• Alberto Pucci

El Pícaro

Dai campetti della sua prima squadra a Córdoba al Colorado. L'infinito ed improbabile viaggio di Facundo Campazzo, l'ultimo argentino ad aver conquistato il cuore della Lega.



Nel mio ormai quinquennale innamoramento della cultura ispanica, una delle figure che mi ha sempre affascinato in maniera inesplicabile è quella del pícaro; è questo il frutto letterario dell’endemica disillusione e dell’amara ironia della Spagna cinquecentesca e lo specchio di qualunque società in declino.


Il termine, che appare tra le prime volte in quel capolavoro quasi sconosciuto che è il “Lazarillo de Tormes”, indica un giovane di umili origini, che, pur essendo senza mezzi, riesce grazie alla propria furbizia e agli espedienti che raccoglie lungo il cammino ad avere successo nella vita, dopo aver girovagato per un lungo periodo.


Con le dovute differenze che certamente occorrono tra un servo salamantino del Cinquecento e uno sportivo dei nostri tempi, questa definizione non può che rimandare a Facundo Campazzo.

Come il protagonista dell’opera, il numero 7 è riuscito, partendo dalla condizione più svantaggiata, a raggiungere a fatica un’agognata realizzazione, imparando qualcosa da ognuna delle figure-cardine che si sono poste lungo il suo cammino.


Da mamma María Elena a Pablo Laso, infatti, sono tante le persone che hanno reso la piccola scheggia impazzita che a 5 anni correva perché aveva paura del buio il fenomeno che oggi ammiriamo sui parquet della Lega più bella del mondo.


Le Origini, Córdoba e il Fútbol


Facundo Campazzo nasce a Córdoba, città universitaria nel nord dell’Argentina, il 23 marzo del 1991.

Cresce con la madre, ex-giocatrice di hockey su prato, e il fratello Marcelo che, più grande di sette anni, sarà per tutta la vita il suo punto di riferimento. Il padre Ricardo, ex-portiere, si trasferisce presto a La Rioja, dove forma un nuova famiglia.

Doña María Elena, con tipica ironia argentina, ricorda come già da bambino Facu mostrasse quelli che saranno poi i tratti caratteristici della sua carriera:

Da Bambino, Facundo era tremendo. Non era maleducato, a scuola si comportava bene, ma era decisamente iperattivo. In ogni secondo doveva fare qualcosa, altrimenti iniziava a dire che si stava annoiando. Un giorno, per esempio, stava tirando la palla sul soffitto. Ad un certo punto tira giù un pezzo enorme di intonaco, che prende in pieno la televisione. Io mi sono messa a ridere. Gli è andata bene: poteva finirgli in testa”.

Per evitare altri incidenti domestici, e forse anche disciplinare quel bambino già irascibile e testardo -segni inconfondibili di quel morbo innato che è la garra- madre e fratello decidono di portare il piccolo Facu, 4 anni, alla scuola calcio del Municipal de Cordoba, dove giocava anche Marcelo.


Con i piedi non se la cava male, e il fratello maggiore lo chiama anche per partite contro ragazzi più grandi, perché:

“Facu partiva difensore e finiva come punta da quanto correva”.

L’attrazione per la palla a spicchi, però, non tarda a venire, e per qualche anno il giovane argentino porta avanti entrambi gli sport, finché è ancora María Elena ad intervenire, con un altro dei suoi famosi aut aut:

“Gli ha detto di scegliere” - ricorda ancora Marcelo - “anche perché gli orari si intersecavano e lei non riusciva a portarlo ad entrambe le attività.”


Facundo non ha dubbi: a circa 11 anni, decide di concentrarsi sulla palla a spicchi. Riempie la camera di foto di Iverson, Carter e Kobe Bryant e si fa inviare periodicamente da sua cugina, che vive a Miami, riviste per studiare al meglio i suoi nuovi idoli, oltre a delle scarpe introvabili in Argentina e una canotta di Charles Barkley – “Quella viola, di Phoenix, la tengo ancora in casa”, ricorda Marcelo.


FOTO: Basquetplus.com, Gabriel Rossenbaum

L’innamoramento definitivo non può che arrivare qualche anno dopo, quando l’Albiceleste dei suoi idoli e futuri amici Ginobili, Scola e Prigioni vince le Olimpiadi di Atene in una memorabile finale contro gli Azzurri.


È l’inizio della Generación Dorada, di cui Facundo è il continuatore; e, per alcuni, l’ultimo esponente.


Il Peñarol, l’incontro con il mentore e la consacrazione nazionale


Come Lazarillo e i tanti picari letterari, tra cui molto forzatamente anche il Don Chisciotte, Facu ha bisogno, per affermarsi definitivamente, di lasciare i luoghi che considera casa, in modo da farcela da solo realizzandosi con i mezzi che raccoglie lungo il cammino.


È così che, a 16 anni, convince la sua famiglia e accetta l’offerta del Peñarol Mar del Plata, trasferendosi a 1.100 chilometri da Córdoba.

Si tratta di un club relativamente piccolo, che non vince un campionato da quasi quindici anni, ma che sta costruendo per creare la prima dinastia del basket albiceleste. La situazione ideale per Facundo, che infatti rimarrà lì per sette anni.


I primi tempi non sono facili, né per Mamma Mary, che si trova di colpo senza i due figli - Marcelo nel frattempo si è sposato - né per Facu, che, nonostante il talento, incontra qualche difficoltà.


I due, però, in pieno stile familiare, non si perdono d’animo: doña María viaggia ogni weekend diciassette ore per poter vedere il suo nene e Facundo invece passa sempre più ore nella palestra dell’Impianto Islas Malvinas, giocando 24 partite con la prima squadra nella stagione 2008/09.


É proprio in questo primo scampolo di basket professionistico che Facundo incontra, come ogni vagabondo che si rispetti, il mentore che lo guiderà durante le tappe più importanti della sua vita sportiva: Sergio “El Oveja” Hernandez, il coach che sia il Peñarol che l’Argentina hanno scelto per diventare definitivamente grandi.


All’apparenza, si tratta dell’ultima persona con cui uno come Campazzo potrebbe andare d’accordo: è metodico, disciplinato, parla con tono basso e pacato, e, soprattutto, non risparmia nessuno dalla sua sferzante ironia, nemmeno l’Argentina, l’altro grande amore della sua vita insieme alla pallacanestro.


“Nella mia vita ho sempre guadagnato in pesos, però col peso che un giorno vale un terzo di dollaro e il giorno dopo un ventesimo: l’unica cosa che l’Argentina non mi ha fatto conquistare è il denaro.” (Sergio Hernandez)

Alla Oveja, la Pecora - anche sul soprannome si potrebbero scrivere trattati - avere un giocatore di rottura dalla panchina piace molto, e trova in Campazzo l’idealizzazione del suo basket rapido e preciso. Il numero 7 passa così da 24 a 48 partite giocate e segna 5.7 punti a sera, venendo nominato rivelazione del campionato 2009/10.


Il suo apporto è decisivo per chiudere la stagione perfetta: i Milrayitas, infatti, vincono Súper 8 (il torneo tra le migliori 8 squadre del girone d’andata), Coppa d’Argentina, Liga de las Americas -l’equivalente dell’Eurolega- e campionato, in una finale contro l’Atenas di Córdoba che sa tanto di chiusura del cerchio.


FOTO: ahoramardelplata.com


Durante la preparazione della stagione successiva, però, arriva una notizia che cambia per sempre la carriera del giovane Campazzo: il playmaker titolare e capitano della squadra Pablo “Tato” Rodriguez è costretto a ritirarsi per problemi cardiaci.

La società non sa bene come muoversi, ma a chiarire ogni dubbio ci pensa ancora El Oveja, che ha visto abbastanza per prendere una decisione:

"El Base titular de mi equipo es Facundo Campazzo".

Inizia così una nuova carriera per il numero 7, che viene aiutato in questa transizione da un altro nativo di Córdoba: Léo Gutierrez, l’ala grande della squadra e il giocatore più vincente del basket argentino.


Il medagliato ad Atene 2004 e Pechino 2008 marca stretto Facu e diventa il suo nuovo modello: gli fa cambiare le sue disastrose abitudini alimentari, gli vieta di prendersi quelle lunghe pause in allenamento a cui era abituato e gli insegna la costanza e la disciplina che servono per essere un campione.


Il risultato è fenomenale: altri tre titoli, di cui due di fila (con il #7 MVP delle Finali) e due Súper 8.

É proprio alla fine di quest’ultimo, nel 2013, che il veterano mostra per la prima volta tutto il riconoscimento e l’affetto verso il compagno:

“Facu merita tutto quello che gli sta succedendo. Lavora ogni giorno come se fosse l’ultimo. Sono molto contento che sia in Nazionale e si parli di lui per l’NBA o l’Eurolega. Tutti noi qui abbiamo visto la sua crescita. E siamo molto contenti.”

Parole che suonano come un saluto affettuoso: ed infatti il vagabondo Facundo è già pronto per una nuova tappa.


La Spagna: dai problemi di Madrid al successo di Murcia


Durante i primi giorni di agosto del 2014 accade quello che tutti i tifosi di Mar del Plata si aspettavano da tempo: Facu lascia dopo 7 stagioni i Milrayitas e si accasa al Real Madrid, fortemente voluto dal Presidente Florentino Perez, che sarà sempre un suo grande estimatore.


Per Campazzo non è solo l’approdo al basket europeo, ma anche un tentativo di rivincita dopo essersi reso eleggibile al Draft 2013, senza che nessuna squadra NBA avesse voluto accaparrarsi i suoi diritti.

A Madrid trova in panchina Pablo Laso, l’opposto dell’Oveja, se non fosse per il DNA vincente di entrambi: aggressivo, duro, rabbioso nelle sue esternazioni, molto simile, da giocatore, proprio allo stesso Facundo, essendo stato anche lui un playmaker di 175 centimetri.

FOTO: Real Madrid

L’inizio sembra essere promettente, almeno nella Liga, con addirittura la prima partenza in quintetto che arriva già il 19 ottobre contro Badalona. Tuttavia, un brutto infortunio alla fine di novembre lo costringe a stare fuori qualche settimana.


Al rientro, coach Laso lo utilizza come terza o quarta opzione, dietro a mostri sacri come Rudy Fernandez, Sergio Llull e “El Chacho” Rodriguez, facendo giocare Facu una media di 11 minuti in Liga e 8.7 in Eurolega: non abbastanza per ambientarsi.


Perez e Laso, però, vogliono dare ancora una possibilità all’argentino e lo mandano a farsi le ossa a Murcia, squadra di metà classifica senza particolari ambizioni in cui potrà imparare a gestire il maggiore tatticismo del campionato spagnolo. Già dalla presentazione appare chiaro come il #7 non sia andato lì da studente.


“Abbiamo il gruppo giusto per fare qualcosa di importante.”

Dopo un inizio in sordina, con tre sconfitte nelle prime tre, contro Siviglia arriva la prima dimostrazione di come non fosse la classica frase di circostanza: 25 punti e vittoria che dà il via all’ottima stagione dei giallorossi, che chiudono con 18 vittorie e 16 sconfitte ed una qualificazione ai Playoffs dal sapore particolare: l’avversario, infatti, sarà proprio il Madrid.


L’inizio della Serie contro la Casa Blanca è un manifesto del Basket di Campazzo: aiuto in post-basso su Maciulis, salto miracoloso che propizia la stoppata del compagno, recupero del pallone, corsa forsennata in contropiede e assist dietro la schiena a José Ángel Antelo per il 4-2 Murcia.



La partita, tuttavia, verrà persa da Murcia per 107-103, nonostante i 25 e 9 assist dell’argentino, e anche la serie, pur con fatica, sarà appannaggio del Madrid.

Campazzo chiuderà con 22 punti, 7 assist e 3.6 rimbalzi di media i suoi Playoffs, abbastanza per convincere il Real a rinnovare il suo contratto e rispedirlo a Murcia per completare il suo processo di formazione.


Prima, però, bisogna rispondere alla chiamata della Oveja e partire per le Olimpiadi di Rio, dove si deve riscattare la medaglia di legno di quattro anni prima.


Rio, il palcoscenico internazionale


L’Argentina non partiva certamente per le Olimpiadi brasiliane con i favori del pronostico.

La Generación Dorada sembrava essere al capolinea e i rincalzi, tra cui lo stesso Facu, non erano considerati all’altezza.


Non erano pochi a pensare che le quattro qualificate ai quarti di finale del gruppo B sarebbero state Lituania, Brasile Croazia e Spagna, con Argentina e Nigeria costrette a lasciare il Villaggio prima del tempo.

Hernandez, stesso, pacato come al solito, avevo provato a spiegare ai sempre esigenti tifosi argentini che la situazione era ormai cambiata:

“In Argentina abbiamo questo concetto che il secondo è il primo dei perdenti, un concetto assolutamente sbagliato. Non è la posizione finale a darti il successo, io che lavoro nello sport da 25 anni lo so.”

Le prime due partite, però, mostrano tutta un’altra storia, con l’Albiceleste che batte agevolmente Nigeria e Croazia. Contro la Lituania, invece, arriva il primo stop, in una partita aspramente criticata in patria per l’atteggiamento remissivo.


Appare ormai chiaro, con la Lituania in fuga e Spagna e Croazia che migliorano giorno dopo giorno, che a decidere il passaggio del turno sarà Argentina-Brasile. A Rio, con 11.000 brasiliani in festa, la situazione ideale per raggiungere l’unico vero obiettivo che El Oveja ha dato ai suoi giocatori e alla stampa:

“L’unica cosa che conta è lasciare un’impronta argentina sui Giochi.”

Facundo ascolta il suo allenatore ed esegue, chiudendo con 33 punti e 11 assist una delle più belle partite mai giocate in contesto olimpico.

Parte con una tripla frontale per il 5-4, per poi trovare 4 volte Nocioni (che finirà la partita con 37 punti e 8 triple) dietro la linea del tiro pesante, chiudendo il quarto con 5 assist e 3 rubate.


Nel quarto periodo, con 8 secondi sul cronometro e dopo un tempo passato a trascinare i suoi all’inseguimento dei verdeoro, va a prendere sopra Nenê - 211 centimetri - un rimbalzo d’attacco che permette a Nocioni, con una tripla, di portare la partita ai supplementari; una giocata inaspettata, che rivitalizza l’Argentina.

I commentatori non sanno cosa dire, e uno riesce solo a ripetere:


“Che te ne pare di Facu Campazzo?”


Qui inizia la seconda partita di Facu, baluardo di energia di una squadra forte ma stanca e avanti con l’età: recupera un rimbalzo a 2:18 dalla fine del primo supplementare e segna in contropiede i due punti del -4 in Eurostep.


Un paio di minuti dopo, poi, ha ancora la forza di pareggiare la partita a quota 95 con uno slalom che lascia stupiti due difensori brasiliani; con l’avvio del secondo supplementare, è ormai chiaro che per l’Albiceleste la vittoria passa dalle mani del figlio di Mary: due triple in un minuto per il +6 esaltano i pochi tifosi argentini nell’Arena ed entusiasmano la squadra in difesa, con lo stesso Facundo, ormai onnipresente, che fa commettere all’avversario infrazione di passi in post.


Il Brasile riesce a risalire fino al 108-105, ma, su uno degli ultimi possessi, sbaglia il tiro e a recuperare il rimbalzo, anticipando tutti, persino Nocioni, c’è ancora Facundo, che chiude in questo modo la partita (che la girandola dei tiri liberi farà ufficialmente finire 111-107).




Tutto il mondo si aspetterebbe ora delle parole di eroica esaltazione in conferenza stampa, Facu, invece, si presenta con la semplicità di sempre e dice:


“Battere il Brasile sul suo campo non era una partita come le altre […] Abbiamo fatto quello che non ci è riuscito contro la Lituania: giocare bene e giocare con huevos.”

Il giornalista della Tv pubblica argentina, stupito ed emozionato, gli risponde interpretando il pensiero di tutti quella sera:


“Ora va’ a riposarti Facu, per favore.”

La Selección passerà il turno e affronterà gli Stati Uniti, in una partita senza storia dal punto di vista del punteggio, ma in cui il #7, nel segno del miglior Chisciotte che si staglia contro i potenti, affronterà faccia a faccia DeAndre Jordan dopo una dubbia chiamata arbitrale: è ormai chiaro che il futuro del basket argentino passi dalle sue mani.


Il ritorno in Spagna

Rientrato in Spagna, Facu manca di poco la qualificazione ai Playoffs con Murcia, ma le sue convincenti prestazioni, e il grave infortunio occorso a Sergio Llull, convincono Laso a richiamarlo alla base, dando vita con Luka Doncic ad uno dei backcourt più mortiferi d’Europa.


La stagione 2017/18 non è avara di soddisfazioni, né per Campazzo (che chiude il campionato in doppia cifra di media con 24 minuti di utilizzo) né per il Madrid, che porta a casa campionato ed Eurolega.

L’anno seguente, con lo sloveno accasato in Texas, Facundo prende per mano la squadra, e conquista un altro campionato spagnolo da miglior marcatore blanco della stagione.


FOTO: mundo.lavoz.com

Tuttavia sa perfettamente che l’annata non è finita: bisogna giocare il mondiale, e sulla panchina dell’Argentina c’è ancora il suo primo maestro.


La Cina: il primo vero palcoscenico NBA


La Albiceleste che parte per la Cina è ancora diversa da quella che aveva fatto un’ottima impressione ai Giochi di Rio: Ginobili, Nocioni e Delfino hanno lasciato, e del gruppo di Atene è rimasto solamente Luis Scola, per molti convocato solo per avere una degna passerella finale - perfino El Oveja dichiarerà in seguito che la speranza fosse “che potesse giocare almeno 15 minuti e darci un mano.”


Nonostante ciò, si è di fronte ad un gruppo unito, amalgamato, e in cui ognuno ha perfetta autocoscienza del proprio ruolo: Scola è il capitano, Facu il motore e leader tecnico, Laprovittola e Vildoza i finalizzatori e perfino Gallizzi è ben conscio che il suo compito sarà fare più falli possibile accompagnati ad altrettante facce innocenti verso gli arbitri.


FOTO: elsol.com.ar

Il girone della Selección, giocato nell’ancora anonima Wuhan, sembra poi perfetto per favorire una squadra che parte a fari spenti e ha bisogno di prendere fiducia con l’andare delle partite: tosto, ma non insuperabile.


I segni che quello sia un gruppo speciale si vedono già alla seconda partita; dopo la vittoria sulla Corea del Sud, infatti, la nazionale argentina batte, con uno Scola da 23 e 10 rimbalzi, la quotatissima Nigeria di Okogie, Aminu, Vincent e Udoh, assicurandosi un posto al turno successivo - confermato dalla terza vittoria su tre partite di girone contro la Russia.


É nella successiva fase di Foshan che arriva la consacrazione definitiva, con due vittorie su Venezuela e Polonia. Proprio dopo il derby sudamericano, Facu mostrerà chiaramente la dinamica di gruppo dei suoi:


“Non perdo tempo a pensare se sia il mio mondiale, non voglio sprecare energie se non per pensare a questo gruppo, al collettivo, a continuare così, il resto va da sé, se la squadra va bene allora si iniziano a vedere le individualità.”

Le sfide, però, non sembrano ancora finite per la sua Argentina, che nei quarti di finale si trova di fronte la Serbia, grandissima favorita per la vittoria del torneo. La partita, per molti scontata a favore degli uomini di Djordjevic, viene vinta 97-87 con un Facundo da 18 e 12 assist, oltre a 3 palle rubate, e un Luis Scola ancora da 20 punti.


In molti, dopo quest’ultima prestazione, riprendono le parole del Chapu Nocioni di qualche giorno prima:


“La NBA non è così perfetta, se non c’è Facundo Campazzo.”



Il resto è ben noto: Scola si prende il palcoscenico con 28 punti nella vittoria contro la Francia e Facu, con i suoi assist dietro la schiena, fa alzare il sopracciglio ad uno dei suoi idoli immortalati nella cameretta di Córdoba: Kobe Bryant, testimonial del torneo. L’Argentina cade contro la Spagna di Sergio Scariolo in finale, ma appare ormai chiaro che presto o tardi quel numero 7 da 7.8 assist a partita nel Mondiale farà il salto oltreoceano.


La "fine" del viaggio: Denver


Tornato in Spagna, Facu si consola con la nascita della sua prima figlia e il rinnovo quinquennale con il Real Madrid. La stagione 2019/20, interrotta e poi ripresa a causa della pandemia, ha per molti già il sapore di addio.


Nonostante il rinvio della offseason a causa della Bolla di Orlando, i timori dei tifosi del Madrid sembrano confermati dalle parole pronunciate da Pablo Laso dopo la vittoria della Supercoppa. L’allenatore asturiano, infatti, pur condendo il tutto con la sua proverbiale durezza, sembra voler rendere un riconoscimento al suo playmaker:


“É ancora un giocatore del Real Madrid e lo considero come tale. Ha giocato una gran competizione e ha dimostrato quanto tenga a questa maglia.”


Di lì a pochi mesi, la conferma: Facu parte in direzione Denver e ringrazia la squadra che, tra alti e bassi, ha creduto in lui:

“Il Real, al di là dei titoli, mi ha dato tutto e mi ha reso la persona che sono oggi.”

Gli inizi in Colorado appaiono rosei: i compagni lo amano - tanto che Jokic lo consacra come “il nuovo idolo dei tifosi" - e il gruppo di Mike Malone sembra aver bisogno proprio di un giocatore di rottura dalla panchina, come il Peñarol di dieci anni prima.


Campazzo è quindi pronto a scrivere l’ultimo capitolo del suo viaggio picaresco, quello del successo, anche se, come dice mamma Mary, un rimpianto c’è:

“Non ha finito le superiori, io ci tenevo.”











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