• Luca Rusnighi

From Ray Allen to Jesus Shuttlesworth

Kobe, T-Mac, KG e Starbury: un casting di stelle per il capolavoro di Spike Lee. Ma di Jesus Shuttlesworth ce n'è solo uno.


FOTO: Sportskeeda.com

Questo articolo, scritto da Aaron Dodson per The Undefeated e tradotto in italiano da Luca Rusnighi per Around the Game, è stato pubblicato in data 1 maggio 2018.



“Una,” dice freddamente Stephon Marbury. Vale a dire quante volte in vent’anni l’ex All-Star NBA e tre volte campione della CBA (il campionato professionistico cinese) ha visto He Got Game. Ma è probabile che conosca la storia del film di Spike Lee, la più grande opera su celluloide dedicata al mondo dei canestri, meglio di chiunque altro.


La pellicola parla di un giocatore di basket diciottenne cresciuto a Coney Island, Brooklyn. Il ragazzo in questione frequenta la Abraham Lincoln High School, dove vince un campionato statale e si fa notare come miglior prospetto a livello nazionale. E qui l’adolescente deve fare la scelta della vita: andare al college o fare il grande salto nell’NBA.


Non esisteva ancora la cosiddetta one-and-done rule, stabilita nel 2006, che impone ai giocatori di avere almeno 19 anni o di avere lasciato l’high school da almeno un anno prima di entrare nella Lega.


Nel 1995, Stephon Marbury condusse la Lincoln alla vittoria nella finale del PSAL (Public Schools Athletic League), giocata al Madison Square Garden di New York. Venne nominato Mr New York Basketball, McDonald’s e Parade All-American e National Player of the Year.


A Coney Island, i Marbury erano l’equivalente della famiglia reale in termini cestistici. I tre figli maggiori di Don e Mabel – Eric, Donnie e Norman – avevano giocato in Division I. La casa di Stephon traboccava di trofei, medaglie, targhe e lettere di reclutamento da tutti i college. Il New York Daily News aveva scritto che Marbury era “ritenuto da alcuni la migliore point guard mai uscita da New York City.”


Come se non bastasse, su di lui Darcy Frey aveva girato nel 1994 il documentario The Last Shot: City Streets, Basketball Dreams. E Nightline gli aveva dedicato uno special per il quale una troupe della ABC l’aveva seguito per il quartiere per un anno e mezzo.


Marbury sarebbe potuto andare in qualunque college dell’universo, ma finì per accettare una borsa di studio da Georgia Tech e giocare ad Atlanta per una stagione, prima di diventare professionista. Due anni dopo il Draft 1996 nel quale Stephon venne scelto con la numero 4 in assoluto, He Got Game venne presentato al grande pubblico.


Il primo maggio 1998 Jesus Shuttleworth, sensazionale (e fittizio) giocatore dalla Lincoln High di Coney Island, fece capolino sugli schermi, interpretato dall’allora Buck, Ray Allen. Spoiler: alla fine, come accaduto a Marbury, Jesus preferisce il college alla NBA.


“A chi si sono ispirati? Mi sembra ovvio,” suggerisce Marbury, al telefono dalla Cina. Ritiratosi nel 2018, il 43enne continua: “Non è che ci vuole un genio per capirlo. Su chi altro volevano farlo? C’è un altro giocatore, forse?”

FONTE: NBA.com

In un’intervista rilasciata al New York Times nel 1998, Spike Lee, nativo di Atlanta ma cresciuto a Brooklyn, discusse le curiose similitudini tra Marbury e Shuttlesworth. “Stephon, suo padre e i suoi fratelli possono anche pensare che questa sia la loro storia, ma loro non c’entrano niente. Coney Island va pazza per il basket da tanto tempo. E non è una vicenda tanto inusuale: capita a un sacco di questi ragazzi.”

“Non credevo di dover fare un provino per fare me... Perché sapevo che il film era su di me.” (Stephon Marbury)

Il concetto di He Got Game nacque da una richiesta della moglie di Spike, Tonya Lewis Lee, che spinse il marito a scrivere una sceneggiatura originale da solo per la prima volta da Jungle Fever, girato nel 1991.


Una volta terminato il lavoro, Lee seppe subito di volere Denzel Washington per la parte di Jake Shuttlesworth, il padre del protagonista, in carcere per avere ucciso la madre di Jesus.


A Jake viene concessa una buonuscita temporanea dalla prigione di Attica per convincere il figlio a iscriversi alla Big State University, l’alma mater del Governatore dello Stato di New York. Se Jake riuscirà nel suo intento, il governatore farà quanto in suo potere per ridurre la sentenza.


Il regista di She’s Gotta Have It mandò il copione a Washington via Fedex. Denzel, che aveva appena finito di girare Il coraggio della verità e Uno sguardo dal cielo, lo chiamò due giorni dopo per firmare. Aveva già lavorato con Spike in Malcolm X e Mo’ Betta Blues e pur di partecipare al progetto, costato 23 milioni di dollari, accettò di ridursi il compenso.


Washington era la star di cui Spike aveva bisogno per fare botteghino. Ma i dubbi sul casting permanevano. “Continuavo a pensare: chi prendo per fare Jesus?” - dichiarò a Charlie Rose della PBS nel maggio del 1998.

“Sapevo di dover prendere un giocatore della NBA. Era troppo rischioso usare un attore in campo. Con i film di boxe, di baseball e anche di football te la puoi cavare. Ma quando si parla di basket, ci vuole uno che sappia giocare. E non c’è nessun attore, almeno che io sappia, con le qualità di un professionista.”

Prima d’iniziare a girare nell’estate del 1997, Lee mise insieme un lungo elenco di atleti NBA - Ray Allen, Kobe Bryant, Kevin Garnett, Tracy McGrady e tanti altri – come potenziali candidati. Ma di Jesus ce ne poteva essere uno solo: Ero uno dei giocatori a cui è stato chiesto di fare l’audizione...” - e qui Stephon Marbury si ferma - “... per fare me.”


Big Time Willie: “Da Coney Island sono usciti tanti grandi giocatori, ma la maggior parte non ha combinato un c...” Jesus Shuttlesworth: “E Stephon Marbury? Lui ce l’ha fatta. E se ce l’ha fatta lui, posso farcela anch‘io.” (He Got Game)

È il 4 marzo 1997. I Milwaukee Bucks sono in trasferta al Garden. Lee, fan sfegatato dei Knicks da moltissimi anni, non può mancare, seduto a bordocampo come di consueto. Dopo aver adocchiato la matricola 22enne Allen (che, neanche a farlo apposta, Milwaukee si era aggiudicato nel Draft del 1996 in cambio di Marbury), a metà partita il regista si avvicina alla guardia dei Bucks.


È in quel preciso istante che Spike mette da parte i panni del tifoso, per indossare quelli del reclutatore.


“Spike mi fa - Ehi, sto facendo un film. Voglio invitarti a un’audizione”, ricorda l'ormai 45enne Allen, entrato nella Hall of Fame nel 2018. “Gli passo i miei contatti, ma non so se ne farà niente.”


Un mese più tardi, i Bucks non riescono a qualificarsi per i Playoffs, Allen accetta l’offerta di Lee e i due s’incontrano a New York. “Mi disse - Voglio che provi per la parte da protagonista, ma nel caso non funzioni, può darsi che ti dia una parte comunque.” Allen non aveva mai recitato in vita sua.


“Gli ho risposto che mi sarebbe piaciuto provare.”



Nel frattempo, Spike andava dietro a giocatori di tutta la Lega - uno dei vantaggi di essere una presenza fissa a bordocampo.


“Nel mio anno da rookie ai Knicks, durante il riscaldamento o in partita, passavo di fianco a Spike e gli gridavo - Mettimi in un film! Mettimi in un film!”, racconta Walter McCarty, head coach alla Evansville University con un passato da assistente allenatore nella NBA.

“Io scherzavo, era solo per sfotterlo un po'. Ma a fine stagione mi chiamano e mi dicono che Spike mi vuole per un provino. Non ho avuto la parte di Jesus Shuttlesworth, alla fine, ma è andata abbastanza bene perché mi dicesse - Ti facciamo fare qualcos’altro.” (Walter McCarty)

McCarty finì per recitare nel ruolo di Mance, compagno di Jesus alla Lincoln High.


Nel film appaiono, in ruoli secondari, anche giocatori NBA quali Travis Best dei Pacers e John Wallace dei Knicks (che interpretano Sip e Lonnie, anch’essi alla Lincoln High) e Rick Fox dei Boston Celtics (Chick Deagan, che accompagna Jesus durante una visita a un ateneo).

Il punto è che agli occhi di Spike Lee, la parte di Jesus doveva andare a una superstar emergente con la faccia da ragazzino. “Lo sapevo bene chi gli interessava”, ricorda Allen. “Voleva vedere Kobe. Voleva vedere KG. Voleva vedere Steph. E voleva Felipe Lopez.” Quest’ultimo, idolo di St John’s poi andato ai Grizzlies, ai Bullets e ai Timberwolves, non figura nella lista dei possibili candidati dell’epoca. Ma può dare un’idea di quanto e come il regista stesse cercando il suo Jesus.


E non è tutto. Secondo una storia pubblicata dal Washington Post il giorno che He Got Game debuttò sul grande schermo, il rookie 18enne Tracy McGrady, arrivato direttamente dal liceo e al tempo l’atleta più giovane della Lega, fece un’audizione ma venne giudicato “troppo timido.” Allen Iverson, scelto anche lui nel 1996 e Rookie of the Year nel 1997, “non arrivò preparato e sembrava distratto”, a detta del Post.



Nel 1998, Allen rivelò al Vancouver Sun che Derek Anderson, uno dei suoi compagni nel primissimo Team Jordan, fece anche lui un provino. “E credo anche Allan Houston”, aggiunge McCarty.


USA Today fece sapere che anche il big man di Denver Danny Fortson fu contattato e che, cosa ancora più interessante, l’agente Eric Fleisher rifiutò per conto dei suoi clienti... Garnett e Marbury.


Garnett “ha cortesemente declinato” l’invito ad essere intervistato per quest’articolo.


“Fleisher mi disse - Vengono solo se gli garantisci una parte principale. Gli risposi - Ma dai. Non sono un GM. Questa non è la NBA. Questo è il cinema. Non esistono contratti garantiti nel mondo del cinema.” (Spike Lee, USA Today)

Nella sua prima audizione, Allen recitò in una scena d’amore con Salli Richardson, candidata al ruolo di Lala Bonilla che finì per andare a Rosario Dawson. “Era tutto per finta”, ricorda Allen. “Facevamo gli scemi e provavamo le battute. Ma non sapevo se ero al livello che cercavano.”


Poi, venne richiamato per un secondo provino. E per un terzo, quello più importante, nel quale si trovò di fronte Denzel Washington. “Ero a bocca aperta”, racconta Ray nella sua biografia From the Outside: My Journey Through Life and the Game I Love.

C’era intesa tra me e Denzel Washington, e Spike se ne accorse.”

Il 19 giugno 1997, l’Associated Press rese noto che “secondo molti, Allen reciterà nel prossimo film di Spike Lee, He Got Game.”


Cinque giorni più tardi, la notizia era già diversa. “Dopo la high school, Kobe Bryant si sta allenando per diventare una star anche nell’NBA... e perché no, nel mondo del cinema”, riportava il Daily Variety il 24 giugno 1997. “Spike Lee è interessato al rookie dei Los Angeles Lakers per il ruolo da protagonista accanto a Denzel Washington nella sua nuova pellicola He Got Game.”

“Ricordo di quando Spike mi ha chiamato per dirmi che avevo ottenuto la parte. Mi ha chiesto se potevo prendermi l’impegno e mi ha spiegato come sarebbe andata. Gli ho risposto - Ehi, ci sto. Come si fa a dire di no?” (Ray Allen)

Eppure Bryant, con ancora in testa il suo baby ‘fro, aveva già un impegno per quell’estate: basket, basket e ancora basket. Specialmente dopo quella Gara 5 del secondo turno dei Playoffs contro Utah, dove per quattro volte nel quarto periodo e nel supplementare tirò delle mattonate che non colpirono neanche il ferro. Si tolse dalla lista dei candidati. “Troppo tempo”, dichiarò Kobe a The Undefeated nel marzo del 2018.

“Per prepararsi a una parte ci vuole troppo tempo. Non potevo fermarmi così a lungo. Volevo restare attivo. Volevo andare a Venice Beach (dove poi mi sono rotto il polso), e giocare. Volevo allenarmi sempre. Inoltre ero parecchio sotto pressione, c’erano molte aspettative su di me perché arrivavo direttamente dall’high school. Avevo bisogno di concentrarmi completamente sulla nuova stagione. Non avevo tempo di fare un film.”

Per cui, dopo una selezione di circa una decina di giocatori (più altri di cui forse non sapremo mai), Spike Lee, che non ha voluto essere intervistato per questo articolo, trovò la persona che faceva al caso suo.


E così, davanti alla telecamera, Ray era Jesus. Passò otto ore al giorno, cinque giorni alla settimana, per due mesi di fila, con la maestra di recitazione Susan Batson, un’esperienza che nel suo libro paragona a una terapia.


FOTO: Sportskeeda.com

È il 10 gennaio 2014 e Lee è seduto a bordocampo al Barclays Centre di Brooklyn. Per una sera, la NBA permette ai giocatori di mettere un soprannome sulla maglia. Allen, alla sua ultima stagione con i Miami Heat, non ha dubbi su cosa sceglierà. “J. Shuttlesworth” troneggia al di sopra del suo numero 34.


“Il miglior film di basket di sempre”, Spike dice a un reporter a bordocampo, facendo spallucce. Difficile dargli torto.

He Got Game è la versione afroamericana di Colpo Vincente con Gene Hackman: un film di basket che non parla solo di basket ma anche di famiglia, di fede e di perdono. La pellicola non ha perso smalto nel corso degli anni; e quando gli viene chiesto di un possibile sequel, Spike Lee risponde: “Ray ci sta. Dipende tutto da Denzel... e da Rosario, la Lala originale.”

È passato tanto tempo, ma ancora se ne discute. “Niente di definito, ma abbiamo parlato di un seguito”, conferma Allen. “Ne chiacchieriamo spesso, perché gli argomenti sarebbero tantissimi.”


Vent’anni dopo il film, Marbury ha la sua opinione riguardo a quel famoso casting. “Mi sono reso conto che avrei dovuto fare quel provino per Spike, per sapere se potevo recitare o no, e se potevo essere adatto per quella parte. Non è facile come sembra.”


Se potesse tornare indietro, si presenterebbe all’audizione? “No,” risponde, freddo come sempre. “Ma è davvero un bel film, fatto molto bene. La storia di una persona che è andata al mio liceo e ha avuto successo.”


La pellicola si chiude con Jesus sul campo di Big State, mentre suo padre Jake rimane in prigione. La vicenda di Marbury, invece, ha un finale più positivo. E soprattutto, è autentica.


E in questo, non c’è film che tenga.