• Nicola Zapparoli

Eroico


eròe s. m. [dal lat. heros -ōis, gr. ἥρως]. – 1. Nella mitologia di vari popoli primitivi, essere semidivino

al quale si attribuiscono gesta prodigiose e meriti eccezionali; presso gli antichi, gli eroi erano in

genere o dèi decaduti alla condizione umana (…), o uomini ascesi a divinità in virtù di particolarissimi meriti.

- Vocabolario Treccani

Otto giorni prima di segnare uno dei più grandi canestri della storia della Lega e il secondo walk-out buzzer beater dei Playoffs 2019, Kawhi Leonard aveva già segnato il canestro più importante della storia della franchigia per cui giocava da pochi mesi.

Gara 4 a Philadelphia era palesemente la partita chiave della serie di semifinale della Eastern Conference, e infatti negli ultimi minuti del quarto quarto non segnava nessuno. I Sixers avevano in qualche modo condotto l’intera partita, dando la sensazione di essere la squadra superiore, ma non erano riusciti a togliersi di dosso l’ombra dei Raptors, nonostante un Jimmy Butler che così, mai prima di allora. Con poco più di un minuto da giocare i canadesi sono a più uno, palla in mano. Simmons difende come meglio può (cioè bene) su Leonard, Gasol porta un blocco in punta e Embiid cambia, con i giusti tempi. Kawhi lo guarda, palleggia, sornione, lateralmente verso il gomito destro dell’area fintando propositi di penetrazione, poi fa un passo indietro, sfrutta i settanta centimetri di separazione che è riuscito a creare, e prima ancora che Embiid abbia tempo di reagire e Simmons di rendere reale il suo aiuto, ha già scagliato (kobianamente, Kawhi tira quasi dall’alto verso il basso) la palla verso il canestro. Sono tre punti, e fondamentalmente finisce lì. Perché anche nell’NBA ci sono momenti in cui quattro punti in un minuto non sono recuperabili, tirare la palla è difficile, faticoso, e segnare impossibile.

Leonard chiude la partita con 39 punti, 14 rimbalzi, 5 assist, 13/20 dal campo. Siamo 2-2. Una settimana dopo la serie finisce, sappiamo tutti come, e molto probabilmente senza questo primo canestro non avremmo mai visto quell’altro. Non solo. Perdere Gara 4 della serie contro Phila avrebbe verosimilmente significato eliminazione per i Raptors e l’inizio della de facto free agency di Leonard il giorno dopo, con scarsissime possibilità per i canadesi di trattenere il loro miglior giocatore. Leonard segna quel tiro in una partita che può voler dire l’eliminazione dei suoi e la fine della sua breve carriera oltre confine. Ma appunto: lo segna, e tutto passa. Andare via da Toronto oggi, posto che le Finals devono ancora inziare, per Kawhi sarebbe sicuramente un po’ più difficile.

Se esistesse un MVP dei Playoffs NBA, per quest’anno lo avremmo già trovato.

Se ci fossero stati dubbi su chi fosse il più forte giocatore della delebronizzata Eastern Conference, oggi non ce ne sono più. Kawhi sta giocando una post-season irreale. 31 e passa a partita, più di 8 rimbalzi, oltre 3 assist e mezzo, tirando con più del 50% dal campo, più del 41% da tre, e sfiorando il 90% ai liberi. Primo per win share nella Lega, è in compagnia di alcuni dei più grandi di sempre per il numero di partite da almeno trenta punti giocate in una singola post-season prima delle Finals. E’ già oggi il terzo giocatore per punti segnati ai Playoffs nella storia dei Raptors, secondo per numero di "trentelli", primo per partite da almeno 35 punti.

Ha regalato a Toronto le prime NBA Finals di una storia che prima del suo arrivo (e ovviamente prima di quello - precedente e necessario al suo - di Masai Ujiri) era stata troppo poco gloriosa. Se uno mai si interrogasse sul significato del termine giocatore-franchigia.

Più che un eroe, sembrerebbe un Dio, questo qua. Anche perché la sua componente umana non è stato dato di vederla molto spesso, negli anni. Eppure, c’è.

Leonard è arrivato in Canada dopo aver chiesto di essere ceduto dai San Antonio Spurs, a causa dello sgretolarsi del rapporto di fiducia reciproca che lui e i texani pensavano di avere instaurato, e desideroso di vincere a modo suo, di essere se stesso, fuori dagli schemi e dai precetti rigidi e troppo cestisticamente democratici su cui si fonda l’attacco della squadra di Popovich. Quello che Kawhi cercava lontano da San Antonio, non necessariamente a Toronto, era il riconoscimento. Difficilmente Leonard sarà mai la più grande star dell’NBA, e per quel che conta, probabilmente, non sarà mai neanche tra le prime tre. Colpa del personaggio, dei silenzi, del robotismo un po’ autistico che è il suo marchio di fabbrica. Quanto ad essere considerato il più forte giocatore della Lega, beh, siamo un po’ in un periodo di transizione, lo scettro non appartiene unanimemente a nessuno, e poter dire oggi con sicurezza che c’è un giocatore migliore di lui non è facile. E’ uno dei primi quattro, sei/sette se si vuole allargare il cerchio, e all’interno di un nucleo così ristretto fare differenze di valore è molo difficile. Scegliete voi per primi, io mi tengo gli scarti.

Quel che è certo, è che Kawhi, oltre a prendere qualunque tiro voglia in qualunque momento senza avere il vantaggio fisico di un Kevin Durant, e oltre ad avere avuto un miglioramento offensivo impensabile anche solo quando vinse il titolo di MVP delle Finals, porta ogni sera con sé la Difesa, quando scende in campo. E’ il miglior difensore della NBA, con Draymond Green, lasciando perdere premi e quintetti All-NBA, e uno dei migliori esterni difensivi della Storia della NBA.

Se nel corso della stagione regolare e dei primi due turni di Playoffs la difesa di Leonard non era stata costante né sempre richiesta dal piano partita, le cose sono cambiate nelle finali di Conference. Se ne è accorto Giannis Antetokounmpo, che nei primi cinque episodi della serie contro i Raptors ha viaggiato a sedici punti su cento possessi quando difeso dall’uomo che non sorride.

Le finali di Conference.

Il luogo dove Kawhi si è mostrato umano prima, ed è diventato eroico dopo. Se calandosi tra noi dalla condizione divina di cui godeva prima, o elevandosi a semidio da (per quanto bionico) uomo, decidetelo voi. Penso ci siano elementi per vedere come verosimili entrambi i percorsi.

I Raptors perdono, e piuttosto malamente, le prime due partite della serie a Milwaukee. Tornati in Canada non hanno alternative che vincere Gara 3 e Gara 4. Ma all’inizio della prima delle due partite casalinghe, ricadendo dopo un tiro preso, Kawhi si fa male alla gamba destra. Potrebbe essere la fine, e invece è solo l’inizio.

I Raptors non forniranno aggiornamenti sullo stato della sua gamba nel corso di tutta la serie, fatto abbastanza eccezionale nella gestione e comunicazione degli infortuni nella NBA, e Nick Nurse si rifiuta categoricamente di dire altro che: “Sta bene”. Non parrebbe. Leonard (che vedremo in quali condizioni si presenterà alle finali, che per sua fortuna non iniziano prima di giovedì prossimo) ricordandosi forse della lezione di Tim Duncan trascina la gamba nei quattro episodi successivi della serie. Non ha l’esplosività che di solito gli appartiene, eppure quando necessario continua a schiacciare. Non può battere l’uomo come è abituato a fare, e allora gli si appoggia addosso, penetra, e scarica più e meglio di quanto faccia abitualmente. Continua ad andare a rimbalzo, sempre, come se nulla fosse. Ha anche meno forza nelle gambe quando deve tirare, zoppica a intermittenza, si prende delle inevitabili pause difensive e Brogdon lo attacca. Ma lui che ha prima litigato con gli Spurs proprio per la gestione troppo poco protettiva da parte della squadra di un suo infortunio, e poi riposato in quasi tutti i back to back della sua stagione canadese (la Regular Season è stata un rodaggio, calmierato, a sforzo ridotto), non può tollerare di restare fuori dal campo neanche per un secondo se c’è il greco dall’altra parte. Giannis va sul cubo, Leonard neanche ha bisogno di parlare con Nick Nurse. Ci va anche lui, sul cubo, e si chiama il cambio.

Toronto va a un passo dallo svantaggio irrecuperabile, 3-0, ma vince Gara 3 dopo due overtime e Kawhi ne mette lì 36, con 9 rimbalzi e 5 assist. In Gara 4 manca clamorosamente Milwaukee. La quinta è un capolavoro.

Leonard gioca sul dolore, passa la palla meglio che mai nella sua carriera, segna a piacimento nel secondo tempo e porta i suoi a espugnare il campo della squadra con il miglior record della Lega nella stagione regolare. La sua partita è un trattato sulla volontà di potenza e sulla resilienza. E’ debilitato come non mai, eppure fa sempre la cosa giusta al momento giusto, e non si tira mai indietro. Lo sforzo non è mai troppo, nessun traguardo irraggiungibile. Sembra al massimo metterci un minimo di fatica più del solito, ché normalmente viene tutto naturale, senza sudore.

I Raptors hanno ribaltato una serie che erano stati ad un passo dal salutare prematuramente, e lo hanno fatto seguendo il loro miglior giocatore e la lezione di Charles Darwin. Non sopravvive il più forte, ma quello che si sa adattare meglio.

Gara 6 è stata la partita di Lowry e Siakam, e senza Fred Van Vleet chissà di che serie staremmo parlando in questo momento, ma Leonard è immenso ancora una volta. Trotterella in transizione perché non può davvero correre, e in certi momenti le sue penetrazioni sembrano i passi di uno che cammina sui tizzoni ardenti senza avere la licenza di fachiro, ma è lui con 8 punti e un assist per Ibaka a guidare il parziale di 10-0 con cui Toronto chiude il terzo quarto, riportandosi a -5 da una Milwaukee che gioca come se avanti 3-2 nella serie ci fosse lei. (E’ molto difficile vincere un titolo giocando esattamente la propria pallacanestro, il proprio sistema, senza scendere a compromessi. Toronto quest’ultima cosa ha dimostrato, e ampiamente, di saperla fare molto bene, i Bucks un po’ meno).

A inizio quarto periodo il parziale si espande fino a diventare un surreale 26-3. Milwaukee pare fuori dai giochi, rientra a -1, poi una tripla di Leonard la rimanda a -5. L’assist per Siakam a 20 secondi dalla fine e il rimbalzo in attacco sul libero sbagliato dal camerunense con il successivo fallo subito mettono il sigillo sulla partita e sulla qualificazione alla prima finale NBA della storia della sua franchigia. Alla sirena sono 27, di cui 19 nel secondo tempo, con 17 rimbalzi, 7 assist e 6 palle perse. Un indecoroso 41% dal campo, ma glielo perdoneranno i suoi tifosi.

L’infortunio che ha palesemente limitato Leonard nelle sue ultime quattro uscite (quattro vittorie contro Milwaukee, che durante la stagione aveva perso due partite di fila una sola volta, e mai tre) è quello che ha reso umano, ed eroico, un essere che per come stava giocando in questa post-season sembrava appartenere più al campo del divino; e allo stesso tempo è il tocco magico che ha reso l’uomo robotico Kawhi Leonard una divinità tra gli umani. E’ stata la sua più grande sfortuna, eppure in qualche modo una benedizione, perché ci ha permesso di ammirare l’aspetto allo stesso tempo più e meno umano di un atleta che fino a quel giorno ci era in qualche modo sfuggito.

Un agonista di primo livello, e un Campione. Con una volontà di ferro.

Kawhi Leonard voleva essere riconosciuto, andando via da San Antonio. Non ha scelto forse la strada migliore, la più ortodossa, per riuscirci, e il contesto all’interno del quale ha compiuto le sue più grandi imprese rende questo percorso ancora più particolare. Ha giocato il miglior basket della sua carriera per una squadra che chissà per quanto tempo sarà la sua, e l’ha portata là dove nessuno mai era riuscito a spingerla. La sfortuna forse è stata per una volta, almeno in piccola parte, una strana ma valida alleata. Non tanto per scrivere il risultato che Leonard e tutto il Canada volevano, ma per fare sì che venisse scritto con inchiostro indelebile.

Perché se normalmente le leggende nella NBA nascono a giugno, vada come vada, nel maggio 2019 ne è nata una.

#kawhileonard #TorontoRaptors #masaiujiri #easternconference #GiannisAntetokounmpo #NBAFinals

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