• Leonardo Micheli

Gheorghe Muresan: il Grande Gigante Gentile

Con i suoi 231 cm, Muresan è tuttora il giocatore NBA più alto di sempre (a pari merito con Manute Bol). E la sua storia sembra essere uscita da una fiaba.



C’era una volta, in un paese lontano, tanto tanto tempo fa

Ecco, di solito iniziano così le migliori favole, quelle che aiutano i più piccoli a sognare a occhi aperti.

E così dovrebbe forse cominciare anche questa nostra storia, che di reale sembrerebbe avere davvero poco.


I giganti non sono veri. Esistono solo in quelle ingenue storie per bambini. Se ne parla nei racconti fantastici, come ne I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift o ne Il GGG di Roald Dahl. Sono solo il frutto della più fervida fantasia.


Questo è ciò che probabilmente avranno pensato i tifosi olandesi della cittadina di Den Helder il 28 ottobre 1995, quando ospitano al piccolo palazzetto Sporthal de Slenk la squadra di Pau, città sui Pirenei francesi.


Perché in mezzo al parquet c’è un ragazzone rumeno di 231 cm. La folla è stranita, pensa sia una visione. Un essere umano non può essere così alto e allo stesso tempo saper palleggiare.


È enorme, dovrebbe far paura. Ma la realtà è un’altra: non c’è un momento in cui non abbia un sorriso stampato in faccia, specialmente quando gioca a basket.


Inoltre, per uno della sua stazza si muove in maniera incredibilmente fluida dimostrando di saper giocare eccome a pallacanestro. Sembra quasi impossibile: corre (in un modo o nell’altro), ha un gancio-cielo indifendibile, un buon jump-shot e sotto canestro non si può stoppare.


Intanto, tra lo stupore e la meraviglia dell’intera arena, inizia la partita.


Durante un'azione si alza dalla media: sbaglia, fa un passo – sovrastando tutti – e raccoglie il rimbalzo. Nella sua mano, in un solo attimo, quella pesante palla a spicchi diventa incredibilmente una pallina da tennis, piccola e leggera. Così, gli basta alzarsi sulle punte e schiacciare la minuscola sfera in un cestino poco più alto di lui.


Ed ecco che succede l’impossibile. Il tabellone esplode. Sul parquet dello Sporthal de Slenk volano bulloni, chiodi e dadi. Piovono pezzi di metallo. Entra un addetto alle pulizie per tirare su qualche rimasuglio di un canestro ormai distrutto. Impalato attonito di fronte all'accaduto e visibilmente a disagio per esserne stato l'artefice, il ragazzone rumeno, contrito, si piega e sussurra nell'orecchio dell'addetto alle pulizie un dolcissimo «excusez-moi.»


Forse che il Grande Gigante Gentile sia reale? E sia incarnato da Gheorghe Muresan?

Gheroghe Muresan Pau-Orthez Around the Game NBA
sudouest.fr

Siamo nel ’95, lui dovrebbe essere già oltreoceano a giocare la sua terza stagione in NBA, ma è stata posticipata a causa del primo lockout della Lega. Quindi, si trova in campo con i suoi ex compagni del Pau-Orthez per un mese in preparazione della Regular Season.


Ma prima facciamo un passo indietro.


Come ogni favola, anche questa storia è magica e parte da un luogo misterioso ubicato nella terra di Dracula, la Transilvania, più precisamente Tritenii de Jos.


Torniamo a una Romania povera e a pezzi, segnata dalla politica demografica della dittatura militare-comunista di Nicolae Ceaușescu negli anni '70.


Ceaușescu divide, infatti, in bambini desiderati e non, in “figli di Dio” e “figli del Diavolo”. Ovviamente Gheorghe dovrebbe appartenere ai secondi, a quelli di Satana, essendo il sesto di una famiglia più che modesta (il limite era a cinque). Di conseguenza, secondo la legge deve abbandonare fin dalla nascita la sua famiglia ed essere accolto in un “orfanotrofio lager”. Entrare cioè a far parte di quei 170 mila bambini abbandonati in condizioni igieniche sanitarie impensabili, vittime di un denutrimento alimentare e affettivo considerato tra i peggiori di tutta la storia degli orfanotrofi.


Invece rimane a casa, da papà Ispas, che lavora in fabbrica giorno e notte.


«Non avevamo il riscaldamento, l’acqua calda e l’elettricità. Mangiavamo metà pagnotta di pane al giorno e un pezzo di carne alla settimana. La verdura la vedevamo solo in estate.»

Eppure “Ghita” - lo chiamano così fin da bambino, in rumeno significa “piccolo Gheorghe - ricorda la sua infanzia sempre con felicità.


Ricorda che nessuno della sua famiglia supera il metro ottanta, mentre lui a 15 anni era già alto più di 2 metri. O le partite di calcio con i fratelli, in cui la palla gli finiva sempre sotto le gambe, perché era troppo lento per chiuderle. O ancora di quella volta che a 14 anni sua la madre lo ha portato da un dentista a Cluj.


«Mi ha chiesto quanto fossi alto e quanti anni avessi. Subito dopo ha chiamato il coach dell’Universitatea Cluj. Quella sera sono rimasto lì e non sono tornato più a casa per un bel po'», racconta Gheorghe Muresan.


Il destino ha voluto che quello fosse proprio il dentista della nazionale rumena, e Ghita, a 14 anni, per la prima volta, vede un canestro e una palla da basket.


Ne rimane folgorato. Non riesce a staccare gli occhi dal parquet, se ne è completamente innamorato. Comincia un nuovo capitolo della sua vita, e il titolo non può essere che “Pallacanestro”.


Quando si sveglia pensa solo al basket, mentre dorme sogna di fare canestro davanti a migliaia di tifosi, come fa un americano di nome Kareem Abdul-Jabbar che gli hanno mostrato i suoi compagni di squadra su una videocassetta.


Così si allena giorno e notte, ininterrottamente. Aspettando il 1991, a 20 anni, quando fa il suo esordio nella prima squadra dell’Universitatea Cluj-Napoca, con cui vince il campionato rumeno.


Gheroghe Muresan Universitatea Cluj Around the Game NBA
stiridecluj.ro

Nello stesso anno si fa notare da tutto il globo al Mondiale under-19 con la canotta della Romania. È il miglior rimbalzista del torneo, il secondo per punti segnati.


«Moltissime università americane si erano interessate a Ghita – dice Kenny Grant, il suo agente - ma lui doveva guadagnare subito dei soldi».


Non lo si può biasimare: vuole regalare il prima possibile almeno l’acqua calda e l’elettricità alla sua famiglia. Nel frattempo, durante la sua unica stagione al Cluj, in una partita europea strega la dirigenza del Pau-Orthez segnando 39 punti.


Nel ’92 i francesi sono pronti a metterlo sotto contratto offrendogli non solo del denaro, ma anche buon cibo, libertà e, soprattutto, una vera e propria preparazione atletica. Tre cose che non aveva mai avuto fino ad allora.


«La prima volta che è arrivato da noi psicologicamente era un bambino e fisicamente non riusciva accettare la sua taglia. Così, ancora prima di dargli una palla, gli ho insegnato a camminare, a stare dritto, ad andare fiero della propria altezza», dice Michel Gomez, il coach del Pau.


Arriva in Francia con un solo paio di scarpe - sia perché non aveva i soldi per comprarne altre, sia perché non sono facilmente reperibili con il numero 52/53 - pochi vestiti e il grande sogno di segnare come Abdul-Jabbar su qualche parquet americano.


Allenamento dopo allenamento, si trova sempre meglio con quel suo corpo infinito. Capisce come gestirlo e sfruttarlo in campo. Capisce che nella pallacanestro l’altezza non basta.


Quindi vince il campionato francese con il Pau-Orthez e dopo solo due anni in Europa si dichiara eleggibile al Draft del 1993; quello di Chris Webber e Penny Hardaway, per intenderci.


Un aereo privato dell’owner dei Portland Trail Blazers è pronto a portare il nostro “piccolo” Gheorghe da Bucarest al Michigan, dove avverrà il Draft.


C’è l’accordo. Ormai Muresan sembra destinato a giocare in Oregon, deve solo superare qualche test e fare delle visite.


Una volta negli USA accade l'impensabile. Arrivato all’ospedale in cui deve sottoporsi ai controlli medici, la macchina della risonanza magnetica non è abituata a quelle dimensioni. Non può sopportare più di 136 chilogrammi, e Ghita ne pesa 150. Così salta tutto per colpa di un'attrezzatura medica troppo normale per un ragazzo decisamente fuori misura.


Muresan si sente un animale fuggito dal circo, una bestia rara fuori dal proprio habitat naturale. Non conosce una parola d’inglese, non sa nemmeno dove finirà, se verrà chiamato da qualcuno o no. Eppure gli sono tutti attorno. Ma nemmeno nella terra del sogno americano, dove tutto sembra possibile, credono davvero nei giganti.


Per sua fortuna, il 30 giugno 1993 al The Palace di Auburn Hills, i Washington Bullets chiamano Gheorghe Muresan al secondo giro con la scelta numero 30: Ghita esplode in un sorriso genuino, contagioso.


E sul palco,con una sola frase in lingua anglofona ripetuta in testa migliaia di volte per non dimenticarsela, esprime tutta la sua felicità e le difficoltà che ha dovuto oltrepassare per arrivare a quel giorno: «I love this game».



L'indomani è già a Washington. Il suo arrivo nella capitale può essere sintetizzato in due immagini: il suo sguardo, che sembra quello di un bambino arrivato per la prima volta a Disneyland, in un corpo però di 231 cm, e il viso di Manute Bol, allora anche lui un Bullets, che vede entrare in palestra uno della sua taglia, forse anche di qualche millimetro in più.


La prima stagione in NBA è però molto complicata. Pronti via deve operarsi subito alla ghiandola pituitaria (che, se modifica l'ormone della crescita, può provocare gigantismo). Da una parte è grazie a questa se ha raggiunto quelle dimensioni, ma dall’altra deve essere fermata subito, perché altrimenti rischia di diventare ingestibile da tutto il resto del corpo.


Così Washington spende circa un milione di dollari per le cure. Ma Ghita, da rookie, non sorprende più di tanto, anzi. Sono solo 5.6 punti, 1 stoppata e 3.6 rimbalzi a partita.


La sua esperienza in America pare già conclusa, destinata al fallimento. Ma i Bullets credono in Ghita, che ovviamente si è fatto subito amare dai tifosi e la stagione successiva raddoppia in tutte le statistiche più importanti.


Arriva il lockout prima della stagione ‘95/’96. Gheorghe - come abbiamo già detto - torna per un mese in Francia, per poi giocare la sua migliore stagione di sempre negli Stati Uniti: 30 minuti da titolare, 14.5 punti, 9.6 rimbalzi, 2.3 stoppate e la percentuale dal campo più alta di tutti, 60.4%.

È il Most Improved Player dell’anno, il primo europeo a vincerlo in NBA.


Il Capital Centre – dove giocava Washington prima della Capital One Arena – impazzisce ogni volta che il rumeno tocca palla. È l'idolo dei Bullets senza un vero e proprio motivo, rimanendo semplicemente se stesso.


In 5 anni è passato dall’imparare a camminare, a lottare sul più grande palcoscenico cestistico del mondo, dominando delle volte contro centri come Hakeem Olajuwon, Patrick Ewing, Shaquille O’Neal, David Robinson e Dennis Rodman.


E a proposito di quest’ultimo, sempre nel magico anno in cui vince l’MIP, contro i Bulls di Michael Jordan - quelli delle 72 vittorie e 10 sconfitte - realizza una prestazione memorabile da 27 punti, 11 rimbalzi e 4 stoppate.



Dentro al pitturato è unico, infermabile, proprio come lo era quel Kareem Abdul-Jabbar che tanto ammirava in TV, quando ancora conosceva a malapena la pallacanestro.


Molti di voi diranno che tutto questo è grazie alle sue dimensioni. Ma la verità è un’altra e ce lo dice lui stesso:


«Nel basket non sarai mai alto o basso abbastanza. You have to be good».


Devi essere bravo, è l’unica cosa che conta. Ma è anche importante l’integrità fisica e, purtroppo, questa è il tallone d’Achille di Gheorghe. Un corpo così lungo e snello è anche decisamente più fragile rispetto al normale.


Nel 1997 inizia il rapido declino di un uomo che viene dal mondo delle favole.


Dopo la quarta, e ultima, stagione a Washington è costretto a saltarne una intera per una lussazione al tendine della caviglia destra. Poi ritorna, ma purtroppo in campo non è più lo stesso.


Lento e macchinoso vola in New Jersey, ai Nets. Il primo anno scende sul parquet solo per 60 secondi, il secondo gioca 30 partite (due volte da titolare) e non va oltre i 9 minuti per partita.


Lascia l’NBA. Se ne va. D’altronde ogni fiaba deve avere un lieto fine e una morale.

Così torna in Francia, sui Pirenei, per un ultimo ballo in maglia Pau-Orthez, dove, ancora una volta, schiaccia gli avversari e vince il campionato transalpino.


Dà l’addio dopo una vittoria. Una carriera breve, durata solo 10 anni, sfortunata, in cui però ha dimostrato di avere un cuore e uno spirito di abnegazione degni della sua altezza.

 Gheroghe Muresan My Giant Film Nba Around the Game
vecchio-cinema.it

In tutti i palazzetti in cui è entrato ha all'inizio spaventato ogni singolo spettatore, per poi conquistarlo, grazie alla sua sottile, incredibile autoironia.


E non a caso compare in diverse pubblicità americane, nel video musicale My name is di Eminem ed è il co-protagonista con Billy Cristal nella commedia My Giant.


È arrivato negli Stati Uniti impaurito e timido, se ne è andato, invece, lasciando un ricordo indelebile nel cuore degli appassionati, esulando dall'aspetto più evidente.


Qualche anno fa ha aperto la prima accademia di basket in Romania, oggi è tornato a Washington, dove lavora nella sua Giant Basketball Academy, in cui insegna che nella pallacanestro l’altezza non è tutto. Si può schiacciare senza dover saltare e sovrastare chiunque, ma allo stesso momento non saper giocare a basket.


Insomma, questa favola giunge alla sua conclusione.

Dopo morale e lieto fine non resta che un... E vissero tutti felici e contenti.