• Luca Losa

Essere figli di Pistol Pete


FOTO: Sports Illustrated

Da un articolo di William Neikirk per Chicago Tribune, tradotto in italiano da Luca Losa per Around the Game.



La guardia, gracilina, quasi fragile allo sguardo, raccoglie il pallone vagante e sfreccia lungo il campo e superando a massima velocità i difensori avversari, come fossero paletti. All’altezza della linea del tiro libero si ferma, si gira su se stesso, fa una finta, e a quel punto attacca il canestro, lasciando partire una parabola sopra al difensore: canestro, la giocata che ha permesso di assicurarsi una vittoria alla sua squadra, il William Carey College.


Quella velocità, leggerezza di movimento e fantasia confinante con l’imprudenza, tutte eseguite da un corpo improbabile, evocano la memoria di un altro giocatore di pallacanestro con lo stesso stile: “Pistol” Pete Maravich.


Ma questa volta si tratta del primogenito, Jaeson Maravich, che mostra gli stessi geni del padre e la volontà di emularlo meglio possibile. A dir la verità, non è l’immagine sputata del padre, ma la somiglianza è evidente. Come suo padre, insegue un sogno: giocare in NBA. E indossa, tra l'altro, uno dei numeri che suo padre vestì da professionista, il 44.


A tre ore di macchina di distanza, al Pete Maravich Assembly Center presso la Louisiana State University a Baton Rouge, Josh Maravich, il secondogenito del grande Pete, attende sugli spalti mentre LSU si allena. Non è stato reclutato direttamente dalla squadra, è un cosiddetto “walk-on” al secondo anno di università, il che vuol dire che presumibilmente non avrà molte occasioni per vedere il campo. Quando viene finalmente chiamato per prendere parte alla partita, non tocca molto il pallone, nonostante ai tempi dell’high school fosse uno scorer molto prolifico.


Pistol Pete ha lasciato una legacy che forse avrebbe stupito pure lui – due figli che giocano college basketball allo stesso tempo, portando sia l’onere che l’onore del nome del giocatore che più di tutti ha segnato a livello collegiale. Maravich ci ha lasciati nel 1988 a soli 40 anni, a causa di un problema cardiaco congenito, lasciando due figli vogliosi di seguire i passi del padre. Incontrando, però, altissime aspettative.


“È nel loro sangue”, commenta la madre di Jaeson e Josh, e vedova di Pete, Jackie Mclachlan. “Hanno fatto tutto da soli, è naturale per loro. È bello vederli giocare, ma ci sono anche moltissime pressioni con quel cognome.”



L’originale


Il nome non faceva ancora scalpore allora, nel 1967, quando da corrispondente della Associated Press a Baton Rouge catturai l’ultimo spezzone di una partita tra freshmen della LSU. Ai tempi per le matricole non era possibile giocare per la squadra dell’università.


Mi ci volle nulla per capire che quel ragazzino pelle e ossa, scapigliato e con i calzettoni cascanti sulle caviglie stesse mettendo su un clinic di pallacanestro. Un giornalista di Sports Illustrated era in visibilio di fianco a me.


FOTO: NCAA.com

Di lì a poco, Pete prese il pallone all’altezza della metà campo e con un secondo dalla sirena finale lasciò partire un tiro. Solo rete.


“Miglior Freshman che abbia mai visto”, commentò laconico l’inviato di Sports Illustrated.



Ritorno al futuro


Quanto a lungo ancora poteva continuare la storia dei Maravich nella pallacanestro, dopo Pete? Il sogno di Josh e soprattutto di Jaeson di entrare in NBA era particolarmente sentito.


Jaeson da senior è stato inserito nella terza squadra NAIA All-American e coach Steve Knight, che aveva costruito il suo attacco attorno a lui, credeva che potesse davvero farcela, se fosse riuscito a migliorare l’aspetto difensivo (ed evitare grossi infortuni).


James Rowley, assistente allenatore presso la Southern University di New Orleans, parlando delle qualità di Jaeson aveva sottolineato quanto le aspettative fossero un ostacolo: “la gente guarda a lui e si aspetta che faccia le stesse cose che faceva suo padre”.


Jaeson Maravich sentiva maggiormente il fardello rispetto a suo fratello minore. Aveva ricordi più vividi del padre, ricordava con lucidità il giorno della sua introduzione nella Hall of Fame, quando aveva incontrato Michael Jordan. Aveva otto anni quando il padre morì, Josh cinque.

FOTO: The World Newspaper

A causa della pressione che sentiva a essere il figlio del leggendario Pistol Pete, come raccontato da lui stesso, Jaeson non ha giocato i suoi anni da sophomore e junior all’high school. Ha raccontato che si trovava sull’orlo di lasciare per sempre la pallacanestro, quando un amico lo chiamò e gli suggerì di giocare a William Carey, università del sud con appena 1.300 studenti iscritti. Da quel momento le cose hanno cominciato ad andare meglio, come confermato dai 19.4 punti di media nella stagione successiva. Ma sono stati ancora dei problemi personali - di insonnia, in questo caso - a costringerlo ad abbandonare definitivamente il suo sogno di giocare in NBA.


I suoi tatuaggi raccontavano molto del suo passato e delle sue ambizioni. Su un braccio, “Pistol” con raffigurato un pallone da basket al posto della “o”. Sull'altro, due mani raccolte in preghiera, in ricordo del padre. Sul petto, il disegno di una grande palla da basket con sopra i numeri di maglia del padre: 44, 7 e 23. “E avevo lasciato uno spazio per il mio numero, nel caso ce l'avessi fatta.”



Il Pedigree


Pistol Pete prese la passione per la palla a spicchi dal padre e con lui si allenò ossessivamente da ragazzino sul palleggio, sul tiro e sul passaggio. A LSU viaggiava a 44.2 punti di media a partita, segnando 3'677 punti in tre anni, ben prima che venisse introdotto il tiro da tre punti. L’apice furono i 69 punti contro Alabama nell’anno da senior.


Mi ricordo quando lo vidi riscaldarsi una sera. Aveva provato in continuazione un arresto e tiro con appoggio al tabellone sul lato destro del campo. Deve averlo fatto 30 o 40 volte di fila. Mi divenne subito chiaro il perché: ne avrebbe avuto bisogno in quella partita, in cui infatti segnò in continuazione da quella posizione.


Era un one-man show e il resto dei figuranti non era palesemente al suo livello. Suo padre disegnò l’attacco attorno a lui e Pete si prendeva sempre la maggior parte dei tiri. Alcuni lo criticavano per questo, e per certi versi non era che corretto, ma convertiva il 48% dei suoi tiri negli anni collegiali. E soprattutto, cambiò completamente le sorti di LSU.


Nel 1968 divenne famoso in tutta la nazione. Gli consegnai il suo primo certificato AP All-American quell’anno. Ai tempi era timido con i reporter, a differenza di quando poi è arrivato tra i pro, prima ad Atlanta, poi a New Orleans, Utah e infine Boston.



Richiami costanti


Josh Maravich giocava in un’arena che portava il nome del padre (rimpiazzò il vecchio "Cow Palace", che veniva usato con varie funzioni, incluso come circo). L’arena era drappeggiata da vessilli che ricordavano i successi della squadra di basket di LSU - in cima, le tre maglie ritirate: quella di Bob Petit, quella di Shaquille O’Neal e ovviamente quella di Pistol Pete (la 23).

FOTO: LSU Reveille

Josh viveva più tranquillamente il sogno cestistico rispetto al fratello. Ha sempre detto di aver voluto frequentare LSU per studio e far parte della squadra da walk on “perché volevo in qualche modo portare rispetto a mio padre”.


Nessuna prospettiva di carriera professionistica, dunque. “È sereno nel suo ruolo”, commentava il suo compagno di stanza, Paul Wolfert. “Nessuno può essere il tipo di giocatore che fu il padre di Josh. Nessuno può eguagliarlo. E Josh è se stesso.”


Pistol Pete morì durante una partitella il 5 gennaio del 1988. Nonostante la sua eccezionale carriera, aveva avuto una vita personale travagliata, condizionata anche dall’abuso di alcol. Prima di morire era diventato un "cristiano rinato" e aveva predicato il messaggio di Dio con lo stesso fervore con cui calcava il parquet.


Quando Jaeson scese in campo il 5 gennaio del 2003 contro Athens State University, nel 15esimo anniversario della morte di Pistol Pete, non aveva anticipato ai suoi compagni e ai suoi familiari che avrebbe dedicato la partita al padre.


“Ci tenevo a giocare bene per lui”, raccontò dopo la partita. E lo fece, segnando 34 punti. Era come se il padre fosse sugli spalti a tifare per il figlio.