolo e usandolo immediatamente come pedina di scambio.


Ma cosa sarebbe successo se non l’avessero scambiato? All’epoca, è questo che i fan volevano. Difficile ammetterlo oggi, ma i supporter dei Bucks non avevano approvato la decisione del GM Mike Dunleavy.


FOTO: NBA.com

Il primo “What If”


Certo, tenersi Marbury e il non dover gestire una sua dolorosa partenza avrebbe avuto i suoi lati positivi. E poi, sappiamo per certo che un triangolo George Karl-Herb Kohl-Marbury avrebbe funzionato meglio? Presumibilmente no.


Ma ciò vuol dire anche che le tensioni tra Marbury e il suo ex compagno ai Timberwolves Kevin Garnett con tutta probabilità non si sarebbero manifestate. Siamo realistici: anche se Marbury avesse segnato 35 punti a gara, Milwaukee non sarebbe stata in grado di dargli un megacontratto del calibro di Garnett, che firmò con Minnesota un’estensione record da 126 milioni.


Marbury la prese come un insulto personale perché riteneva di meritare altrettanto, anche se la NBA aveva restrizioni sotto quest’aspetto. Questo portò Stephon a chiedere di essere ceduto - ai Knicks o ai Nets.

I Bucks avrebbero potuto pagarlo di più? La risposta più logica è “probabilmente no”. La franchigia del Wisconsin aveva concesso ad Allen un prolungamento di contratto da 70.9 milioni di dollari. Nello stesso periodo, i Timberwolves offrirono a Marbury un’estensione di sei anni per 71 milioni.


Un combattente frustrato


Che Stephon Marbury sia un combattente è fuor di dubbio.


Un’altra leggenda dello street-ball con un amore infinito per il gioco forse sarebbe bastata per convincerlo a restare con i Bucks. Milwaukee avrebbe potuto creare un team assai competitivo con “Starbury”, Glenn Robinson ed eventualmente Vin Baker, da trattenere con un rinnovo contrattuale. E può darsi che quei 71 milioni sarebbero apparsi più appetibili, se Marbury fosse stato parte di una formazione vincente e se non si fosse sentito poco rispettato dal front office.


E ancora: se avesse firmato l’estensione prima dell’offerta stratosferica dei Timberwolves a Garnett, Marbury avrebbe potuto coprire un ruolo più positivo all’interno della squadra. Nei Bucks avrebbe fatto la parte del leader, dell’All-Star, e sarebbe stato il volto della franchigia. Il che non accadde a Minnesota.



Il secondo “What If”


Non è poi così facile per gli amanti del Gioco sostenere che una formazione guidata dal tandem Marbury-Robinson avrebbe avuto più successo di una capitanata dall’accoppiata Marbury-Garnett. Probabilmente non sarebbe stata una squadra da titolo, tantomeno nel triennio 1996-1998 con i Bulls a farla da padrone. Per cui dimentichiamoci dei Bucks che tengono Marbury nel Draft, e proviamo a immaginare come sarebbe stato nel secondo caso.


Dopo un calo di minutaggio durante la stagione 1998/99, Marbury chiese di essere ceduto. Non solo perché il rapporto con Garnett e con il front office era estremamente precario, ma anche perché a Stephon non piaceva vivere a Minneapolis. Perciò pretese che i Wolves lo mandassero o a New Jersey o a New York, mettendo in chiaro che non avrebbe firmato per nessun’altra squadra.


Anche se a Milwaukee ci fosse stata una squadra da titolo? Probabilmente non avrebbe fatto differenza. Ma io ci credo, ai miracoli. E se siete fan di una qualunque squadra di Milwaukee, anche voi ci dovete credere.



Miracoli?


Considerando il fatto che il loro playmaker Terrell Brandon era reduce da un infortunio e non era particolarmente contento dell’offerta ricevuta, i Bucks sapevano di doversi attivare. Il GM Bob Weinhauwer si era cestisticamente infatuato di Sam Cassell dei New Jersey Nets. Il 3 novembre 1999, uno scambio a tre mandò Brandon a Minnesota, Marbury a New Jersey e Cassell a Milwaukee, facendo tutti contenti.


Ma ipotizziamo per un attimo che questo scenario non fosse stato causato da una combinazione di gelosia (da parte di Marbury) e d’infatuazione (da parte di Weinhauwer nei confronti di Cassell). Cosa sarebbe successo se il GM dei Bucks si fosse interessato a Marbury? E se i Timberwolves avessero ceduto quest’ultimo a Milwaukee senza curarsi del suo desiderio di giocare vicino a casa? Forse quella versione dei “big three” avrebbe ottenuto maggiori risultati. Avrebbe battuto i Sixers di Allen Iverson? Può darsi. Avrebbe avuto la meglio sui Kobe e i Lakers? Difficile a dirsi, ma visto che comunque non sono obiettivo, perché no?


Nelle sue 172 partite con i Nets, Marbury fece registrare 23.2 punti e 8.3 assist in 39 minuti di media. Confrontati con le statistiche di Ray Allen nei Bucks, sulla carta i numeri di Marbury sono leggermente migliori rispetto a quelli di Cassell. Allen segnò 22.6 punti con il 40% da tre in 36.2 minuti, mentre Cassell si assestò sui 18 punti con 6.7 assist per gara in 33.2 minuti. Un trio Marbury-Allen-Glenn Robinson (21.1 punti in 37.3 minuti a sera) avrebbe fatto molti più danni nella Eastern Conference.



La realtà


È una teoria folle. È da matti pensare che i Bucks si sarebbero potuti permettere tre giocatori di quel calibro. E convincersi che la città di Milwaukee possa avere di più da offrire rispetto alle Twin Cities (o a NYC) è un’ipotesi ridicola. È una chance su un milione.


Ma se fosse successo, i Bucks avrebbero potuto salvare la carriera di Marbury.


I tifosi sportivi del Wisconsin sono noti per la loro lealtà. Anche Allen ha riconosciuto pubblicamente il loro affetto. L’ex playmaker dei Bucks Brandon Jennings, dal canto suo, ha dimostrato il suo amore per la città, tornando con la squadra dei cerbiatti nella stagione 2017/18.


Rispetto


Nonostante i suoi problemi razziali, Milwaukee è fatta di persone che adorano lo sport. I tifosi sono per la maggior parte rispettosi e amichevoli nei confronti dei giocatori e degli ospiti. Non si può dire lo stesso di New York.


Anche se Marbury giocava ai Nets, moriva dalla voglia di tornare a casa. “Starbury” stava facendo benissimo con i Nets, ma New Jersey non vinceva. E questo portò a problemi comportamentali che finirono per incancrenire lo spogliatoio e che seguirono Stephon a Phoenix e nella Grande Mela, dove indossò la canotta dei Knicks. Ed è qui che la carriera NBA di Marbury andò a concludersi: nel Bronx, nella sua città natale.


La pressione dell’ennesimo ritorno a New York per giocare di fronte al pubblico di casa si rivelò eccessiva. Se poi ci mettiamo alcuni dei media più aggressivi d’America, ecco che fallire diventa quasi inevitabile. Oh, e Marbury odiava il coach. Una situazione terrificante a dir poco.


Ci fa più che piacere vedere Stephon Marbury oggi. A Pechino, in Cina, è una leggenda, ed è bello sapere che un cestista con tanto amore per il gioco ha finalmente trovato pace sul campo. Ma paradossalmente, credo che avrebbe potuto raggiungere quella serenità molti anni fa, al Bradley Center.



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