• Luca Mich

Float like a butterfly, sting like a bee: sport e attivismo ai tempi di LeBron James

The Last Dance ha fatto riemergere il dibattito su quanto LeBron oggi e Muhammad Alì ieri avessero a cuore la causa dei diritti civili della loro community rispetto a Michael Jordan.


FOTO: NBA.com

The Last Dance è ormai un fenomeno globale tanto quanto lo sono stati quei Bulls di Michael Jordan: ha riportato alla memoria personaggi, storie e squadre che sono state dei veri e propri game changers, non solo nel Gioco in senso stretto ma anche nella culture sportiva e popolare.


Sono passati 22 anni dalle gesta di His Airness e compagni, dalla valanga di titoli e dalla ferocia competitiva conosciuta come "Jordan mentality". La serie di ESPN/Netflix ha il grande merito di far conoscere alla Generazione Z, e non solo, il Jordan pensiero oltre che diversi retroscena su quella che è stata a tutti gli effetti considerata la squadra più forte di tutti tempi nel mondo della pallacanestro. Non solo: sta facendo rivivere momenti di estasi assoluta ai milioni di tifosi che proprio grazie a Michael si sono appassionati a questo sport, in un'epoca dove l'NBA esplodeva come fenomeno mondiale ma non era certo il trend topic che è oggi.


Riuscite a immaginare la portata mediatica che quei Bulls avrebbero avuto se fossero ad esempio esistiti i social network? Siamo abbastanza sicuri, per Mike in primis, che la situazione sarebbe stata ai limiti dell’ingestibile.

Sulla "Jordan mentality", sulla sua ferocia competitiva, in questi giorni sono stati spesi, giustamente, fiumi di inchiostro sia da parte di testate e siti specializzati, sia da media generalisti - in alcuni casi a caccia di posizionamenti sui motori di ricerca, in altri genuinamente interessati al fenomeno. C’è poi un aspetto che sta appassionando chi va oltre lo sport e ha guardato la puntata numero 6 con particolare attenzione. In quell’episodio infatti si cerca di alzare l’asticella e fare luce sulla posizione di Jordan rispetto ad alcuni fatti legati al suo mancato attivismo politico/sociale, alla sua mancata volontà di schierarsi a favore dei diritti civili della comunità alla quale appartiene, quella afro-americana, da sempre in condizione di minoranza negli Stati Uniti e bisognosa di personalità forti capaci di ispirarla, guidarla e gettare luce su una condizione per molti versi non accettabile in un Paese liberale come gli USA.


L’episodio in questione è particolarmente ricco di aneddoti di basket giocato e non, quindi rischia di passare sottotraccia la lucida riflessione di Barack Obama, grande tifoso Bulls fin dalla tenera età vista la città di provenienza, e coinvolto dalla produzione di ESPN per approfondire l’aspetto di cui sopra. Obama dice:

Qualsiasi afro-americano che abbia successo in questa societá, subisce una pressione aggiuntiva: molto spesso l’America fa in fretta ad esaltare figure come MJ, Oprah, Obama, purchè non siano troppo controverse e non si occupino di giustizia sociale.”

Partiamo da qui dunque, questa frase ci servirà per capire meglio il Jordan pensiero sull’argomento e addentrarci in quello che è sicuramente un terreno potenzialmente scivoloso per chi è prima di tutto uno sportivo, ma anche un’icona e quindi rappresenta - volente o nolente - un “role-model” da seguire, un’ispirazione. Giusto o sbagliato che sia, non solo in campo ma anche fuori.

Nel ’84 esce il primo modello delle Air Jordan. Grazie ai colori, alla rottura degli schemi e all’associazione inequivocabile con lo stile gioco aereo di MJ, creerà una vera e propria Jordan-Mania, destinata a giungere sino ad oggi e a cambiare totalmente le regole del gioco delle sneaker, diventando di fatto in qualche modo un simbolo del capitalismo e dell’edonismo moderno con calzature che vengono acquistate non solo, o proprio per nulla, per solcare i playground, ma per puro collezionismo. Si parla di culto e per citare testualmente un grande studioso di Jordan in Italia, Roberto Gotta. penna e poi direttore di American Super Basket negli anni '90 e 2000 e autore del libro “Oh, Michael”:

“Tutti i culti possono avere aspetti negativi: a fine anni ’80 capitò che venissero commessi omicidi con il solo scopo di derubare alle vittime le loro Air Jordan; o che su un piano meno drammatico, i ragazzini saltassero ore di scuola per essere davanti ai negozi ad accaparrarsi un nuovo modello di scarpe.”

Ai tempi infatti nacquero addirittura dei movimenti di boicottaggio delle Nike Air Jordan, in quanto secondo l’organizzazione per i diritti civili “PUSH” l’azienda di fatto sfruttava la passione dei ragazzi afro-americani senza dargli nulla in cambio, mentre dall’altra parte del mondo bambini sottopagati e costretti ad ambienti di lavoro poco salubri, per usare un eufemismo, erano costretti a spalmare solventi sulle scarpe Jordan per 10 dollari alla settimana.

Nel ’97 Jordan interrogato sull’argomento disse che era responsabilità di Nike, non certo sua, e che se avesse potuto sarebbe andato personalmente a verificare, ma quella è rimasta solo una promessa. Era chiaro fin da subito che Michael non potesse permettersi di schierarsi per davvero contro Nike, impegnato come era nel creare quello che sarebbe poi diventato un brand a se stante, il marchio Jordan, capace di incarnare totalmente i valori di forza e competitività di Michael, che poco o niente avevano a che fare con l’attivismo in anni in cui ai brand non era richiesto di riempire il vuoto ideologico lasciato dalla politica come invece accade oggi.


FOTO: Yahoo! Sports

A molti la cosa non andò giù e fecero discutere anche le dichiarazioni che di lì a poco rilasciò lo stesso Mike sul politico afro-americano Harvey Grant, candidato democratico al Parlamento americano per lo stato del North Carolina. Ci furono molte pressioni affinché MJ lo appoggiasse ufficialmente, visto che l’avversario repubblicano era il razzista più o meno dichiarato Jessie Helms. Jordan però non volle prendere posizione perché a suo dire non basava le sue convinzioni sul colore della pelle e non conosceva bene né Helms né Grant, quindi non sapeva realmente quale fosse la persona di cui fidarsi politicamente. Giustamente aggiungiamo noi, libero di farlo con buona pace delle pressioni sociali. Peccato che poi, a quanto pare in maniera molto leggera parlando dell’argomento con Pippen sull’autobus dei Bulls, si fece scappare la frase “e poi anche i Repubblicani comprano scarpe da basket”.


Una frase sicuramente detta con troppa leggerezza e che viene spesso citata nel criticare al più grande sportivo di tutti i tempi il mancato step successivo, ovvero l’aver lottato per i diritti civili della propria comunità, come Jesse Owens, John Carlos e ancor di più Muhammad Alí avevano fatto prima di lui. Accusandolo di fatto di essersi venduto al dio denaro e soprattutto allo show business whitey, controllato dai bianchi. La frase di Barak Obama non è quindi messa lì a caso, ma cerca di darci un’interpretazione diversa e fondamentale per capire quanto MJ in quel momento storico non potesse permettersi di prendere posizione su certe tematiche e di come anche grazie a questo, come successo pure a Kobe anni dopo per motivi simili (che novità!), Jordan sia potuto diventare l’icona che è, per tutti: bianchi, neri, gialli, rossi, senza distinzione di colore.


Qualcuno disse: “Michael è talmente grande che non è più una persona di colore, non ha colore, forse non ce l’ha nemmeno mai avuto”.


E’ una frase forte, che però ci dà la dimensione di cosa sia diventato Jordan anche e soprattutto per la sua capacità di essere in qualche modo super partes, che piaccia o no. In qualche modo è sfuggito a quello che diceva Obama, alla necessità dell’America (non solo lei in realtà) di dare a tutti i costi un colore alle persone che celebra. La riprova ne è come il sistema sportivo e mediatico abbiano prima esaltato, poi dimensionato e in alcuni casi letteralmente distrutto Jesse Owens, Alì, Kareem, John Carlos, Kaepernick. A tutti loro è stato sottratto qualcosa e non solo a livello di popolarità, non appena si sono schierati apertamente contro uno stato ancora profondamente razzista (un esempio per tutti... non vi sembra incredibile che nel 2020 una lega libertaria e progressista da sempre come la NBA non abbia ancora mai avuto un GM di colore prima dell’attuale dei Chicago Bulls, Marc Eversley?).

Jesse Owens dopo le Olimpiadi di Berlino è finito a sfidare i cavalli in gare di velocità a Cuba. Non poteva nemmeno sedere nei ristoranti americani causa leggi razziali, eppure aveva vinto tutto il possibile al di là dell’Oceano portando in alto la bandiera americana.


John Carlos dopo il pugno guantato alzato a Messico ’68 è stato indagato e perseguitato come membro facinoroso delle Black Panthers, movimento per i diritti civili afro-americani nato ad Oakland e molto importante all’epoca, considerato dall’FBI la più grande minaccia interna alla democrazia degli USA (!).

FOTO: Stanford University

Kareem Abdul-Jabbar, grande pensatore vicino all’attivista Malcom X e ai black muslim di Elaja Muhammad, che se non avesse giocato a pallacanestro avrebbe potuto tranquillamente guidare un proprio movimento come testimonia bene il suo fondamentale libro “Sulle spalle dei Giganti”, è stato allontanato per anni dalla NBA come persona non gradita, problematica, anche se nessuno del giro l’ha mai ammesso ufficialmente.


Colin Kaepernick, ex giocatore di football con i San Francisco 49ers, dopo essersi inginocchiato ripetutamente durante l’inno americano nel corso della stagione 2016 per esprimere il suo dissenso nei confronti delle politiche di Trump e alla nuova ondata di razzismo e rinascita di gruppi neonazi a cui stiamo assistendo sotto la sua amministrazione, è stato letteralmente espulso dalla Lega, diventando un caso nazionale poi utilizzato magistralmente in una campagna da Nike per schierarsi apertamente sempre contro l’amministrazione Trump.


E Muhammad Ali? Beh, a lui il governo ha semplicemente tolto i titoli conquistati sul ring e il diritto a combattere per anni per essersi rifiutato di combattere in Vietnam e aver criticato le scelte del governo con una frase storica: “None of the Vietcong called me Nigger”. Nessun Vietcong mi ha mai chiamato Negro, perché dovrei avercela con loro?.

Nel bene e nel male, criticato o no, Jordan negli anni ‘90 aveva capito tutto questo ed è riuscito a staccarsene nonostante le pressioni sociali, ad essere ciò che voleva essere - ovvero il miglior giocatore e sportivo di tutti i tempi. Elevandosi al di sopra di tutto e pensando solo allo sport, da cui poi è derivato tutto il resto.


Jordan è stato integerrimo, timone ben saldo verso l’obiettivo di essere il migliore di tutti non solo nella pallacanestro ma nell’intero panorama sportivo. E così facendo ha ispirato quelli che sono venuti dopo di lui, li ha in qualche modo plasmati a fare meglio, ad essere la miglior versione di loro stessi. Anche in campo civile certo, perché la Jordan Mentality (poi mutuata dal numero 8 giallo-viola e trasformata con merito in Mamba Mentality) si estende ben oltre il campo di gioco. Ma per quelli che sono venuti dopo appunto, non per lui che quella mentalità, quell’esempio assoluto, quell’archetipo, era impegnato a costruirlo.

Eppure oggi dai campioni sportivi ci si aspetta anche altro. Ha senso? Chiedere ad uno sportivo di essere anche un attivista? Ci sono punti di vista diversi sull’argomento e di fatto il dibattito è aperto.


Chi scrive è cresciuto con l’esempio sportivo assoluto di MJ e con l’impegno di Muhammad Ali nell’usare la sua piattaforma e la sua popolarità per dare visibilità alla causa della sua comunità, per ribadire quanto per lui non avesse senso che migliaia di afro-americani fossero impegnati a combattere in Vietnam una guerra che non gli apparteneva, quando a casa loro non erano nemmeno autorizzati a bere dalle stesse fontane dei bianchi.

We can’t sit in front of a bus but withey is on the moon” cantava negli anni ’70 il poeta di Harlem Gil Scott Heron (quello di The Revolution Will Not Be Televised e di Winter in America), citando le disparità sociali in contrasto con le aspirazioni di conquista dello spazio da parte delle amministrazioni americane, mentre i “negroes” che la Nazione l’avevano costruita lavorando nelle piantagioni, nelle case dei bianchi come servitù e nella costruzione di strade, ponti e ferrovie, non potevano nemmeno pensare di conquistare la possibilità di sedersi negli stessi banchi dei bianchi o bere dalle stesse fontanelle.



Alì ha usato la sua piattaforma per ribadirlo al mondo, ha perso tutti i titoli che aveva vinto, ha rischiato tutto e ha vinto anche per questo. Jordan no. Michael ha pensato sicuramente ai suoi interessi, ma facendolo è arrivato a rappresentare un modello a cui aspirare che non ha colore. E allora chi "ha ragione", infine? Difficile dirlo, davvero. Non spetta a noi probabilmente. A noi sta piuttosto seguire due esempi che messi assieme fanno probabilmente l’atleta perfetto.

E... indovinate? Forse quell’atleta lì è già arrivato. Si chiama LeBron James da Akron, Ohio.


Ci ha messo un po’ a farsi amare da tutti (o almeno da una buona base) dando di fatto corpo a quello che è il suo motto principale, per il quale Nike è servita da megafono: “Strive for Greatness", lotta per essere grande.


All’inizio credo lo avessimo sottovalutato in tanti, in qualche modo anche plagiati dai meccanismi del marketing, dalla dietrologia; eppure quando Lebron ha scelto di tornare a Cleveland dopo aver imparato a vincere a Miami, coronando il sogno sportivo di una città, di una nazione per certi versi, di una community, quella di Akron, ci ha dato una grande lezione sociale anche attraverso lo sport: se sei arrivato dove sei, lo devi a chi ti ha cresciuto, al posto che chiami casa e niente è più importante alla fine di ridarle indietro qualcosa, di restituire il favore alla tua comunità.


In quel momento LeBron ha deciso per davvero di essere “More than an athlete” come Nike ha poi sfruttato bene nelle campagne pubblicitarie. E non lo ha fatto, non solo almeno, per una questione di business: il business è venuto dopo, è una conseguenza di un intento nobile, chiaro, palese, sincero. Dare indietro qualcosa alla propria comunità, fosse anche solo attenzione mediatica, gettare luce su quello che non funziona all’interno delle comunità afro d’America, è diventata una missione.


In quello che è a tutti gli effetti una sorta di post attivismo o, se vogliamo sottolinearne anche il legame con la parte business, attivismo capitalista, LeBron ha fatto “stand-up”, si è alzato con i riflettori puntati in faccia e ha iniziato a parlare, non per sè ma per una comunità intera. Lo ha fatto adottando una forma nuova, criticando il sistema, non uscendone, ma usando il sistema stesso e di fatto arrivando così a più persone, di ogni colore, estrazione e bandiera.

E’ partito dallo sport per superarlo e ampliare il discorso. Apparentemente con gesti piccoli come indossare la maglia “I can’t breath”, così come fatto da Derrick Rose e altri giocatori rilevanti della Lega, per rendere omaggio e tenere viva la memoria di Eric Garner, ragazzo strangolato dalla polizia bianca per aver venduto illegalmente sigarette fuori da un supermercato: un chiaro abuso di forza perpetrato su una persona di colore dalle forze dell’ordine americane. Episodio non nuovo, purtroppo, nelle strade delle metropoli USA, dove la maggioranza degli afro-americani vive in condizioni di povertà.


LeBron ha proseguito il suo impegno coinvolgendo gli amici di sempre Dwyane Wade, Carmelo Anthony e Chris Paul sul palco degli ESPY Award 2016 in un momento di commemorazione e riflessione dedicato alla scomparsa di Muhammad Alì. In quel momento il tema razziale, la parola chiave Equality e il concetto di “giving back”, di restituire qualcosa alla propria comunità, ha assunto un ruolo chiave nella carriera di LeBron.



James sta di fatto usando la sua piattaforma mediatica e l’amplificatore fornito da Nike per diffondere alle nuove generazioni messaggi positivi di forza, eccellenza, lotta continua per emergere e fiducia nelle proprie forze e nel futuro, coinvolgendo quanti più professionisti riesce per ampliare ancora il messaggio.

E’ qui che oggi sta la grandezza di LeBron. In questo, che vinca un altro titolo con i Lakers importa fino a un certo punto, se non per dare ancora più risalto alla sua grandezza sportiva e di conseguenza più microfoni al suo messaggio. Ciò che conta ora per lui è arrivare alle nuove generazioni, far loro intravedere un futuro. E non lo fa solo lanciando messaggi, lo fa concretamente, investendo milioni per costruire scuole e creando in particolare il progetto scolastico I Promise”, fondato ad Akron nel 2018 dalla LeBron James Family Foundation, dedicata a ragazzi con forti problemi economici per i quali LeBron di fatto paga tutte le rette e il materiale scolastico.


Business? Visibilità? Certo, ne deriva anche questo, ma credete che questo importi a quei ragazzi che grazie a lui escono dalla miseria e possono aspirare ad avere un futuro?


"I Promise" mantiene davvero una promessa iniziata con Alì, disattesa in parte con Jordan e compiuta con LeBron: un’atleta può essere più di un atleta. Non credo debba esserlo, ma può farlo. E LeBron lo fa, facendo intravvedere un futuro possibile e aiutando a realizzarlo per come può. E se non bastasse questo, riportiamo qui di seguito il discorso proferito il 16 maggio 2020 in occasione della cerimonia di maturità della classe del 2020, i neo diplomati americani:

"Ora è tempo per voi di inseguire i vostri sogni, essere chi volete essere, inseguire la 'grandezza' e impegnarvi per dare indietro qualcosa alla vostra comunità: ha bisogno di voi. Costruire la vostra community è quello che cambierà il vostro mondo: chiese, gruppi giovani, scuole, strade. Lo si fa non restando a casa ma restandole vicini: seguite le vostre ambizioni, andate più lontani che potete e siate la prima generazione ad assumervi la nuova responsabilità di ricostruire le vostre comunità. Fate sì che sia la vostra priorità, perché il mondo è cambiato, nessuno potrà dirvi di non cambiare perché è sempre stato fatto così. Voi siete il futuro. E ricordate: siete tutti re e regine."

Vola come una farfalla, pungi come un’ape, diceva Alì. LeBron lo ha preso alla lettera. Ci si aspetta questo oggi da un’atleta? Mentre ce lo chiediamo LeBron, lo sta facendo.


Strive for greatness.



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