• Luca Losa

Erik Spoelstra, dai VHS a futuro Hall of Famer

Miami è tornata alle Finals dopo sei anni, in quella che è la definitiva stagione della consacrazione tra i grandissimi per il delfino di Pat Riley.


FOTO: All You Can Heat

In un recente articolo abbiamo parlato della tanto entusiasmante quanto sorprendente – non certo per loro stessi, muniti della naturale e contagiosa spavalderia del loro leader Jimmy Butler – cavalcata dei Miami Heat nella bubble di Orlando e dei suoi protagonisti.


La squadra più squadra di questi insoliti e inediti Playoffs. Un gruppo coeso, senza egoismi e primedonne. Un gruppo che ha abbracciato e fatto completamente suoi i capisaldi della Heat Culture, la filosofia che Pat Riley ha instillato nella franchigia della Florida, prima direttamente da bordo campo e poi da “dietro una scrivania”.


Una mentalità che si fonda sulla convinzione che l’unica strada per il successo sia quella che oltreoceano chiamano “grind”, che potremmo tradurre con duro lavoro. Mentalità che a non tutti i giocatori va a genio: nel 2010, dopo un inizio non entusiasmante (9-8), per i primi Heat dei Big Three Wade, James e Bosh si parlava di frustrazione all’interno dello spogliatoio nei confronti di coach Spoelstra.


Proprio Chris Bosh, arrivato l’estate precedente da Toronto, lasciò intendere che i giocatori fossero sottoposti a un regime di allenamento troppo faticoso e che avrebbero preferito un ambiente più “chill”. Quattro Finals di fila e due anelli al dito dopo, è lecito pensare che CB4 abbia cambiato idea.


Come dimostra quanto appena detto, è ben noto che certe piazze attirano stelle e free agent anche per il contorno che possono offrire al di fuori del campo di gioco. South Beach, bel tempo tutto l’anno, vita mondana con pochi eguali, un regime fiscale a dir poco conveniente e chi più ne ha più ne metta, fanno di Miami una di queste piazze.


Jimmy Butler è una superstar atipica e del “contorno” di cui sopra, a detta del suo agente, "se ne è sbattuto ampiamente". Con le storie che si raccontano e la nomea che si porta dietro, non facciamo fatica a credergli.


Galeotte furono le chiacchierate con Dwyane Wade ai tempi di Chicago, il quale, si dice, raccontò al suo vicino di spogliatoio di come non sarebbe arrivato ad apprezzare al suo massimo la Heat Culture finché non avesse cambiato squadra.


FOTO: Yahoo! Sports

Queste parole devono aver colpito particolarmente un agonista ossessivo come J-Buckets, il quale ha spinto fortemente per “portare i suoi talenti a South Beach”...


L’aura leggendaria di Riley, il DNA vincente, i titoli recenti, gli altissimi standard fisici e atletici richiesti, la cultura del lavoro sono le vere ragioni che hanno portato Jimmy - insieme a molti altri - in Florida. Se poi ci aggiungiamo un head coach con un curriculum ormai già quasi da Hall of Fame, non serve veramente altro.

C’è tantissimo di Erik Spoelstra in questa Miami da Finals. Sei anni dopo l’ultima apparizione, ovviamente sempre alla guida degli Heat, il coach di origini filippine ha ritrovato e ricostruito lui per primo l’opportunità di allenare una squadra da titolo.


La differenza è che nel 2014, e nelle tre stagioni precedenti, con LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh, Spoelstra ha sempre avuto più talento della controparte. Forse è anche per questo che il suo lavoro e le sue capacità sono state veramente riconosciute con qualche anno di ritardo. L'attuale stagione, invece, cementa la sua figura tra i migliori - se non il migliore - in circolazione. Basti pensare che FiveThirtyEight, sito specializzato in previsioni basate su centinaia di migliaia di simulazioni, dava a Miami appena il 2% di possibilità di raggiungere il palcoscenico più ambito del basket mondiale. Eppure...


Che non fosse uno qualunque, tuttavia, lo si poteva intendere dal fatto che fu lo stesso Pat Riley a designarlo come suo successore sulla panchina dell’AmericanAirlines Arena nel 2008, dichiarando che “fosse nato per allenare”.


Eppure, le loro strade hanno rischiato di non incrociarsi proprio, o quantomeno non già nel 1995. Quell’estate Riley venne designato allenatore degli Heat e una clausola nel contratto gli impedì di portarsi dietro il suo fidato video analyst. Buon per Spoelstra, che qualche mese prima venne ingaggiato dalla franchigia come video coordinator. E tutto ebbe inizio...



Grazie alla riconosciuta etica del lavoro, Coach Spo ha piano piano scalato le gerarchie, diventando assistant coach nel 1997 e director of scouting nel 2001. Ora, dopo appena 13 stagioni da head coach, ha già realizzato e ottenuto quello che in pochi colleghi hanno fatto in una carriera. Negli ultimi cinquant’anni solo tre allenatori hanno raggiunto più delle sue cinque presenze alle Finals: il suo mentore Pat Riley, Phil Jackson e Popovich.


È indubbio che questi Miami Heat verranno ricordati anche in caso di mancata vittoria. Il loro viaggio nella bubble di Orlando è stato sensazionale e ben al di sopra delle aspettative.


Il coaching staff ha tirato e sta tirando fuori il massimo da un gruppo costruito con sapienza e grandi intuizioni dal front office. Le qualità dei singoli sono sembrate combinarsi perfettamente in questi Playoffs, sempre confinate - e valorizzate - nel concetto di squadra, devote al moto perpetuo, alla fatica costante, alla grinta e alla ferocia agonistica.


Ora, lo scoglio più difficile. I Lakers di LeBron James, che guidano la serie dopo la vittoria in Game 1.


Spoelstra e LeBron sono diventati grandi insieme, con i primi anelli per entrambi nel 2012 e nel 2013. L’addio prima del previsto del Prescelto nel 2014 segnò la franchigia e la costrinse a iniziare un nuovo progetto, sempre lottando, sempre seguendo la propria filosofia. Il cammino che li ha riportati a giocarsi il titolo non è stato facile, né immune da problemi e momenti in cui il futuro non sembrava roseo.


Ma gli Heat sono sempre rimasti fedeli al loro credo.


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